mercoledì 17 febbraio 2010
martedì 16 febbraio 2010
LA LUMINARIA DI SAN GIUSEPPE

Gli ultimi tizzoni cercavano ancora di sopravvivere alla loro lenta agonia e le cipolle coperte dalla calda cenere arrivavano lentamente al loro punto di cottura e noi, bambini presi dal fuoco della luminaria e dalla esaltazione di una giornata diversa, continuavamo a goderci la lenta fine di quel fuoco di festa che aveva arso ardentemente fraschi, toppi e legna e cianfrusaglie per tutta la serata.
I preparativi erano già iniziati una settimana prima del grande evento che portava l'attesa data del diciannove marzo e la gioia della luminaria di San Giuseppe che, come ogni anno, si organizzava in ogni angolo del paese dentro i grandi cortili o negli incroci delle strade più larghe.
Così come nei terreni non edificati o nelle Aie delle campagne al cospetto di qualche casa rurale abitata da quei pochi pachinesi che preferivano, od erano costretti per motivi di lavoro, a vivere in campagna piuttosto che godere del ritorno serale alla propria abitazione.
Gli "strazzainzola pachinisi", come venivano chiamati dagli abitanti degli altri paesi vicini per la loro tendenza a non coricarsi in campagna, così egoisti ed auto referenziali, avevano pochi momenti di condivisione della loro vita sociale con gli altri compaesani.
Fra questi momenti, quello della festa del Patriarca San Giuseppe, era uno dei più sentiti e si materializzava nella condivisione di quella massa di fasci di fraschi e di toppi accatastati che tutti chiamano Luminaria.
Ma questa condivisione non andava al di là del proprio cortile od, al massimo, del proprio quartiere Era conflittuale con tutti gli altri perchè bisognava dimostrare che la propria Luminaria era la più alta di tutte, che bruciava con fiamme più vive di tutte, che durava più a lungo di tutte.
Per giorni, sopratutto i bambini, avevano girato di casa in casa per prenotarsi l'assenso a consegnare la legna per la luminaria da parte degli abitanti del quartiere che tenevano accatastato il loro carburante naturale davanti l'uscio di casa od all'interno della carrittaria che evitava, nel periodo invernale, di assupparisi d'acqua e non essere subito pronto per cucinare o riscaldarsi nell'ampia tannura o nel forno del pane.
Molta della vita dei pachinesi degli anni cinquanta ruotava attorno ai magghiola ed ai toppi ed a loro era condizionata gran parte della sopravvivenza del nucleo familiare che, in caso contrario, aveva la sola via d'uscita dalla fame attraverso l'emigrazione in Europa od in America con speciale preferenza per il Venezuela, l'Argentina, gli Stati Uniti oppure, la più gettonata, il Canada.
Quando l'alberello della vite che in dialetto chiamavano i toppi o i tralci detti magghiola vedevano spuntare i primi grappoli d'uva, i contadini quasi accompagnavano giornalmente il crescere dell'infiorescenza e poi degli acini cercando di capire la quantità di mosto che avrebbe potuto produrre e la consistenza dell'unico reddito della famiglia che avrebbe permesso il pagamento dei debiti accumulati durante l'anno e di farne di nuovi per un altro anno di sopravvivenza familiare.
Il tutto se non arrivava una nottata di peronospora o di liata prodotta dal freddo improvviso che avrebbe bruciato la speranza del nuovo raccolto e mandato sul lastrico l'intera famiglia.
Nel caso di malannata dovuta alle malattie della vite ne godeva la Luminaria di San Giuseppe perchè erano di più i toppi estirpati per la sostituzione del vigneto ed i tralci che potevano finire bruciati assieme alle speranze di vita migliore da parte dei contadini sopratutto se erano semplici affittuari nel feudo del Barone o Marchese o Cavaliere di turno che possedeva le strisce di terra che i contadini chiamavano Lenza dal nome della lunga cordicella che serviva per delimitare i confini o sestare il terreno per stabilire dove piantare le nuove viti.
Quando tutto procedeva regolarmente ed il Signore era stato benevolo con i contadini, i magghiola venivano accatastati in fasci durante la potatura della vite che, di solito, avveniva nel mese di gennaio.
I contadini tagliavano le liane legnose fin quasi l'alberello e lasciavano, a secondo del tipo di vitigno, un certo numero di spuntoni di tralci che venivano imbevuti di una soluzione di solfato di rame per proteggerlo dalle intemperie e dai parassiti e permettere, attorno ad essi, il nuovo germogliare della vite e, con essa,delle nuove speranze.
Finalmente il giorno prima della festa si andava, con carretti improvvisati,a recuperare il maggior numero di fasci di fraschi e legna godendo nel vedere crescere sempre più alta la luminaria del proprio quartiere.
Così come non si trascurava una sortita nelle luminarie degli altri per rendersi conto della quantità e dell'altezza della catasta avversaria.
Se nel quartiere si erano esaurite le disponibilità di legna per la luminaria ed essa sfigurava o non era all'altezza delle altre, allora si ricorreva all'estremo rimedio del furto.
Si escogitavano i trucchi più impensabili per fregare i fasci di frasche accatastate a ridosso dei muri delle case o quelli ancora sui carri in transito o, rimedio estremo, si organizzavano scorribande nelle campagne vicine.
Spesso finiva a corsa sfrenata per evitare l'inseguimento con bastoni branditi ed improperi da parte dei proprietari.
Ma alla fine mitigava tutto il giorno di festa e l'inizio dello scorrere della processione, facendoti sentire materialmente più vicini al Patriarca san Giuseppe e ti auto assolveva dagli eventuali peccati commessi nel nome della parte pagana di una devozione veramente sentita nei confronti del padre putativo di Gesù.
Questa devozione era anche suffragata dai numerosi compaesani, grandi e piccoli, che quel giorno festeggiavano il loro onomastico con il vestito della festa e con una tavola imbandita con maggiore accuratezza del solito.
Anche i meno abbienti potevano godere di un momento di pausa del loro stato di povertà alleviando la fame con il panuzzo di San Giuseppe che le famiglie più facoltose cocevano e regalavano direttamente nelle proprie case o attraverso ceste di vimini piene di pane che veniva distribuito all'interno della Chiesa.
Terminata la processione e la festa con l'ingresso del simulacro del Santo all'interno della sua nicchia di riposo per un altro anno ancora, si dava inizio al fuoco della luminaria attorno a cui si raccoglieva tutto il vicinato per parlare, riscaldarsi e mangiare.
Era festa lo scoppiettio della legna ardente che spesso durava per alcune ore fino a quando, diventando tizzoni accesi, non si utilizzava, attraverso lunghe canne o bastoni appuntiti, per scarfare ( bruciacchiare ) il pane duro ed essere mangiato caldo con l'aggiunta di olio, aglio , peperoncino ed abbondanti bicchieri di vino.
Si diffondeva un dolce odore di pane che veniva poi seguito da quello dei peperoni, olive o melanzane che venivano arrostiti da tutte le famiglie in una sorta di Tannura collettiva anche se ciascuno provvedeva a segnare e delimitare un proprio spazio per cucinare la roba da mangiare la sera o l'indomani in campagna od a casa.
Infine facevano la loro apparizione grosse teste di cipolle che venivano coperte dalla cenere calda per cuocere lentamente qualche volta assieme a qualche caddozzu di salsiccia.
Spesso, nonostante l'approssimarsi della primavera arrivava una sottile pioggerellina che i contadini chiamano " assuppa viddani " ( Inzuppa contadini ) perchè troppo leggera per aprire l'ombrello, ma troppo assidua per non assorbirla quasi a fior di pelle.
Allora si raccoglieva tutto di corsa per infilarsi dentro le case senza però dimenticare di prendere il mangiare sotto la cenere assieme ad una porzione di essa che, messa all'interno di ampi recipienti di terracotta dette conche, avrebbe continuato a scaldare durante la serata per coloro che avrebbero festeggiato in casa la festa con olive, salsiccia, pane arrostito e bicchieri divino per finire poi l’indomani dentro una cesta di vimini piena di biancheria lavata per renderla più pulita e bianca sotto sciacquii di acqua calda.
( Questo " RICORDO" è stato pubblicato sul numero di Febbraio della rivista ARCHE' )
I preparativi erano già iniziati una settimana prima del grande evento che portava l'attesa data del diciannove marzo e la gioia della luminaria di San Giuseppe che, come ogni anno, si organizzava in ogni angolo del paese dentro i grandi cortili o negli incroci delle strade più larghe.
Così come nei terreni non edificati o nelle Aie delle campagne al cospetto di qualche casa rurale abitata da quei pochi pachinesi che preferivano, od erano costretti per motivi di lavoro, a vivere in campagna piuttosto che godere del ritorno serale alla propria abitazione.
Gli "strazzainzola pachinisi", come venivano chiamati dagli abitanti degli altri paesi vicini per la loro tendenza a non coricarsi in campagna, così egoisti ed auto referenziali, avevano pochi momenti di condivisione della loro vita sociale con gli altri compaesani.
Fra questi momenti, quello della festa del Patriarca San Giuseppe, era uno dei più sentiti e si materializzava nella condivisione di quella massa di fasci di fraschi e di toppi accatastati che tutti chiamano Luminaria.
Ma questa condivisione non andava al di là del proprio cortile od, al massimo, del proprio quartiere Era conflittuale con tutti gli altri perchè bisognava dimostrare che la propria Luminaria era la più alta di tutte, che bruciava con fiamme più vive di tutte, che durava più a lungo di tutte.
Per giorni, sopratutto i bambini, avevano girato di casa in casa per prenotarsi l'assenso a consegnare la legna per la luminaria da parte degli abitanti del quartiere che tenevano accatastato il loro carburante naturale davanti l'uscio di casa od all'interno della carrittaria che evitava, nel periodo invernale, di assupparisi d'acqua e non essere subito pronto per cucinare o riscaldarsi nell'ampia tannura o nel forno del pane.
Molta della vita dei pachinesi degli anni cinquanta ruotava attorno ai magghiola ed ai toppi ed a loro era condizionata gran parte della sopravvivenza del nucleo familiare che, in caso contrario, aveva la sola via d'uscita dalla fame attraverso l'emigrazione in Europa od in America con speciale preferenza per il Venezuela, l'Argentina, gli Stati Uniti oppure, la più gettonata, il Canada.
Quando l'alberello della vite che in dialetto chiamavano i toppi o i tralci detti magghiola vedevano spuntare i primi grappoli d'uva, i contadini quasi accompagnavano giornalmente il crescere dell'infiorescenza e poi degli acini cercando di capire la quantità di mosto che avrebbe potuto produrre e la consistenza dell'unico reddito della famiglia che avrebbe permesso il pagamento dei debiti accumulati durante l'anno e di farne di nuovi per un altro anno di sopravvivenza familiare.
Il tutto se non arrivava una nottata di peronospora o di liata prodotta dal freddo improvviso che avrebbe bruciato la speranza del nuovo raccolto e mandato sul lastrico l'intera famiglia.
Nel caso di malannata dovuta alle malattie della vite ne godeva la Luminaria di San Giuseppe perchè erano di più i toppi estirpati per la sostituzione del vigneto ed i tralci che potevano finire bruciati assieme alle speranze di vita migliore da parte dei contadini sopratutto se erano semplici affittuari nel feudo del Barone o Marchese o Cavaliere di turno che possedeva le strisce di terra che i contadini chiamavano Lenza dal nome della lunga cordicella che serviva per delimitare i confini o sestare il terreno per stabilire dove piantare le nuove viti.
Quando tutto procedeva regolarmente ed il Signore era stato benevolo con i contadini, i magghiola venivano accatastati in fasci durante la potatura della vite che, di solito, avveniva nel mese di gennaio.
I contadini tagliavano le liane legnose fin quasi l'alberello e lasciavano, a secondo del tipo di vitigno, un certo numero di spuntoni di tralci che venivano imbevuti di una soluzione di solfato di rame per proteggerlo dalle intemperie e dai parassiti e permettere, attorno ad essi, il nuovo germogliare della vite e, con essa,delle nuove speranze.
Finalmente il giorno prima della festa si andava, con carretti improvvisati,a recuperare il maggior numero di fasci di fraschi e legna godendo nel vedere crescere sempre più alta la luminaria del proprio quartiere.
Così come non si trascurava una sortita nelle luminarie degli altri per rendersi conto della quantità e dell'altezza della catasta avversaria.
Se nel quartiere si erano esaurite le disponibilità di legna per la luminaria ed essa sfigurava o non era all'altezza delle altre, allora si ricorreva all'estremo rimedio del furto.
Si escogitavano i trucchi più impensabili per fregare i fasci di frasche accatastate a ridosso dei muri delle case o quelli ancora sui carri in transito o, rimedio estremo, si organizzavano scorribande nelle campagne vicine.
Spesso finiva a corsa sfrenata per evitare l'inseguimento con bastoni branditi ed improperi da parte dei proprietari.
Ma alla fine mitigava tutto il giorno di festa e l'inizio dello scorrere della processione, facendoti sentire materialmente più vicini al Patriarca san Giuseppe e ti auto assolveva dagli eventuali peccati commessi nel nome della parte pagana di una devozione veramente sentita nei confronti del padre putativo di Gesù.
Questa devozione era anche suffragata dai numerosi compaesani, grandi e piccoli, che quel giorno festeggiavano il loro onomastico con il vestito della festa e con una tavola imbandita con maggiore accuratezza del solito.
Anche i meno abbienti potevano godere di un momento di pausa del loro stato di povertà alleviando la fame con il panuzzo di San Giuseppe che le famiglie più facoltose cocevano e regalavano direttamente nelle proprie case o attraverso ceste di vimini piene di pane che veniva distribuito all'interno della Chiesa.
Terminata la processione e la festa con l'ingresso del simulacro del Santo all'interno della sua nicchia di riposo per un altro anno ancora, si dava inizio al fuoco della luminaria attorno a cui si raccoglieva tutto il vicinato per parlare, riscaldarsi e mangiare.
Era festa lo scoppiettio della legna ardente che spesso durava per alcune ore fino a quando, diventando tizzoni accesi, non si utilizzava, attraverso lunghe canne o bastoni appuntiti, per scarfare ( bruciacchiare ) il pane duro ed essere mangiato caldo con l'aggiunta di olio, aglio , peperoncino ed abbondanti bicchieri di vino.
Si diffondeva un dolce odore di pane che veniva poi seguito da quello dei peperoni, olive o melanzane che venivano arrostiti da tutte le famiglie in una sorta di Tannura collettiva anche se ciascuno provvedeva a segnare e delimitare un proprio spazio per cucinare la roba da mangiare la sera o l'indomani in campagna od a casa.
Infine facevano la loro apparizione grosse teste di cipolle che venivano coperte dalla cenere calda per cuocere lentamente qualche volta assieme a qualche caddozzu di salsiccia.
Spesso, nonostante l'approssimarsi della primavera arrivava una sottile pioggerellina che i contadini chiamano " assuppa viddani " ( Inzuppa contadini ) perchè troppo leggera per aprire l'ombrello, ma troppo assidua per non assorbirla quasi a fior di pelle.
Allora si raccoglieva tutto di corsa per infilarsi dentro le case senza però dimenticare di prendere il mangiare sotto la cenere assieme ad una porzione di essa che, messa all'interno di ampi recipienti di terracotta dette conche, avrebbe continuato a scaldare durante la serata per coloro che avrebbero festeggiato in casa la festa con olive, salsiccia, pane arrostito e bicchieri divino per finire poi l’indomani dentro una cesta di vimini piena di biancheria lavata per renderla più pulita e bianca sotto sciacquii di acqua calda.
( Questo " RICORDO" è stato pubblicato sul numero di Febbraio della rivista ARCHE' )
venerdì 12 febbraio 2010
MENO TASSE AI CITTADINI E MAGGIORE ORGANIZZAZIONE DELLE STRUTTURE COMUNALI
Non vi è dubbio che il problema economico della quadratura dei bilanci è la preoccupazione massima di ogni amministrazione comunale che non riesce spesso nemmeno a pagare gli stipendi ai propri dipendenti.
Lo dimostrano fatti recenti come lo sciopero indetto dai dipendenti del comune di Pachino così come le difficoltà di altri comuni a far fronte alle più elementari spese per il funzionamento della macchina comunale.
La risposta che si da a questa situazione è quasi sempre la stessa perchè, sia gli amministratori comunali che i sindaci e la dirigenza, si basano sulle situazioni esistenti e difficilmente riescono ad elaborare risposte più moderne e consone alla soluzione del problema che superi la fase del tamponamento immediato per proiettarsi verso interventi strutturali e di lunga durata.
La strada più facile che molti sindaci intraprendono è quella del sollecito di interventi finanziari straordinari da parte della Regione o dello Stato o di sollecito di somme residue di eventuale credito.
Allo stesso modo si cerca, sia nella parte della tesoreria bancaria che nel gestore delle riscossioni, di farsi anticipare delle somme sugli eventuali futuri versamenti delle imposte pagate dai cittadini.
Naturalmente con interessi da pagare e mettendo i comuni in una condizione di sudditanza sia nei confronti degli istituti bancari che dei soggetti preposti alla riscossione.
Ciò anche se gli uni e gli altri non fanno altro che anticipare eventualmente somme che sono state pagate dai cittadini e di cui spesso ne sono in possesso perchè non ancora versati, per termini contrattuali, ai comuni stessi I comuni che chiedono le anticipazioni si trovano spesso nella condizione di dover pagare interessi sui propri soldi versati attraverso la tassazione o la compartecipazione della spesa dei servizi, dai propri cittadini.
Si capisce che questa non è una visione strategica di gestione delle finanze comunali, ma si affida a soluzioni che risolvono momentaneamente il problema della mancanza di liquidità delle casse comunali, ma ne aggravano ulteriormente la loro incidenza nel tempo.
Spesso si ricorre ad una maggiore tassazione dei cittadini utilizzando ruoli redatti con sistemi insufficienti a ricercare tutti i soggetti destinati al pagamento delle tasse comunali per cui non si fa altro che tassare ulteriormente coloro che già pagano le tasse perchè inseriti già nei ruoli.
Alcuni comuni però stanno, con grande difficoltà, iniziando un discorso di riordino strutturale delle loro finanze e del sistema di tassazione dei cittadini basandosi sul concetto più volte decantato, ma mai attuato dell'allargamento della base imponibile che non solo evita l'aumento della tassazione a chi già paga, ma permette anche di creare le condizioni per una diminuzione del totale della tassazione ai singoli cittadini.
Un esempio di questi comuni che stanno mettendo in atto l'inversione di tendenza è rappresentato dal comune di Ispica che ha approvato una delibera di Giunta con la quale ha messo in atto gli strumenti di gara necessari per la costituzione di una banca dati comunale che sia in condizione di monitorare tutto il patrimonio immobiliare che insiste nel territorio comunale così come la rispondenza dello stesso con i dati catastali, urbanistici, aerofotogrammetrici e delle indicazioni del piano regolatore comunale, dei servizi idrici, elettrici, del gas e di ogni ulteriore dato necessario al raggiungimento di un alto target di qualità e di utilizzo della banca dati.
Già il comune di Noto, disponendo da alcuni anni, di una banca dati impostata su questi criteri, non solo ha una gestione ottimale del proprio territorio e dei tributi ICI e Tarsu, ma il recupero dell’evasione come conseguenza dell’organizzazione ed utilizzo del dato immobiliare, gli hanno permesso non solo di non aumentare il peso della tassazione comunale, ma addirittura di diminuire il livello impositivo sui propri cittadini.
Allora è quindi necessario che ogni comune faccia una capatina oltre il proprio naso ed oltre i propri interessi personali o politici ed affronti il problema della riorganizzazione strutturale del proprio territorio per rispondere alla logica degli interessi della collettività che si identifica con una maggiore e seria gestione delle risorse ed una equa distribuzione del carico fiscale fra tutti i cittadini senza premiare i più furbi e tartassare sempre i più onesti.
Eppure, inspiegabilmente, ancora molti comuni preferiscono campare alla giornata o peggio, privilegiare gli interessi personali rispetto alle esigenze reali dei cittadini.
Lo dimostrano fatti recenti come lo sciopero indetto dai dipendenti del comune di Pachino così come le difficoltà di altri comuni a far fronte alle più elementari spese per il funzionamento della macchina comunale.
La risposta che si da a questa situazione è quasi sempre la stessa perchè, sia gli amministratori comunali che i sindaci e la dirigenza, si basano sulle situazioni esistenti e difficilmente riescono ad elaborare risposte più moderne e consone alla soluzione del problema che superi la fase del tamponamento immediato per proiettarsi verso interventi strutturali e di lunga durata.
La strada più facile che molti sindaci intraprendono è quella del sollecito di interventi finanziari straordinari da parte della Regione o dello Stato o di sollecito di somme residue di eventuale credito.
Allo stesso modo si cerca, sia nella parte della tesoreria bancaria che nel gestore delle riscossioni, di farsi anticipare delle somme sugli eventuali futuri versamenti delle imposte pagate dai cittadini.
Naturalmente con interessi da pagare e mettendo i comuni in una condizione di sudditanza sia nei confronti degli istituti bancari che dei soggetti preposti alla riscossione.
Ciò anche se gli uni e gli altri non fanno altro che anticipare eventualmente somme che sono state pagate dai cittadini e di cui spesso ne sono in possesso perchè non ancora versati, per termini contrattuali, ai comuni stessi I comuni che chiedono le anticipazioni si trovano spesso nella condizione di dover pagare interessi sui propri soldi versati attraverso la tassazione o la compartecipazione della spesa dei servizi, dai propri cittadini.
Si capisce che questa non è una visione strategica di gestione delle finanze comunali, ma si affida a soluzioni che risolvono momentaneamente il problema della mancanza di liquidità delle casse comunali, ma ne aggravano ulteriormente la loro incidenza nel tempo.
Spesso si ricorre ad una maggiore tassazione dei cittadini utilizzando ruoli redatti con sistemi insufficienti a ricercare tutti i soggetti destinati al pagamento delle tasse comunali per cui non si fa altro che tassare ulteriormente coloro che già pagano le tasse perchè inseriti già nei ruoli.
Alcuni comuni però stanno, con grande difficoltà, iniziando un discorso di riordino strutturale delle loro finanze e del sistema di tassazione dei cittadini basandosi sul concetto più volte decantato, ma mai attuato dell'allargamento della base imponibile che non solo evita l'aumento della tassazione a chi già paga, ma permette anche di creare le condizioni per una diminuzione del totale della tassazione ai singoli cittadini.
Un esempio di questi comuni che stanno mettendo in atto l'inversione di tendenza è rappresentato dal comune di Ispica che ha approvato una delibera di Giunta con la quale ha messo in atto gli strumenti di gara necessari per la costituzione di una banca dati comunale che sia in condizione di monitorare tutto il patrimonio immobiliare che insiste nel territorio comunale così come la rispondenza dello stesso con i dati catastali, urbanistici, aerofotogrammetrici e delle indicazioni del piano regolatore comunale, dei servizi idrici, elettrici, del gas e di ogni ulteriore dato necessario al raggiungimento di un alto target di qualità e di utilizzo della banca dati.
Già il comune di Noto, disponendo da alcuni anni, di una banca dati impostata su questi criteri, non solo ha una gestione ottimale del proprio territorio e dei tributi ICI e Tarsu, ma il recupero dell’evasione come conseguenza dell’organizzazione ed utilizzo del dato immobiliare, gli hanno permesso non solo di non aumentare il peso della tassazione comunale, ma addirittura di diminuire il livello impositivo sui propri cittadini.
Allora è quindi necessario che ogni comune faccia una capatina oltre il proprio naso ed oltre i propri interessi personali o politici ed affronti il problema della riorganizzazione strutturale del proprio territorio per rispondere alla logica degli interessi della collettività che si identifica con una maggiore e seria gestione delle risorse ed una equa distribuzione del carico fiscale fra tutti i cittadini senza premiare i più furbi e tartassare sempre i più onesti.
Eppure, inspiegabilmente, ancora molti comuni preferiscono campare alla giornata o peggio, privilegiare gli interessi personali rispetto alle esigenze reali dei cittadini.
lunedì 8 febbraio 2010
L'ORTIGIA PALLAMANO DI CORSA VERSO L'A2

Con una gara quasi perfetta i ragazzi dell'H.C. Ortigia di Palamano hanno espugnato l'ostico campo dell'Aetna di Mascalucia ed hanno allungato il passo al comando della classifica della serie B maschile.
Con sei punti di vantaggio sulla seconda difficilmente gli ortigiani potranno essere raggiunti nelle sei gare che mancano alla fine del campionato per cui si può già pensare che il prossimo anno sarà l'A2 il campionato cui parteciperanno i siracusani.
Certamente sarà un campionato impegnativo, non tanto per motivi tecnici o per il parco giocatori all'altezza del campionato maggiore, ma sicuramente per la parte finanziaria.
Speriamo che altri sponsor si afffiancheranno a quelli già impegnati con l'Ortigia pallamano e che le istituzioni, Comune di Siracusa e Provincia Regionale, ci riservino la stessa attenzione riservata ad altre squadre visto che ne ignoriamo qualsiasi apporto.
Da parte nostra, come dirigenti, non possiamo che confermare lo stesso impegno che, in meno di due anni, ha portato i colori dell'Ortigia e della Pallamano siracusana dalla serie C alla serie A2 senza perdere, fino ad oggi, nessuna gara ufficiale.
Da non sottovalutare che la nostra squadra dell'Ortigia è composta da giocatori tutti siracusani e della provincia e da tecnici locali.
Un vanto che riaccende la fiamma della tradizione, basta vedere i numerosi spettatori che sono presenti sugli spalti del tensostatico, della Pallamano siracusana nel contesto delle squadre che contano.
Con sei punti di vantaggio sulla seconda difficilmente gli ortigiani potranno essere raggiunti nelle sei gare che mancano alla fine del campionato per cui si può già pensare che il prossimo anno sarà l'A2 il campionato cui parteciperanno i siracusani.
Certamente sarà un campionato impegnativo, non tanto per motivi tecnici o per il parco giocatori all'altezza del campionato maggiore, ma sicuramente per la parte finanziaria.
Speriamo che altri sponsor si afffiancheranno a quelli già impegnati con l'Ortigia pallamano e che le istituzioni, Comune di Siracusa e Provincia Regionale, ci riservino la stessa attenzione riservata ad altre squadre visto che ne ignoriamo qualsiasi apporto.
Da parte nostra, come dirigenti, non possiamo che confermare lo stesso impegno che, in meno di due anni, ha portato i colori dell'Ortigia e della Pallamano siracusana dalla serie C alla serie A2 senza perdere, fino ad oggi, nessuna gara ufficiale.
Da non sottovalutare che la nostra squadra dell'Ortigia è composta da giocatori tutti siracusani e della provincia e da tecnici locali.
Un vanto che riaccende la fiamma della tradizione, basta vedere i numerosi spettatori che sono presenti sugli spalti del tensostatico, della Pallamano siracusana nel contesto delle squadre che contano.
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venerdì 5 febbraio 2010
IL MIO ARTICOLO" IL CICLONE CANOSSIANI A PACHINO " PUBBLICATO SUL GIORNALE UFFICIALE DELLA CONGREGAZIONE

Devo confessare di avere avuto immenso piacere misto ad un brivido di commozione leggere il mio articolo " Il ciclone Canossiani a Pachino ", già pubblicato sulla rivista Archè e sul mio Blog, sul numero 4 del trimestrale " Il Foglietto " dell'Istituto dei Canossiani che viene stampato a Verona.
Ma sopratutto perchè è diretto da Padre Modesto Giacon, primo parroco dei Canossiani della parrocchia San Corrado di Pachino ed ex Padre Generale della Congregazione. E' stata la conferma che, questo semplice articolo che ha esternato ricordi in me indelebili di quel periodo storico e spirituale di Pachino è stato ampiamente condiviso ed apprezzato da coloro che hanno vissuto quelle stesse emozioni. Sopratutto l'apprezzamento è stato evidenziato dai sacerdoti della parrocchia e dal nostro ormai vecchio, ma sempre amato parroco Padre Modesto.
Grazie. Non potevo chiedere di più.
Ma sopratutto perchè è diretto da Padre Modesto Giacon, primo parroco dei Canossiani della parrocchia San Corrado di Pachino ed ex Padre Generale della Congregazione. E' stata la conferma che, questo semplice articolo che ha esternato ricordi in me indelebili di quel periodo storico e spirituale di Pachino è stato ampiamente condiviso ed apprezzato da coloro che hanno vissuto quelle stesse emozioni. Sopratutto l'apprezzamento è stato evidenziato dai sacerdoti della parrocchia e dal nostro ormai vecchio, ma sempre amato parroco Padre Modesto.
Grazie. Non potevo chiedere di più.
giovedì 4 febbraio 2010
RICHIESTA AL COMUNE DI PACHINO L'INTITOLAZIONE DI UNA VIA A SALVATORE DI PIETRO
Questa mattina ho presentato, anche a firma del vice presidente dell'Associazione Pachinesi nel mondo, Corrado Di Pietro, una richiesta al comune di Pachino per la intitolazione di una via o piazza al poeta pachinese Salvatore Di Pietro.
Questa richiesta formale fa seguito a quanto da me chiesto, quale presidente dell'Associazione, al Sindaco di Pachino in occasione dell'incontro conviviale che abbiamo tenuto a Siracusa a fine mese di gennaio.
In quell'occasione il Sindaco, assieme all'assessore Corrado Bufardeci, ha dichiarato la propria disponibilità ad esaudire la richiesta.
Assieme alla richiesta abbiamo allegato una relazione sulla vita e le opere di Salvatore di Pietro che abbiamo già pubblicato in questo blog che gli interessati possono leggere..
Questa richiesta formale fa seguito a quanto da me chiesto, quale presidente dell'Associazione, al Sindaco di Pachino in occasione dell'incontro conviviale che abbiamo tenuto a Siracusa a fine mese di gennaio.
In quell'occasione il Sindaco, assieme all'assessore Corrado Bufardeci, ha dichiarato la propria disponibilità ad esaudire la richiesta.
Assieme alla richiesta abbiamo allegato una relazione sulla vita e le opere di Salvatore di Pietro che abbiamo già pubblicato in questo blog che gli interessati possono leggere..
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lunedì 1 febbraio 2010
L' ORTIGIA PALLAMANO SOLA AL COMANDO

L' Ortigia Pallamano vince per 27 a 19 la gara con la pallamano Mascalucia e balza in testa alla classifica del campionato di serie B in solitario togliendosi il fiato dell'Aetna Mascalucia che, pareggiando proprio a Siracusa, era rimasta in testa assieme agli ortigiani per tutto il girone.
Però, mentre l'Ortigia vinceva a Mascalucia, l'Aetna usciva sconfitta dal confronto con il Caltanissetta ed il sorpasso era cosa fatta.
Adesso gli arestusei devono solo continuare il loro campionato come hanno fatto fino adesso e cioè senza perdere nessun incontro per ritrovarsi promossi in serie A2.
Non è un'impresa difficile visto che l'Ortigia non ha mai perso una partita di campionato sia in serie c che in B. Visto anche che basterà non perdere contro l'Aetna Mascalucia per non avere più rivali fino alla promozione in serie A2.
Però, mentre l'Ortigia vinceva a Mascalucia, l'Aetna usciva sconfitta dal confronto con il Caltanissetta ed il sorpasso era cosa fatta.
Adesso gli arestusei devono solo continuare il loro campionato come hanno fatto fino adesso e cioè senza perdere nessun incontro per ritrovarsi promossi in serie A2.
Non è un'impresa difficile visto che l'Ortigia non ha mai perso una partita di campionato sia in serie c che in B. Visto anche che basterà non perdere contro l'Aetna Mascalucia per non avere più rivali fino alla promozione in serie A2.
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sabato 30 gennaio 2010
SERATA SUL POETA "SALVATORE DI PIETRO" DELL'ASSOCIAZIONE PACHINESI NEL MONDO

Venerdì 29 gennaio si è svolta a Siracusa la serata conviviale dell'Associazione Pachinesi nel mondo presso con la presenza del Sindaco di Pachino Paolo Bonaiuto e dell'assessore ai lavori pubblici Corrado Bufardeci. In apertura il presidente Pippo Bufardeci ha illustrato le motivazioni della serata, ha ringraziato gli ospiti per la loro presenza ed ha chiesto al Sindaco di intitolare una via cittadina al poeta Salvatore Di Pietro così come ha preannunciato che l'Associazione, in occasione del ventesimo anniversario della morte del poeta, intende organizzare un Convegno a Pachino per fare conoscere le opere e la storia di Salvastore Di Pietro. Ha altresì annunciato che la prossima riunione si terrà verso metà marzo ed avrà, come tema, " La funzione della donna nella poesia dialettale siciliana". E' stata quindi la volta di corrado di Pietro che ha illustrato la vita, le opere e la collocazioen di Salvatore Di Pietro nel contesto culturale della Sicilia del Novecento. Il Sindaco di Pachino, Paolo Bonaiuto, ha parlato delle iniziative prese dal comune di Pachino nell'ambito delle manifestazioni previste per celebrare il 250° anniversario della fondazione. Ha dato poi la sua disponibilità sia per la intitolazione di una strada che per lo svolgimento di un Convegno sul poeta Salvatore di Pietro.
La serata è poi proseguita con la cena conviviale.
( alcune foto della serata possono vedersi sul gruppo di facebook " Pachinesi nel mondo " )
La serata è poi proseguita con la cena conviviale.
( alcune foto della serata possono vedersi sul gruppo di facebook " Pachinesi nel mondo " )
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martedì 26 gennaio 2010
SALVATORE DI PIETRO: LA VITA E LE OPERE DI UN POETA PACHINESE

SALVATORE DI PIETRO (Pachino 18 agosto 1906 – Viterbo 13 febbraio 1990) è una delle voci poetiche più alte della poesia dialettale siciliana del secondo novecento. È autore di 12 raccolte poetiche, di 6 commedie e di numerose canzoni; quasi tutte le opere sono scritte in dialetto siciliano e si incentrano su aspetti della vita contadina o sui temi della natura e dell’idillio, non trascurando le problematiche sociali come l’industrializzazione, le inquietudini esistenziali, i conflitti generazionali e lavorativi. Poeta attento alla storia e sensibile alla religiosità più profonda dell’uomo, Salvatore Di Pietro ha rappresentato anche un punto di riferimento sicuro per intere generazioni di poeti siciliani, che a lui si sono ispirati dal punto di vista dello stile e della poetica.
Le sue esperienze artistiche cominciano con il teatro, proprio sui palcoscenici mobili che si avvicendano, negli anni venti, nella grande piazza di Pachino, assieme a numerose e qualificate compagnie, fra le quali va ricordata quella di Giovanni Grasso in cui il nostro fece qualche recita come attor giovane. È il primo grande impatto con la cultura teatrale dialettale e certamente si deve a questa esperienza la sua inclinazione a scrivere testi teatrali.
Nel 1926, per motivi di lavoro, lascia Pachino e si trasferisce a Catania, dove rimane fino al 1962. A Catania il giovane Di Pietro si forma culturalmente e poeticamente; le sue prime composizioni appaiono sul "Giornale dell'Isola", tenute a battesimo dal suo amico e compaesano Vitaliano Brancati.
Diventa collaboratore di giornali e della Rai dove cura i due programmi siciliani "Sicilia canta", e "Mungibeddu è ccà"; scrive numerose canzoni con i maestri Emanuele Calì e Giuseppe Terranova, canzoni che vincono tanti festival e diventano molto popolari ("Varcuzza mia" e "Maruzzedda" fra le più note): diventa animatore culturale e, inserito nella commissione del Circolo Artistico di Catania, propone recitals, conferenze, incontri letterari. Fu lui a invitare Quasimodo a tenere un recital nei locali del circolo proprio qualche mese prima che gli venisse conferito il premio Nobel, con straordinaria intuizione delle qualità poetiche del siracusano quando ancora in Sicilia non era molto apprezzata l'opera quasimodea.
Nel '36 esce a Catania il suo primo volume "Acqua di l'Anapu" che raccoglie le composizioni giovanili con particolare riferimento alla terra siracusana.
Dodici anni dopo, nel 1948, col patrocinio della Società Scrittori e Artisti di Palermo e le edizioni Zisa, vede la luce "Alveare" che conquista la medaglia d'oro al "Premio Sicilia".
L'eco di questo successo gli procura l'attenzione della critica siciliana e Federico De Maria, Guglielmo Lo Curzio, Antonio Corsaro, Rosario Marchese lo salutano come una delle voci più pure della poesia siciliana. Ancora a Catania, nel 1958, viene dato alle stampe "Muddichi di suli" in cui la favolistica morale del Di Pietro raggiunge i suoi più alti esiti. I critici Ermanno Scuderi (che già si era interessato al Verga in un memorabile libro che pose all'attenzione mondiale l'autore de "I Malavoglia") e Vincenzo Di Maria, uno dei maggiori conoscitori della poesia siciliana, si interessano alla poesia del Di Pietro e ne parlano diffusamente in vari scritti.
Con le edizioni Nuovo Cracas in Roma esce nel 1963 "Tuta di villutu" (traduzione in italiano di Ermanno Scuderi). Lo scrittore e poeta Giuseppe Villaroel, presentando questa raccolta, così scrive: "La poesia dialettale siciliana, per merito di un poeta che ha osato svecchiare l'antica materia già trita e ritrita anche se con notevole arte dei Cantori del primo Novecento, entra in una fase della sua vitalità e si lega alla cultura e alla sensibilità moderna con moduli davvero nuovi e inattesi, senza tradire né la vitalità stessa della fantasia ispiratrice, né la musicalità e il ritmo necessari all'espressione e alla condizione umana e sensitiva del popolo".
Durante questo lungo periodo catanese vengono scritte tre opere di teatro: "Il berretto goliardico", "La colata al pantano” e “Il sole della sera" (inedite).
Intanto, morta la prima moglie nel '61, si trasferisce nel '62 a Viterbo, dove si risposa nel 1964. A Viterbo si inserisce presto nella cerchia della cultura laziale; gli viene affidata la presidenza della Tuscia Dialettale e la vice-presidenza dell'Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali. A questa sua nuova città dedica l'unico volume di liriche in lingua, "Viterbo in onda verde" Ed. Unione 1970, presentato da S. Vismara con una lettera di Bonaventura Tecchi.
Il periodo viterbese è il più prolifico: nel 1974 esce a Catania per l'editrice Giannotta "Diu s'è fattu di ferru" e nel 1975, sempre a Catania (con la quale non ha mai interrotto i contatti) esce per la Edigraf "La tratta di li brunni", "sette poesie per un grido di giustizia" come ebbe a definirle lo stesso autore, "un grido solo, per far capire a certa massa sprovveduta la causa che genera certi fenomeni, l'origine storica d'una piaga sociale millenaria" .
Nel 1977, P.L. Rebellato pubblica a Padova "È nuovamente giorno": seguono nel 1984 "Pueta e tempu", Ed. Greco Catania con prefazione di Ermanno Scuderi, e "Immagini" nel 1986, Ed. Mario dell'Arco in Roma con presentazione di Giovanni Tesio.
Nel 1988, per i tipi della Editrice Pungitopo di Marina di Patti (ME), viene pubblicato "Supra righi di zebra" mentre l'ultima sua opera, scritta pochi mesi prima di morire, "Vangelu zingaru", vede la luce in occasione del decennale della sua morte, con il patrocinio del comune di Pachino.
Questa intensa attività poetica e l'alto valore della sua poesia lo lanciano nel panorama nazionale dei dialettali d'Italia. Gli giungono riconoscimenti da ogni parte, vince numerosi concorsi nazionali fra cui vogliamo ricordare il "Trofeo Recoaro Terme" nel 1964 e il "San Domenichino" a Marina di Massa nel I968.
Scrive altre tre opere per il teatro in dialetto: "La serra granni", "Insegne luminose", "Sciascialà", anche queste inedite.
Le sue poesie figurano in numerose antologie, la più importante delle quali è "Le parole di legno", curata da Giovanni Tesio e Mario Chiesa per la collana degli Oscar Mondadori. Muore a Viterbo il 13 febbraio 1990.
ps. IL POETA SALVATORE DI PIETRO VERRA' RICORDATOA SIRACUSAVENERDI' 29 GENNAIO NELL'INCONTRO CONVIVIALE DELL'ASSOCIAZIONE PACHINESI NEL MONDO )
Le sue esperienze artistiche cominciano con il teatro, proprio sui palcoscenici mobili che si avvicendano, negli anni venti, nella grande piazza di Pachino, assieme a numerose e qualificate compagnie, fra le quali va ricordata quella di Giovanni Grasso in cui il nostro fece qualche recita come attor giovane. È il primo grande impatto con la cultura teatrale dialettale e certamente si deve a questa esperienza la sua inclinazione a scrivere testi teatrali.
Nel 1926, per motivi di lavoro, lascia Pachino e si trasferisce a Catania, dove rimane fino al 1962. A Catania il giovane Di Pietro si forma culturalmente e poeticamente; le sue prime composizioni appaiono sul "Giornale dell'Isola", tenute a battesimo dal suo amico e compaesano Vitaliano Brancati.
Diventa collaboratore di giornali e della Rai dove cura i due programmi siciliani "Sicilia canta", e "Mungibeddu è ccà"; scrive numerose canzoni con i maestri Emanuele Calì e Giuseppe Terranova, canzoni che vincono tanti festival e diventano molto popolari ("Varcuzza mia" e "Maruzzedda" fra le più note): diventa animatore culturale e, inserito nella commissione del Circolo Artistico di Catania, propone recitals, conferenze, incontri letterari. Fu lui a invitare Quasimodo a tenere un recital nei locali del circolo proprio qualche mese prima che gli venisse conferito il premio Nobel, con straordinaria intuizione delle qualità poetiche del siracusano quando ancora in Sicilia non era molto apprezzata l'opera quasimodea.
Nel '36 esce a Catania il suo primo volume "Acqua di l'Anapu" che raccoglie le composizioni giovanili con particolare riferimento alla terra siracusana.
Dodici anni dopo, nel 1948, col patrocinio della Società Scrittori e Artisti di Palermo e le edizioni Zisa, vede la luce "Alveare" che conquista la medaglia d'oro al "Premio Sicilia".
L'eco di questo successo gli procura l'attenzione della critica siciliana e Federico De Maria, Guglielmo Lo Curzio, Antonio Corsaro, Rosario Marchese lo salutano come una delle voci più pure della poesia siciliana. Ancora a Catania, nel 1958, viene dato alle stampe "Muddichi di suli" in cui la favolistica morale del Di Pietro raggiunge i suoi più alti esiti. I critici Ermanno Scuderi (che già si era interessato al Verga in un memorabile libro che pose all'attenzione mondiale l'autore de "I Malavoglia") e Vincenzo Di Maria, uno dei maggiori conoscitori della poesia siciliana, si interessano alla poesia del Di Pietro e ne parlano diffusamente in vari scritti.
Con le edizioni Nuovo Cracas in Roma esce nel 1963 "Tuta di villutu" (traduzione in italiano di Ermanno Scuderi). Lo scrittore e poeta Giuseppe Villaroel, presentando questa raccolta, così scrive: "La poesia dialettale siciliana, per merito di un poeta che ha osato svecchiare l'antica materia già trita e ritrita anche se con notevole arte dei Cantori del primo Novecento, entra in una fase della sua vitalità e si lega alla cultura e alla sensibilità moderna con moduli davvero nuovi e inattesi, senza tradire né la vitalità stessa della fantasia ispiratrice, né la musicalità e il ritmo necessari all'espressione e alla condizione umana e sensitiva del popolo".
Durante questo lungo periodo catanese vengono scritte tre opere di teatro: "Il berretto goliardico", "La colata al pantano” e “Il sole della sera" (inedite).
Intanto, morta la prima moglie nel '61, si trasferisce nel '62 a Viterbo, dove si risposa nel 1964. A Viterbo si inserisce presto nella cerchia della cultura laziale; gli viene affidata la presidenza della Tuscia Dialettale e la vice-presidenza dell'Associazione Nazionale Poeti e Scrittori Dialettali. A questa sua nuova città dedica l'unico volume di liriche in lingua, "Viterbo in onda verde" Ed. Unione 1970, presentato da S. Vismara con una lettera di Bonaventura Tecchi.
Il periodo viterbese è il più prolifico: nel 1974 esce a Catania per l'editrice Giannotta "Diu s'è fattu di ferru" e nel 1975, sempre a Catania (con la quale non ha mai interrotto i contatti) esce per la Edigraf "La tratta di li brunni", "sette poesie per un grido di giustizia" come ebbe a definirle lo stesso autore, "un grido solo, per far capire a certa massa sprovveduta la causa che genera certi fenomeni, l'origine storica d'una piaga sociale millenaria" .
Nel 1977, P.L. Rebellato pubblica a Padova "È nuovamente giorno": seguono nel 1984 "Pueta e tempu", Ed. Greco Catania con prefazione di Ermanno Scuderi, e "Immagini" nel 1986, Ed. Mario dell'Arco in Roma con presentazione di Giovanni Tesio.
Nel 1988, per i tipi della Editrice Pungitopo di Marina di Patti (ME), viene pubblicato "Supra righi di zebra" mentre l'ultima sua opera, scritta pochi mesi prima di morire, "Vangelu zingaru", vede la luce in occasione del decennale della sua morte, con il patrocinio del comune di Pachino.
Questa intensa attività poetica e l'alto valore della sua poesia lo lanciano nel panorama nazionale dei dialettali d'Italia. Gli giungono riconoscimenti da ogni parte, vince numerosi concorsi nazionali fra cui vogliamo ricordare il "Trofeo Recoaro Terme" nel 1964 e il "San Domenichino" a Marina di Massa nel I968.
Scrive altre tre opere per il teatro in dialetto: "La serra granni", "Insegne luminose", "Sciascialà", anche queste inedite.
Le sue poesie figurano in numerose antologie, la più importante delle quali è "Le parole di legno", curata da Giovanni Tesio e Mario Chiesa per la collana degli Oscar Mondadori. Muore a Viterbo il 13 febbraio 1990.
ps. IL POETA SALVATORE DI PIETRO VERRA' RICORDATOA SIRACUSAVENERDI' 29 GENNAIO NELL'INCONTRO CONVIVIALE DELL'ASSOCIAZIONE PACHINESI NEL MONDO )
domenica 24 gennaio 2010
ANCHE I BABY ORTIGIA PRIMI IN CLASSIFICA NELLA PALLAMANO UNDER 14

Se il buon giorno si vede dal mattino anche i giovanissimi Under 14 dell'Ortigia Pallamano sono destinati a seguire le orme vittoriose della prima squadra.
Difatti i Baby ortigiani guidano la classifica del loro campionato under 14 dopo la sonante vittoria otenuta in trasferta sulla capolista Lineri con il punteggio di 18 a 14. si tratta di giovanissimi che, sotto la guida dell'allenatore Andrea Cuzzupè, hanno cominciato da poco, ma con ottimi risultati, il loro approccio con la pallamano e con lo staff tecnico dell'Ortigia.
Quindi i ricambi siracusani per continuare i successi,di una squadra tutta siracusana, sono già alle porte con forti motivazioni e potenzialità per assicurare un futuro alla pallamano siracusana degna dei fasti del passato e di quelli che il presente lascia intravedere.
Difatti i Baby ortigiani guidano la classifica del loro campionato under 14 dopo la sonante vittoria otenuta in trasferta sulla capolista Lineri con il punteggio di 18 a 14. si tratta di giovanissimi che, sotto la guida dell'allenatore Andrea Cuzzupè, hanno cominciato da poco, ma con ottimi risultati, il loro approccio con la pallamano e con lo staff tecnico dell'Ortigia.
Quindi i ricambi siracusani per continuare i successi,di una squadra tutta siracusana, sono già alle porte con forti motivazioni e potenzialità per assicurare un futuro alla pallamano siracusana degna dei fasti del passato e di quelli che il presente lascia intravedere.
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