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venerdì 29 luglio 2022

 


LA LEGGE ELETTORALE NON È LA POLITICA

MA UNO STRUMENTO ATTUATIVO

Ogni volta che nel nostro Paese si avvicina l’aria elettorale o, come adesso con le politiche, si concretizzano le elezioni, si parla di legge elettorale.

Spesso si parla quasi sempre a sproposito perché, in base alle convenienze, si tira dall’una o dall’altra parte.

Le celte politiche, le aggregazioni fra gruppi e partiti, la scelta dei candidati e l’assetto futuro dello stesso Parlamento, sembrano subordinati solo ed esclusivamente alla legge elettorale che ciascuno interpreta a modo suo o vorrebbe modificare a proprio vantaggio.

Tutti ignorano, o fanno finta di ignorare, che la legge elettorale è solo uno strumento al servizio, non dei partiti, ma del tipo di democrazia che si vuole raggiungere in un determinato Paese.

Difatti, se si vuole raggiungere una democrazia rispondente alle esigenze di partecipazione dei cittadini ed alla rappresentanza in sede politica ed istituzionale delle varie anime sociali e culturali che compongono la società nazionale, si deve fare ricorso al sistema proporzionale puro o corretto.

Nel sistema puro oppure corretto, con uno sbarramento per evitare risultati troppo frastagliati nella composizione della rappresentanza, è determinante ai fini della partecipazione dei cittadini, la possibilità di esprimere la preferenza da parte del cittadino elettore.

Solo così si ha la completezza fra partecipazione e democrazia nonché di rapporto diretto fra elettore ed eletto.

Quindi non un semplice avallo dei cittadini alle scelte effettuate esclusivamente dai gruppi o partiti politici che, non essendo soggetti giuridicamente riconosciuti come prevede la costituzione, limitano il potere democratico dei cittadini.

Quando invece si vuole dare maggiore peso alla stabilità istituzionale ed all’aggregazione fra gruppi politici quasi omogenei, almeno nella maggior parte delle istanze che rappresentano, si usa il sistema maggioritario.

Esso non è altro che un sistema che favorisce le liste che si aggregano con agevolazioni nell’assegnazione degli eletti, con composizione rigide delle liste che rispondono ai desiderata dei capi partito e la scelta del cittadino elettore è nulla rispetto alla valutazione del potenziale eletto perché l’elettore non può esprimere alcuna preferenza.

Il cittadino può solo avallare le scelte operate dai gruppi partitici che non rispondono ad alcuna normativa di controllo, ma solo agli statuti interni di ciascun gruppo politico.

Una specie di teocrazia “de noialtri” che porta a personalizzare sempre più un raggruppamento politico verso un leader che anche in modo paternalistico esercita l’unico rapporto con gli eletti che non sono più subordinati al volere del popolo, ma a quello del capopopolo da cui dipendono le sue performance politiche ed istituzionali.

L’attuazione tecnica di questo metodo elettorale avviene normalmente attraverso collegi elettorali che rappresentano un territorio più o meno vasto ed un certo numero di cittadini.

Anche qui i candidati non vengono scelti dai cittadini, ma dai gruppi dirigenti dei partiti o dal loro capo.

Gli elettori più fortunati ad esercitare il loro diritto di partecipazione alla scelta dei potenziali componenti gli organismi parlamentari sono quelli la cui legge elettorale prevede il ballottaggio fra i due candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti nei collegi elettorali.

La legge elettorale che vige attualmente in Italia, detta volgarmente rosatellum, non prevede ballottaggi nei collegi elettorale per cui l’elettore non può esercitare una propri scelta diretta.

Prevede invece un sistema misto, con collegi maggioritari e per circa il 60% degli eletti avviene con un sistema proporzionale che però non prevede alcuna preferenza da parte dell’elettore e la posizione in lista dei candidati è rigida ed indicativa dei potenziali eleggibili solo in base alla loro posizione in lista.

Questa non partecipazione diretta dei cittadini attraverso il voto di preferenza ed il fatto che rappresentano solo numeri votanti come fossero delle mummie di un processo formale di democrazia è forse il primo motivo che scatena il grave assenteismo nelle varie votazioni per cui la rappresentanza è solo espressa dalla volontà coatta di una minoranza sempre più ridotta di elettori.

Quindi ridiamo credibilità ai partiti ed alle istituzioni restituendo il giusto ruolo al sistema politico – istituzionale che si vuole attuare e consideriamo la legge elettorale utile solo alla concretizzazione del sistema scelto uscendo dall’equivoco che ci indica come un Paese di grande democrazia, ma che il sistema elettorale non partecipato la sminuisce nei fatti.

Così come la politica ancorata al personalismo ed alla difesa degli interessi di parte la rende vulnerabile perché non fatta propria dalla maggioranza dei cittadini che avrebbero diritto al voto e monopolizzata da minoranze di elettori spesso non rappresentativi di programmi e visioni strategiche di scelte collettive, ma ancorati all’effimero particolare.

 

Siracusa 29/07/2022                                                                  Pippo Bufardeci

 

mercoledì 30 dicembre 2020

 

DOPO ELEZIONI E REFERENDUM, ADESSO L’ITALIA REALE

 

l’abbuffata elettorale ha attraversato il Paese e la politica con la solita scia di inutili discussioni frutto del degrado in cui si trova ormai la società italiana nel suo complesso.

Tutti vincitori, tutti capaci di essere gli unici depositari del consenso e della volontà dei cittadini, tutti con il carniere pieno di ricette miracolose per risolvere i problemi del Paese, ma nessuno in grado di indicare una prospettiva concreta e fattibile di ripresa del nostro sistema sociale ed economico.

Tutto questo in una fase storica che dovrà necessariamente distinguersi per la capacità di individuare e realizzare una visione strategica del progetto di crescita del nostro Paese alla luce del futuro riassetto degli equilibri mondiali.

Ciò dopo la forte crisi economica che abbiamo vissuto nel decennio precedente e la subdola incidenza del coronavirus che dobbiamo metabolizzare come un tornado non solo di natura sanitaria, ma sociale, economico e politico – istituzionale.

Serve quindi un Governo che abbandoni i retaggi di natura ideologica su alcune scelte importanti che rischiano di bloccare decisioni capaci di incidere su vitali settori del sistema Paese e serve soprattutto una visione del fare che non punti a mettere l’etichetta di questa o di quella forza che sostiene l’esecutivo, ma l’insieme della maggioranza che ne permette la tenuta.

Per fare questo serve una riquadratura organizzativa e propositiva di tutte le forze politiche capaci di privilegiare il progetto complessivo di crescita dell’intero Paese non subordinato agli interessi dei territori forti né agli slogans ad effetto.

Ma serve anche una opposizione che si cimenti per essere forza di Governo e non semplicemente barricadiera, amplificatrice di timori e paure o conflittuale con tutti e su tutto.

E’ difficile costruire dopo che si è distrutto anche da parte di chi si ritiene capace di risolvere tutti i problemi.

Ritengo che nei due schieramenti di governo e di opposizione ci siano forze politiche ed elementi singoli capaci di svolgere un ruolo di moderazione e di azione che veda come prioritario l’interesse del Paese rispetto a quello delle singole forze politiche.

Il confronto sulle strategie da mettere in campo e sulle cose da fare diventa ancora più necessario ed utile se si considera che, alla fine della tornata elettorale, finita in parità numerica, il rapporto Stato Regioni non può essere imposto da nessuno in quanto la variegata gestione politica delle regioni, impone un confronto serrato, ma serio e conducente allo sviluppo globale dell’intera comunità nazionale.

Le recenti elezioni hanno anche evidenziato una debolezza politica del Governo che, paradossalmente, diventa la sua forza d’azione in quanto l’esito del referendum che diminuisce il numero dei parlamentari assicura una durata d’azione che potrà portare fino alla data di chiusura costituzionale della legislatura.

Ecco perché, da parte del Governo, è necessario rendere noto il programma di cose da fare con tempi e finanziamenti individuati per permettere il controllo da parte delle opposizioni, ma soprattutto da parte dei cittadini che devono essere partecipi e corresponsabili degli sforzi che necessita l’attuale momento storico per rimettere in carreggiata, tutti insieme, il veicolo Italia.                                                                                 

Ma assieme alla individuazione dei progetti di sviluppo da realizzare, bisogna che il Governo elabori una nuova normativa sugli enti locali che ne permetta il funzionamento e la capacità finanziaria per rispondere ai problemi del mantenimento della struttura e dei servizi da erogare ai cittadini.

La normativa deve dare assicurazioni che non venga mai meno il controllo popolare dell’ente locale in quanto essendo il primo organo costituzionale che si confronta con le esigenze dei cittadini non può subire, per normative poco accorte come lo scioglimento o per motivi di mafia non appurati da organismi della magistratura o per negligenza degli amministratori e consiglieri che determinano lo scioglimento degli Enti, si possa arrivare a gestioni solitarie dei sindaci o di commissari nominati per gestire comunità senza confronto con i cittadini.

 Nell’un caso o nell’altro bisogna che, rimasti solo i sindaci, si provveda all’immediata rielezione dei consigli comunali o nel caso dei commissari si elegga una rappresentanza cittadina capace di essere attiva sia nel controllo che nelle proposte.

In tutti e due i casi si eviterebbe il sospetto che, senza un controllo istituzionale da parte dei cittadini, si possa avere il sospetto che l’interlocuzione non controllata democraticamente possa lasciare la gestione dell’Ente all’influenza di gruppi economici, massonici o delinquenziali che potrebbero avere vita più facile nel convincere pochi esponenti delle istituzioni.

Anzi, gli organismi elettivi, a livello locale, dovrebbero essere più numerosi nel numero dei rappresentanti per evitare connivenze dei pochi e indicare una normativa chiara su compiti e responsabilità.

Anche l’aspetto giuridico relativo al compenso va inquadrato come attività di servizio del consigliere verso il proprio paese e remunerato solo con il gettone di presenza nelle riunioni di consiglio comunale.

Vi è molta carne al fuoco che presuppone capacità politica e gestionale da parte dei rappresentanti dei cittadini che devono essere, non solo preparati al ruolo che dovranno svolgere, ma anche scelti direttamente dagli elettori con la preferenza e non nominati dai capi e capetti di turno dei partiti.

 Pippo Bufardeci 28/09/2020

(Per il periodico Timeout di Siracusa)

 

 

 

 

 

 

mercoledì 17 luglio 2019


L’INCLUSIONE MONOLITICA E’  NEGATIVA PER IL PARTITO DEMOCRATICO

Se l’offerta politica che non abbia come marchio la destra si riduce alla sola sinistra, non vi sarà spazio per una maggioranza non di destra perché sarà destinata ad essere minoranza.
Il PD che vuole essere inclusivo di tutte le realtà non di destra commette un grave errore politico e strategico perché offre agli elettori una prospettiva di voto omologata e senza possibilità di scelte diverse all’interno della potenziale maggioranza se non attraverso un dibattito correntizio interno che sarà sempre di parte e marginale.
Le alternative di crescita per il PD, che vuole diventare maggioranza di Governo, non passano attraverso una nostalgica riedizione della sinistra, che l’elettorato ha dimostrato di non apprezzare e votare tantè che la rappresentanza politica a sinistra del PD si è ridotta al lumicino e alla quasi inesistenza, ma attraverso la ricerca di vie nuove sul piano della proposta politica e sulla crescita di alleanze accattivanti per gli elettori.
In tempi immediati, se il PD continua a ripetere che bisogna arrivare ad una crisi di governo, la risposta conseguente, in termini di alleanze, non può che essere quella di un accordo con i cinque stelle anche se attraverso una nuova fase elettorale che possa stemperare gli attuali attriti fra i due partiti.
Senza questo accordo preventivo il PD che continua a proporre come alternativa il solo auspicio della caduta del governo non fa altro che consegnare il Paese alla destra a guida Salvini.
Di contro, con l’attuale situazione, il rischio per un’alleanza PD - 5 stelle è quello della disaffezione e dell’abbandono di fasce di elettorato che non si sentono rappresentate da questi due partiti nella loro totalità e si rifugiano nell’astensione se non in una scelta di centro destra.
Bisogna quindi dare un’alternativa a questa fascia di elettorato molto consistente che non vuole andare a destra con leader Salvini, ma che non vuole nemmeno diventare funzionale ad un disegno strategico elaborato solo da PD e cinque stelle senza una mediazione di sicurezza di una terza forza che non può non avere radici centriste.
L’errore, a mio avviso, che ha commesso Calenda nel destare la speranza, avvalorate da disponibilità di voti di elettori non legati alla storia della sinistra, che ci potesse essere una forza politica capace di rappresentarli anche in uno schieramento avente come alleato il PD, è stato quello di inserirsi nella lista PD non come alleato autonomo, ma come organico allo stesso PD.
Vi sono ancora margini di recupero di Calenda della sua posizione originaria, ma il tempo gioca un ruolo importante.
L’avvento di Zingaretti e la sua strategia di inclusione di tutti i possibili ambienti, ma sotto le bandiere del PD è destinato quindi a consumarsi negativamente alla prima occasione di scontro elettorale.
Bisogna perciò elaborare, assieme ad una valida proposta politica, una strategia di alleanze che possa coinvolgere il maggior numero di istanze e di voti dei cittadini con soggetti politici diversi, ma alleati e che non sono satelliti inclusi nel calderone del partito democratico.
17/07/2019                                                                                                                   Pippo Bufardeci




martedì 3 luglio 2018


PASSARE DALLE FAIDE PREELETTORALI AL LAVORO DI SERVIZIO PER LA CITTA’

Le recenti elezioni comunali che si sono svolte nella città di Siracusa hanno spazzato via molte certezze e determinato condizioni di quadro politico ed amministrativo impensabile qualche mese fa.
La giunta uscente del sindaco Garozzo era stata presentata, senza peraltro esagerare, come invisa alla città ed incapace di creare le condizioni di una riconferma tantè che lo stesso Garozzo aveva sentito la necessità politica di farsi da parte affidando lo scettro della lotta politica al suo vice Italia che a molti poteva dare la sensazione di una chiamata di responsabilità e di correità.
In questo quadro d’inizio non giocava bene nemmeno la sconfitta politica del partito democratico ed il suo ridimensionamento a livello nazionale.
Le situazioni obiettive in cui si trovava il partito a Siracusa non lasciavano presagire nulla di nuovo se si considera che viveva una profonda spaccatura che, in fase di presentazione delle liste, si è materializzata con la formazione di una squadra ufficiale forte di un deputato regionale appena eletto e supportato dalla lista civica “Presenza Cittadina”.
La squadra spuria era costituita dai seguaci del sindaco Garozzo che, estromessi dall’ufficialità dell’essere piddini, cercava una propria consistenza di quasi affermazione di presenza politica almeno nel contesto cittadino.
Il centro destra invece si coagulava, non senza fatica, sul candidato Ezechia Paolo Reale cui si voleva dare una seconda possibilità non avendo superato la prova ballottaggio nelle precedenti elezioni comunali anche se, nel frattempo, aveva fatto parte, in qualità di assessore, della giunta di sinistra presieduta da Crocetta in antitesi con le forze di centro destra.
Di queste forze di minoranza regionale aveva fatto parte l’on. Enzo Vinciullo dando il suo fattivo contributo in termini politici e di esperienza.
Logica politica avrebbe voluto che Vinciullo rappresentasse il centro destra nella sfida elettorale comunale sia perché da molti riconosciuto capace di svolgere con grande competenza il ruolo stesso, sia per la dimostrazione di forza in termini di voti personali che aveva palesato nelle recenti elezioni regionali.
Tutto ciò, per logiche politiche che spesso gli elettori non capiscono, aveva portato ad uno schieramento finale che aveva visto coagularsi un insieme di liste, attorno alla candidatura di Reale di una potenza tale da poterle assicurare l’elezione direttamente senza che si passasse dal ballottaggio.
I risultati della prima votazione stavano per fare avverare la previsione se non fosse successo l’incidente dovuto ad un insieme di voti disgiunti che hanno portato il candidato sindaco Reale ad avere meno voti dello schieramento e di sfiorare la fatidica soglia del 40% capace di assicurargli la vittoria al primo turno.
Il ballottaggio, affrontato dal centro destra con l’euforia della vittoria facile, vista la distanza fra Reale ed il candidato del PD Italia, è stato considerato quasi una formalità.
Per questo non si sono tenuti in debito conto almeno due fattori importanti.
Il primo rappresentato dalla dimostrata poca empatia fra il candidato sindaco Reale ed i cittadini siracusani.
Il secondo dalla caduta di tensione e di spirito battagliero da parte degli eletti nelle liste del centro destra e da parte dei non eletti.
Ciò dovuto al fatto che, avendo le liste collegate a Reale superato il 50% dei voti validi espressi dopo la sottrazione dei voti delle liste che non avevano superato il 5% necessario per assicurarsi la presenza in consiglio comunale, i giuochi erano già fatti e conclusi.
Difatti non ci sarebbe stato l’impulso per ottenere il premio di maggioranza in quanto i seggi consiliari erano già noti nel numero e nelle persone perché si sarebbero assegnate con il proporzionale determinando così un collettivo rilassamento nell’impegno.
Detto rilassamento avrebbe anche coinvolto con maggiore forza gli elettori non più sollecitati dai candidati in bilico, dalla domenica balneare e dalla convinzione che il gap elettorale del primo turno a favore di Reale non sarebbe stato colmato dalla sinistra e dai suoi apparentati dell’ultima ora nonché dalla tendenza, storicamente consolidata, degli elettori del centro destra a disertare i ballottaggi.
Se a questo si aggiunge la pessima azione comunicativa svolta dagli strateghi di Reale in fase di ballottaggio che hanno rappresentato un candidato statico attorniato dai consensi di solidarietà e vicinanza espressi da politici e forze elettorali logorate nel rapporto di credibilità con gli elettori, si capisce perché il tutto ha prodotto una nuova frittata per il candidato e una dimostrazione di insipienza politica da parte delle forze politiche che lo appoggiavano.
Italia si ritrova quindi a vincere l’elezione di Sindaco della città di Siracusa superando ogni ragionevole pronostico della vigilia perché, nel catino elettorale dei voti validi, si ritrova con più adepti che partecipano alla votazione di ballottaggio rispetto al rompete le righe degli adepti di Reale.
Quindi la scarsa affluenza alle urne nel turno di ballottaggio agevola la vittoria di Italia che adesso dovrà dimostrare, con un consiglio comunale che parte con una forte maggioranza legata agli oppositori, di avere equilibrio nell’azione amministrativa, di coinvolgimento di tutti gli eletti nelle scelte strategiche per la città e di evitare un isolamento che, spinto anche dalla volontà di rivalsa dei suoi adepti e dai suoi alleati, lo porterebbe ad un clima di tensione di cui non ne ha bisogno e di cui sarebbe soprattutto vittima la città di Siracusa che non ne ha assolutamente bisogno.
Di auguri ne ha certamente bisogno il nuovo sindaco, ma anche gli eletti del centro destra che devono capire che adesso non sono più candidati guerrieri, ma consiglieri comunali che hanno anche nelle loro scelte il destino di Siracusa e dei siracusani.

Siracusa 02/07/2018                                                              PIPPO BUFARDECI

( PUBBLICATO SUL PERIODICO TIMEOUT DAL 3/7/2018 IN EDICOLA)

domenica 18 dicembre 2016

ASSEMBLEA PD E MATTARELLUM


L'ASSEMBLEA DEL PD VUOLE IL MATTARELLUM COME LEGGE ELETTORALE.

Dopo la decisione del Partito Democratico di riproporre il Mattarellum come nuova legge elettorale, mi sembra opportuno proporla ai lettori del mio blog così come riportate nel mio libro: I SISTEMI ELETTORALI, STRUMENTO DI DEMOCRAZIA.
Nel contempo, alla luce della lunga esperienza maturata e delle critiche al sistema nel periodo della sua applicazione, ritengo che bisognerebbe almeno apportare DUE MODIFICHE  che propongo alla fine dello scritto.

MATTARELLUM
La prima legge elettorale italiana per la elezione della Camera dei deputati
dopo il ventennio fascista fu sostanzialmente di proporzionale puro e, come
abbiamo già visto, rimase in carica fi no al 1993.
Nel 1953 vi fu il tentativo dell’introduzione del premio di maggioranza alla
lista o coalizione che avesse ottenuto almeno il 50 % + 1 dei voti validi, ma la
stessa venne ingiustamente bollata come legge truffa e non se ne fece niente.
Nel 1993 si pose mano a una modifi ca della legge elettorale anche a seguito del
referendum che aveva decretato il passaggio dal vecchio proporzionale a un
sistema maggioritario che garantisse maggiore stabilità politica e istituzionale
e quindi maggiore governabilità.
Rimaneva comunque una quota del 25 % dei seggi che veniva attribuita con
il sistema proporzionale.
Entra quindi in uso la nuova normativa elettorale (legge 276 Camera e 277 per
il Senato del 4 agosto 1993) che è passata nella storia del linguaggio comune
come “Mattarellum” dal nome del suo proponente on. Piersanti Mattarella e
da una indicazione del politologo Giovanni Sartori.
Il territorio italiano fu diviso in 475 collegi uninominali per la elezione della
Camera dei deputati e 232 per il Senato della Repubblica.
CAMERA
In ciascun collegio per la Camera dei deputati risultava eletto il candidato
del partito o della coalizione che avesse ottenuto il maggior numero di
voti per un totale nazionale pari al 75 % dei deputati da eleggere.
Anche un solo voto in più, rispetto all’avversario più prossimo, ne decretava
l’elezione.
Il rimanente 25 % non assegnato con i collegi uninominali a sistema
maggioritario veniva redistribuito attraverso la presentazione di una lista
a candidature multiple, ma bloccata e senza preferenze.
32
I candidati spettanti, che venivano eletti in base alla cifra elettorale
della lista su base nazionale, risultavano essere quelli secondo l’ordine
progressivo di presentazione nella lista stessa e fi no a esaurimento del
numero dei seggi spettanti. I candidati potevano essere anche gli stessi
indicati nei collegi uninominali.
Ma come avveniva il rapporto fra i candidati nei collegi elettorali e quelli
della lista proporzionale?
In fase di presentazione della candidatura i candidati nei collegi uninominali
dichiaravano di apparentarsi fra di loro per costituire gruppo
all’interno della circoscrizione e dichiaravano di essere collegati a una
lista che aveva presentato propri candidati nel sistema proporzionale per
aggiudicarsi una quota del rimanente 25 %.
Questo apparentamento, di solito, avveniva fra liste aventi lo stesso
contrassegno e quindi lo stesso partito o coalizione.
Ma, come vedremo, per motivi di strategia politica e di tecnica elettorale
non sempre questo avveniva.
La dichiarazione di apparentamento era necessaria perché la legge prevedeva
che alla lista del proporzionale venivano tolti i voti ottenuti dai
candidati che avevano dichiarato il collegamento e che erano già stati
eletti nei collegi maggioritari.
Siamo di fronte al cosiddetto scorporo dei voti che aveva il solo scopo
di togliere forza numerica alle liste più forti e permettere anche alle
formazioni più piccole di ottenere dei seggi nel sistema proporzionale.
Ma sorse subito l’invenzione delle liste civetta, diverse dal partito o dalla
coalizione presente nei collegi uninominali, cui si collegavano i candidati,
per evitare che lo scorporo potesse togliere voti e seggi al proprio partito.
Difatti il computo dei voti da togliere veniva fatto sulla lista civetta che
spesso era priva di suffragi e non intaccava quelli della lista del partito
che, conservando tutta la propria forza elettorale, concorreva per un
numero maggiore di seggi da conquistare.
L’assegnazione dei seggi del proporzionale per la Camera non avveniva
sulla base di collegi regionali o coinvolgendo i collegi uninominali at33
traverso il recupero dei non eletti (Come per il Senato), ma direttamente
sulla base delle schede elettorali espresse dagli elettori nelle liste proporzionali
di circoscrizione.
Alla spartizione dei seggi contribuivano le liste che avevano superato il
4 % su base nazionale.
Il Mattarellum fu utilizzato per la elezione della Camera dei deputati del
1994, 1996 e 2001.
Questo sistema maggioritario non raggiunse però il suo obiettivo principale
che era quello di garantire la stabilità del Governo e delle sue
maggioranze politiche in quanto le maggioranze, come avviene anche
adesso, si potevano subito sciogliere dal patto di collaborazione pur
avendo avuto il benefi cio, in termini di seggi, dell’appartenenza alla
coalizione stessa.
La mancanza di stabilità si manifestò sia nel 1994 con il primo governo
Berlusconi che durò appena 9 mesi, dopo che la Lega Nord abbandonò la
coalizione, e fu sostituito dal Governo Dini che ci portò a nuove elezioni.
Non fu più fortunato il primo Governo Prodi delle elezioni successive
del 1996 in quanto durò in carica solo due anni in quanto abbandonato
dall’alleato che era Rifondazione comunista.
Fu sostituito da due Governi D’Alema, che durarono rispettivamente 14
e 4 mesi, per essere sostituiti dal Governo Amato che rimase in carica
14 mesi.
Dopo le elezioni del 2008 Berlusconi ebbe un’ampia maggioranza con
una coalizione che vedeva, oltre a Forza Italia, anche AN, UDC e Lega
Nord.
Anche qui le cose, dal punto di vista della stabilità, non andarono molto
bene a causa dei continui litigi in seno alla coalizione.
Berlusconi dette vita a due Governi di cui uno di 4 anni e un altro nell’anno
rimanente del mandato parlamentare.
34
SENATO
Per la elezione del Senato della Repubblica il territorio nazionale fu
diviso in 232 collegi uninominali secondo un criterio di ripartizione
regionale basato sul rapporto popolazione-quoziente elettorale (rapporto
fra popolazione residente e composizione numerica del Senato).
Questi Collegi rappresentavano il 75 % dei senatori da eleggere, mentre
il rimanente 25 % era affi dato al collegio unico nazionale con sistema
proporzionale.
Per quanto riguarda il Senato, gli 83 seggi proporzionali venivano assegnati
successivamente su base regionale così come previsto dal dettato
costituzionale.
In ogni Regione venivano sommati i voti di tutti i candidati uninominali
che non erano riusciti a ottenere la vittoria in fase di collegio elettorale
e che si fossero collegati in un gruppo regionale.
I seggi venivano assegnati utilizzando il metodo D’Hondt.
Gli scranni così ottenuti da ciascun gruppo venivano assegnati, all’interno
dello stesso gruppo, ai candidati perdenti che avevano ottenuto le
migliori percentuali elettorali.
Schema pratico di attribuzione dei seggi senatoriali
Immaginiamo il caso di una Regione cui erano stati attribuiti 8 seggi, e
nella quale, conseguentemente, istituiti 6 collegi uninominali e 2 seggi
(25 %) sul proporzionale e determiniamo i calcoli sulla base di 4 schieramenti
contendenti.
35
I sei seggi dei collegi uninominali vengono così assegnati: 3 all’ “Unione”,
2 al “Blocco” e 1 al “Gruppo”.
Si procede, quindi, al calcolo per l’attribuzione dei 2 seggi riservati alla
quota proporzionale: a tal fi ne, si sommano i voti di tutti i candidati
perdenti delle quattro coalizioni in gara.
Viene quindi utilizzato il metodo D’Hondt per l’attribuzione dei due

seggi del proporzionale per cui dividiamo i quozienti elettorali

venerdì 30 settembre 2016

ELEZIONE DEI SINDACI E CONSIGLIERI
LA REGIONE APPROVA NUOVE NORME
Di Pippo Bufardeci

L’assemblea regionale siciliana ha provveduto ad apportare delle modifiche sostanziali alla legge regionale per la elezione dei sindaci e dei consigli comunali nell’isola.
Altre modifiche riguardano lo scioglimento del consiglio comunale o la decadenza del sindaco e della sua giunta.
Tutte queste modifiche però non si applicheranno alle amministrazioni comunali elette, ma avranno attuazione pratica per quegli organismi che procederanno al loro rinnovo, con future elezioni, dopo la loro scadenza.
Non vogliamo impelagarci nell’esame della parte tecnica del nuovo provvedimento per evitare un’asfittica e tediosa elencazione di articoli e di adempimenti, ma diamo soltanto uno spaccato delle modifiche più significative che, anche se tecniche, hanno una loro importante valenza politica.
Innanzitutto evidenziamo che viene aumentata la platea dei comuni che voteranno con il sistema maggioritario perché si passa dai comuni con un massimo di 10000 mila abitanti a quelli con un massimo di 15000 abitanti. Significa che in tutti questi comuni non si esercita il ballottaggio perché ogni candidato sindaco è collegato ad una sola lista e viene eletto colui che ottiene il maggior numero di voti. La lista a lui collegata, se supera il 40% dei voti, ottiene il 60% dei consiglieri comunali e la seconda lista classificata il 40%.
Questa è la norma generale e non trattiamo le eventuali eccezioni sia perché sarebbe prolisso e sia perché non facilmente verificabili dal punto di vista tecnico ed anche non in linea con la brevità di un articolo giornalistico.
Con questa nuova modifica della legge elettorale si introduce un elemento significativo per la elezione del sindaco nei comuni con popolazione superiore ai 15000 abitanti perché riduce di molto l’eventualità che si possa verificare il ballottaggio fra i due candidati maggiormente votati in quanto, per essere eletti sindaci, è necessario che si superi il 40% dei voti e non più il 50% più uno. Naturalmente, anche in questo caso, le liste collegate al sindaco vincente ottengono il 60% dei consiglieri comunali.
Solo se nessuno dei candidati supera questa nuova soglia si procederà al ballottaggio.
Dal punto di vista politico significa che saranno molti di più i comuni dove non si procederà al mercato post elezione delle aggregazioni e dei collegamenti di nuove liste a quelle passate al ballottaggio e si eviterà lo scambio di posti e favori.
Altra modifica importante è rappresentata dalla reintroduzione del collegamento fra il voto di lista ed il candidato sindaco per cui votando una lista si dà, automaticamente, il voto al sindaco ad essa collegata.
Anche qui, se vogliamo dare una lettura positiva, possiamo affermare che si evitano accordi sottobanco e mercimonio fra elettori di una lista ed il sindaco di un’altra lista o situazioni in cui il sindaco eletto risulta scollegato dalla sua maggioranza.
Altra novità che ritengo giusta è rappresentata nel riconoscere al candidato sconfitto, che ottiene il maggior numero di voti dopo l’eletto, di far parte del consiglio comunale con la qualifica di consigliere e partecipare alla vita attiva dell’amministrazione comunale.
Esso deve però superare il 20% dei voti validi ed il seggio viene sottratto al numero di consiglieri assegnati alle liste perdenti.
In merito alla cessazione dalla carica di sindaco, per le più varie ragioni, si è legiferato nel senso della cessazione, dalle sue funzioni, anche per il consiglio comunale.
Allo stesso modo le dimissioni contestuali, del 60% dei consiglieri comunali nei comuni inferiori a 15000 abitanti e dei due terzi negli altri, comporta automaticamente la decadenza del sindaco e della sua giunta.
Quindi un collegamento stretto fra i due organismi comunali che potrebbe spingerli ad operare con maggiore sinergia senza strumentali forzature politiche per eliminarsi a vicenda.
A nota finale di questo rapido esame delle nuove disposizioni in materia di elezione dei sindaci e dei consiglieri comunali nell’ambito della regione siciliana, vogliamo evidenziare un aspetto di natura tecnico ed uno di natura politica.
Il primo riguarda la dispersione in mille rivoli di leggi e leggine astruse e spesso incomprensibili per cui, chiunque voglia capire, è costretto ad esaminare e collegare una marea di disposizioni e di testi, mentre sarebbe utile ed intelligente accorpare, da parte della regione, in un unico testo tutta questa variegata e dispersa normativa riguardante le disposizioni di legge in materia elettorale.
Il secondo aspetto di natura politica riguarda la non volontà o coraggio, manifestate dal legislatore, di inserire un limite temporale di svolgimento del proprio compito, non solo per i sindaci, ma soprattutto per i consiglieri comunali ed assessori che spesso, con la loro eterna permanenza in seno al consiglio comunale o nella gestione della cosa pubblica, determinano condizioni di incrostazione politica, di assuefazione o, peggio, di combutte più o meno legali.
Una scadenza come quella prevista per i sindaci o un turno di riposo nell’essere eletti, sarebbe di buon auspicio per la democrazia e per la trasparenza.


(30.09.2016.   Pubblicato dal periodo TIMEOUT di Siracusa attualmente in edicola)

sabato 15 agosto 2015



A SETTEMBRE LA POLITICA NECESSITA DI CHIARIMENTI


Alla fine penso che Renzi dovrà per forza cedere qualcosa sulla nuova legge elettorale in quanto, continuando a sfidare tutti, non potrebbe evitare la convergenza contro di lui solo determinando uno schieramento di alleati capaci di farlo governare senza eccessive difficoltà.

Allo stato attuale la così detta minoranza interna rischia di logorarlo nella sua esposizione mediatica in quanto da l’impressione che, di volta in volta, il Governo cerchi la maggioranza più raccogliticcia possibile per fare approvare le varie leggi.

Genera così una situazione di instabilità per cui gli elettori credono che vi sia una situazione di confusione e di trasformismo che genera sentimenti di repulsione verso la politica e verso colui che, attualmente, ne rappresenta la maggiore espressione.

Tutto questo nasconde un fatto inoppugnabile e cioè che  la minoranza interna, comportandosi come un partito diverso ed opposto allo stesso Pd, determina le condizioni per l’inefficienza del Governo stesso.

Vi è in questo atteggiamento la vecchia concezione della politica della sinistra autoreferenziale, incapace di gestire direttamente i flussi economici e sociali del nostro paese, chiusa e ostaggio delle politiche contraddittorie e settarie dei vari gruppuscoli interni.

Questi gruppi vedono la politica di ricerca del consenso di Renzi, oltre lo steccato dell’ovile tradizionale che non fa vincere, come una sconfessione del loro atavico credo e come la fine della loro funzione di intercettazione e contrattazione di qualsiasi azione e qualsiasi decisione dell’esecutivo  e come rischio della loro stessa esistenza.

Sanno anche che una eventuale uscita di massa dall’attuale partito democratico, al di la della propaganda di facciata, determinerebbe la creazione di un asfittico soggetto politico incapace di incidere e di assicurare la loro permanenza nel contesto decisionale della politica e del governo del Paese.

Ma Renzi non può permettersi, salvo la fine per logoramento, questa situazione di attiva ambiguità che lo mette nelle condizioni di limare ed affievolire sempre più i suoi rapporti con il cittadino elettore.

Sull’altra sponda i suoi alleati attuali o quelli che potrebbero presentarsi lungo l’attuazione della sua strategia di sfondamento verso il centro nell’acquisizione dei consensi, potrebbero non seguirlo nel suo disegno di polo catalizzatore delle dinamiche politiche nazionali in quanto, vedendo la possibilità di una loro inconsistenza elettorale, potrebbero virare verso forme di alleanze di centro destra alternative alla politica renziana.

Il tutto può rimettersi in discussione con riflessi positivi sull’attuale politica renziana se si modifica l’attuale legge elettorale, magari diminuendo la quantità del premio di maggioranza, ma soprattutto assegnandolo alla coalizione e non al singolo partito.

Questo anche perché la vischiosità dell’elettorato italiano, che è caratterizzato da flussi rapidi e dinamici che non assicurano più il coagulo stabile e duraturo attorno a consolidate idee guida, potrebbe determinare effetti umorali e condizioni elettorali che porterebbero ingovernabilità al sistema politico ed istituzionale.

Ecco perché ritengo che, nell’interesse collettivo, Renzi debba prendere atto che non potrà egemonizzare i consensi dell’area centrista, ma potrà, raccogliendone una parte, avere un beneficio indiretto agevolando i suoi attuali alleati di Governo, ad essere credibili difronte ai loro elettori assicurando una prospettiva di continuità di governo del Paese.

Questo può avvenire concorrendo, come coalizione, all’assegnazione del premio di maggioranza ed alla eventuale vittoria finale.


!5/08/2015 Pippo Bufardeci