martedì 3 luglio 2018


PASSARE DALLE FAIDE PREELETTORALI AL LAVORO DI SERVIZIO PER LA CITTA’

Le recenti elezioni comunali che si sono svolte nella città di Siracusa hanno spazzato via molte certezze e determinato condizioni di quadro politico ed amministrativo impensabile qualche mese fa.
La giunta uscente del sindaco Garozzo era stata presentata, senza peraltro esagerare, come invisa alla città ed incapace di creare le condizioni di una riconferma tantè che lo stesso Garozzo aveva sentito la necessità politica di farsi da parte affidando lo scettro della lotta politica al suo vice Italia che a molti poteva dare la sensazione di una chiamata di responsabilità e di correità.
In questo quadro d’inizio non giocava bene nemmeno la sconfitta politica del partito democratico ed il suo ridimensionamento a livello nazionale.
Le situazioni obiettive in cui si trovava il partito a Siracusa non lasciavano presagire nulla di nuovo se si considera che viveva una profonda spaccatura che, in fase di presentazione delle liste, si è materializzata con la formazione di una squadra ufficiale forte di un deputato regionale appena eletto e supportato dalla lista civica “Presenza Cittadina”.
La squadra spuria era costituita dai seguaci del sindaco Garozzo che, estromessi dall’ufficialità dell’essere piddini, cercava una propria consistenza di quasi affermazione di presenza politica almeno nel contesto cittadino.
Il centro destra invece si coagulava, non senza fatica, sul candidato Ezechia Paolo Reale cui si voleva dare una seconda possibilità non avendo superato la prova ballottaggio nelle precedenti elezioni comunali anche se, nel frattempo, aveva fatto parte, in qualità di assessore, della giunta di sinistra presieduta da Crocetta in antitesi con le forze di centro destra.
Di queste forze di minoranza regionale aveva fatto parte l’on. Enzo Vinciullo dando il suo fattivo contributo in termini politici e di esperienza.
Logica politica avrebbe voluto che Vinciullo rappresentasse il centro destra nella sfida elettorale comunale sia perché da molti riconosciuto capace di svolgere con grande competenza il ruolo stesso, sia per la dimostrazione di forza in termini di voti personali che aveva palesato nelle recenti elezioni regionali.
Tutto ciò, per logiche politiche che spesso gli elettori non capiscono, aveva portato ad uno schieramento finale che aveva visto coagularsi un insieme di liste, attorno alla candidatura di Reale di una potenza tale da poterle assicurare l’elezione direttamente senza che si passasse dal ballottaggio.
I risultati della prima votazione stavano per fare avverare la previsione se non fosse successo l’incidente dovuto ad un insieme di voti disgiunti che hanno portato il candidato sindaco Reale ad avere meno voti dello schieramento e di sfiorare la fatidica soglia del 40% capace di assicurargli la vittoria al primo turno.
Il ballottaggio, affrontato dal centro destra con l’euforia della vittoria facile, vista la distanza fra Reale ed il candidato del PD Italia, è stato considerato quasi una formalità.
Per questo non si sono tenuti in debito conto almeno due fattori importanti.
Il primo rappresentato dalla dimostrata poca empatia fra il candidato sindaco Reale ed i cittadini siracusani.
Il secondo dalla caduta di tensione e di spirito battagliero da parte degli eletti nelle liste del centro destra e da parte dei non eletti.
Ciò dovuto al fatto che, avendo le liste collegate a Reale superato il 50% dei voti validi espressi dopo la sottrazione dei voti delle liste che non avevano superato il 5% necessario per assicurarsi la presenza in consiglio comunale, i giuochi erano già fatti e conclusi.
Difatti non ci sarebbe stato l’impulso per ottenere il premio di maggioranza in quanto i seggi consiliari erano già noti nel numero e nelle persone perché si sarebbero assegnate con il proporzionale determinando così un collettivo rilassamento nell’impegno.
Detto rilassamento avrebbe anche coinvolto con maggiore forza gli elettori non più sollecitati dai candidati in bilico, dalla domenica balneare e dalla convinzione che il gap elettorale del primo turno a favore di Reale non sarebbe stato colmato dalla sinistra e dai suoi apparentati dell’ultima ora nonché dalla tendenza, storicamente consolidata, degli elettori del centro destra a disertare i ballottaggi.
Se a questo si aggiunge la pessima azione comunicativa svolta dagli strateghi di Reale in fase di ballottaggio che hanno rappresentato un candidato statico attorniato dai consensi di solidarietà e vicinanza espressi da politici e forze elettorali logorate nel rapporto di credibilità con gli elettori, si capisce perché il tutto ha prodotto una nuova frittata per il candidato e una dimostrazione di insipienza politica da parte delle forze politiche che lo appoggiavano.
Italia si ritrova quindi a vincere l’elezione di Sindaco della città di Siracusa superando ogni ragionevole pronostico della vigilia perché, nel catino elettorale dei voti validi, si ritrova con più adepti che partecipano alla votazione di ballottaggio rispetto al rompete le righe degli adepti di Reale.
Quindi la scarsa affluenza alle urne nel turno di ballottaggio agevola la vittoria di Italia che adesso dovrà dimostrare, con un consiglio comunale che parte con una forte maggioranza legata agli oppositori, di avere equilibrio nell’azione amministrativa, di coinvolgimento di tutti gli eletti nelle scelte strategiche per la città e di evitare un isolamento che, spinto anche dalla volontà di rivalsa dei suoi adepti e dai suoi alleati, lo porterebbe ad un clima di tensione di cui non ne ha bisogno e di cui sarebbe soprattutto vittima la città di Siracusa che non ne ha assolutamente bisogno.
Di auguri ne ha certamente bisogno il nuovo sindaco, ma anche gli eletti del centro destra che devono capire che adesso non sono più candidati guerrieri, ma consiglieri comunali che hanno anche nelle loro scelte il destino di Siracusa e dei siracusani.

Siracusa 02/07/2018                                                              PIPPO BUFARDECI

( PUBBLICATO SUL PERIODICO TIMEOUT DAL 3/7/2018 IN EDICOLA)

giovedì 8 marzo 2018


IL VOTO DEMOCRATICO VA SEMPRE RISPETTATO
MA VANNO RISOLTI I GRAVI PROBLEMI DEL SUD


Sarebbe superfluo dirlo, ma di questi tempi politici è opportuno rimarcare che, in tutte le democrazie, il dato elettorale va rispettato perché trattasi sempre della espressione della volontà del popolo sovrano.
Ciascuno è anche libero di non condividere, di verificare le ipotesi di governabilità ed i programmi dei vincitori nonché le motivazioni che hanno eventualmente delegato la propria parte politica a svolgere un ruolo diverso dalla maggioranza, ma il dato incontrovertibile che esce dalle urne va sempre rispettato.
Detto questo, nel prendere atto dei risultati delle recenti elezioni politiche, dobbiamo evidenziare subito che esse sono state uno spartiacque nel sistema politico degli ultimi anni e quindi lo potrebbero essere anche nella gestione delle istituzioni nazionali e nei rapporti con il sistema complessivo dell’unione europea di cui facciamo parte integrante.
Sul piano strettamente elettorale dobbiamo evidenziare che l’affermazione del movimento Cinque Stelle ed in forma più ridotta della Lega, evidenziano che gli elettori si sono affidati a chi ha acceso speranze nel grigiore della situazione sociale, politica ed economica in cui si trova da parecchi anni il nostro Paese e che gli indubbi spiragli di ripresa non sono stati ancora percepiti dai cittadini che si sentono senza certezze per il futuro.
Certamente bisogna capire poi se le speranze saranno esaudite o se sarebbe stato meglio affidarsi agli spiragli secondo un percorso di piccoli passi, ma sicuri, rispetto alle volate che portano in se il rischio di inciampare.
Sta di fatto che i cittadini elettori hanno scelto di sposare i buoni propositi, anche se aleatori, ma spinti anche da una mancanza di fiducia e di credibilità verso le altre forze politiche che, avendo gestito le istituzioni in molti anni, non sono state capaci di rispondere positivamente alle mutate esigenze sociali ed alle nuove situazioni di difficoltà nella gestione della vita di tutti i giorni.
Ciò anche se la vittoria dei cinque stelle e della Lega ha una base attrattiva diversa per zone diverse di elettorato che ha problemi diversi di vivibilità nel proprio territorio.
Non per niente i Cinque Stelle hanno vinto nella fascia del Paese che rappresenta il meridione e la Lega in quella più settentrionale dove i problemi, le aspettative e la vivibilità delle rispettive popolazioni sono molto differenti.
Quindi anche nella espressione del voto e nel radicamento territoriale delle forze politiche non vi è una omogeneità di presenza su tutto il territorio nazionale per cui si manifesta con più visibilità la presenza politica e sociale di due Italie che si esprimono in modo diverso, che hanno problemi diversi e che si chiudono nel loro particolare a difesa dei loro interessi o delle loro aspirazioni generando quindi partiti espressione del particolare e non della omogeneità strategica di una visione collettiva nazionale.
I partiti cosiddetti nazionali, quali Forza Italia e Partito Democratico, hanno anche nel loro fardello della sconfitta il non avere saputo omogeneizzare un quadro strategico nazionale capace di sviluppare il senso di appartenenza in un contesto nazionale con uguali diritti e doveri che si concretizzano in un quadro di sviluppo economico, di servizi, di opportunità e di vivibilità sociale uguale fra tutti i cittadini indipendentemente dalla zona di residenza.
Poiché questa esigenza di uguaglianza, sommata alle contingenze riguardanti i nuovi fenomeni di massa dell’emigrazione, della sopravvenuta povertà e dell’accentuato bisogno di sicurezza, non è stata assicurata dalle classi politiche governanti, il cittadino ha cercato di farsi sentire attraverso l’utilizzo di contenitori capaci di coagulare i differenti malcontenti del meridione e del settentrione messi a disposizione dai Cinque Stelle e dalla Lega.
Personalmente non ritengo che il voto del meridione sia dovuto alla promessa effimera e irrealizzabile del reddito di cittadinanza, così come all’abboccare alle menzogne della comunicazione politica che pur c’è stata in modo preponderante rispetto alle proposte concrete, ciò pur ammettendo che non effimere percentuali di cittadini abbiano risposto con entusiasmo a questi messaggi psicologici da paradiso arabo estremistico.
La vittoria dei Cinque Stelle non può essere dovuta solo a queste cose perché la massiccia adesione dei cittadini alle liste pentastellate di diversa cultura e sensibilità sociale, dimostra che la rabbia interiore creatrice del dissenso ha argomenti più seri ed importanti.
E’ più realistico pensare che la rabbia è frutto della visione dei trasporti obsoleti che non funzionano, dei paesi isolati per anni dalle frane, dalla viabilità inesistente, dalla sanità peggio dell’era borbonica, dalla scuola alloggiata nei tuguri dei paesi, dagli impianti sportivi inesistenti, dal soddisfacimento dei bisogni sociali degli anziani e delle categorie più diseredate lasciati sulle spalle delle famiglie, così come l’impoverimento sempre più marcato per l’assenza di lavoro o per il venir meno degli affetti dovuti alla forzata emigrazione o del depauperamento culturale per l’abbandono dei giovani intellettuali e per lo spopolamento dei nostri paesi che fanno morire le radici del nostro essere e della voglia di futuro.
Basterebbero solo alcuni aspetti di quelli elencati per giustificare una rivoluzione seria delle popolazioni meridionali.
Il problema delle rivoluzioni sta negli eccessi ingiustificabili che esse producono e quelle della scelta del contenitore politico per canalizzare il dissenso sta nella capacità della forza politica di tradurre in fatti concreti e rispondenti ai desiderata dei cittadini le problematiche evidenziate con la rivoluzione politica.
Su questo, pur augurandomi risultati positivi, nutro forti dubbi e vedo nuove illusioni per i cittadini.
La vittoria della Lega nel settentrione, con la scomparsa della egemonia di Forza Italia nel raggruppamento del centro destra, è il frutto dell’intercettamento delle aspettative di miglioramento delle esigenze di vita di quelle popolazioni e l’interpretazione di una visione egoistica dei loro interessi che Bossi manifestava in modo rozzo e grossolano e che Salvini ha saputo rendere più moderno, con un partito che toglie la parola nord per essere più nazionale e più forte, con una irruenza politica che mette in evidenza le divisioni non più territoriali, ma sociali e umane fra tutti i cittadini – attori della nazione e fra questi e coloro che cercano rifugio o lavoro nel nostro territorio sia per fuggire ai sommovimenti politici e alle guerre  e sia per cercare maggiori possibilità di vita migliore nel nostro territorio o in Europa.
Il tutto per soddisfare la sua sfrenata voglia di diventare leader politico nazionale quale passaggio necessario per guidare il Paese da presidente del Consiglio.
Ciò per il coronamento di un disegno strategico delle classi dirigenti del nord che hanno scientificamente contribuito, sia sul piano politico che economico, a creare sempre le condizioni per allocare al nord tutti gli strumenti necessari per arricchire ancora di più quelle regioni e portarli a livello di sviluppo economico delle regioni più evolute dell’Europa.
Il tutto lasciando nella povertà economica, infrastrutturale, sociale, sanitaria, scolastica e scientifica le regioni del meridione assorbendone anche le migliori espressioni umane perché localizzando le opportunità di lavoro in una sola zona del paese impone l’emigrazione intellettuale che rende sempre più ricche le regioni di arrivo e sempre più povere quelle di partenza.
Ciò è stato possibile con la compiacenza di una classe politica e dirigenziale del meridione asservita alle indicazioni delle classi dominanti settentrionali sia per soddisfare un effimero tornaconto personale, sia per incapacità culturale e propositiva secondo un retaggio di nuovo ascarismo.
Adesso non possiamo che prendere atto dei risultati elettorali e sperare che si possano creare le condizioni per la formazione di un Governo che tenti di mettere in atto le difficili e contraddittorie promesse elettorali, ma il dato di lungo periodo e di strategie politica deve essere ricercato in un soggetto politico che prenda atto della sostanza del dissenso del meridione e non solo dell’aspetto folcloristico e propagandistico di un meridione solo asservito alle effimere proposte di un reddito senza lavorare e sappia invece cogliere l’essenza interiore di un dissenso reale ed ineludibile per proporre e realizzare le giuste soluzioni per colmare, in tempi brevi, le diseguaglianze gravi e profonde.
Se non saranno date risposte serie e concrete ai problemi vitali di convivenza anche politica e sociale, dei cittadini del Meridione, la fluidità del consenso potrebbe tradursi in aspetti non controllabili facilmente dallo svolgersi della tranquillità del quadro sociale, politico ed istituzionale.

Pippo Bufardeci 
06/03/ 2018


sabato 10 giugno 2017

TUTTI IN FERMENTO PER LE COMUNALI DI SIRACUSA
FRA INTERESSI ECONOMICI E NUOVA NORMATIVA

Mentre siamo in fase di celebrazione delle elezioni comunali in alcuni comuni della nostra provincia fra cui spicca quello di Avola, le attenzioni dei vertici di molti partiti e movimenti sono polarizzate sulla città di Siracusa che vedrà la contesa elettorale sicuramente nella primavera del 2018.
Indubbiamente Siracusa sarà la madre di tutte le battaglie politiche e personali che si svolgeranno nella nostra provincia perché molti sono i fatti politici che hanno caratterizzato la sindacatura che sta per finire e le motivazioni di rivalsa che impregneranno la prossima lotta amministrativa. Innanzitutto sarà il PD il partito maggiormente interessato alle lotte intestine che saranno i prodromi del riassetto dei nuovi equilibri sia all’interno del partito che in seno alla nuova amministrazione comunale. La lotta di supremazia delle correnti per la gestione interna del partito si trasformerà in lotta per la gestione degli interessi legati a importanti problemi che saranno affrontati nella prossima sindacatura e che avranno anche grande importanza per gli assetti di natura economica nel contesto dell’economia personale dei soggetti interessati e dell’intera provincia in base alle decisioni che si porteranno a concretizzazione.
Non scevri da questi risultati mi sembrano essere vari raggruppamenti anche di liste civiche che fomentano la loro discesa in campo, ma che potrebbero sciogliersi o continuare nella battaglia comunale in base alla soddisfazione delle loro richieste o meno.
Quindi siamo già in presenza di una lotta intestina al Pd e in una esposizione mediatica di apparati elettorali nuovi o consolidati che intendono sbarrare la strada ad una ripetizione di gestione della cosa pubblica rapportata a soggetti più o meno legati all’attuale contesto. Sono desiderosi di partecipare essi stessi o di gestire in modo diretto tutte le problematiche di natura economica e di indirizzo politico che sono ancora senza soluzione o che potrebbero trovare attuazione nei prossimi anni.
Fatto questo ragionamento che non è per niente ipotetico anche alla luce di quanto successo in questi anni ed alla luce di quanto emerso nelle lotte politiche e nei connubi palesati anche con strascichi giudiziari, ci soffermiamo ad analizzare le conseguenze che potranno avere le nuove norme approvate dalla regione siciliana in merito alla elezione dei sindaci e dei consigli comunali.
Dobbiamo subito dire che queste norme non permettono di soddisfare le curiosità di quanti sono affascinati dalle previsioni elettorali e dalla prematura indicazione dei risultati. Esse non entrano in questa sfera previsionale, ma possono determinare le condizioni per riflessioni e posizionamenti nelle fasi che precedono la competizione elettorale.
La modifica legislativa che può maggiormente portare ad una accurata riflessione strategica alle varie forze in campo è rappresentata da quella che prevede la proclamazione della elezione del nuovo sindaco non al raggiungimento del cinquanta per cento più uno dei voti validi, bensì al superamento del quaranta per cento di detti voti.
Raggiungere questa quota elettorale, non solo può diventare più facile per la elezione del candidato sindaco più accreditato, ma impedisce il potere contrattuale dei vari gruppi che aspettano di essere determinanti in fase di ballottaggio in quanto potrebbero rischiare di essere tagliati fuori dal raggiungimento al primo turno della diminuita quota di elezione del sindaco.
Questa situazione interessa molti gruppi civici, ma anche le lotte interne ai partiti e soprattutto al PD.
Difatti giocherà molto la scelta che farà il partito a livello nazionale nell’assegnare il simbolo e quindi l’ufficialità della rappresentanza del partito stesso nella competizione elettorale.
Per essere chiari, se il prescelto dovesse essere l’attuale sindaco Garozzo, ci sarebbe poco spazio per i contestatori interni nel fare il gioco dei riluttanti in quanto le alleanze con partiti e movimenti esterni nella prima fase, potrebbero portare Garozzo a superare il quaranta per cento e sarebbero tagliati fuori dai giochi futuri.
Il rovescio della medaglia sarebbe l’alleanza dei contestatori interni con concorrenti di Garozzo e cercare di raggiungere loro il quaranta per cento.
Anche in questo caso la vittoria potrebbe essere effimera perché potrebbe definitivamente espellerli dal PD in quanto traditori della linea ufficiale.
Naturalmente bisogna sempre tenere presente che sia una destra riorganizzata su un candidato credibile o il movimento cinque stelle sull’onda della contestazione in quanto tale potrebbero raggiungere il quorum necessario e espropriare il partito democratico siracusano di una possibile vittoria. Paradossalmente il partito democratico potrebbe avere possibilità di successo ritornando unito attorno al proprio candidato che non potrebbe non essere Garozzo anche alla luce della sua dichiarazione di ricandidatura. In ogni caso il PD non può spaccarsi e perdere competitività.
Ecco perché mi sono sembrati inappropriati i segnali forti lanciati da alcune frange del partito democratico contro Garozzo palesando una posizione di distinguo e di contrarietà alla ricandidatura. Secondo me hanno solo la remota e difficile possibilità di evitare che il partito ricandidi il sindaco uscente per potere riaprire i giuochi altrimenti le conseguenze potrebbero essere abbastanza pesanti.
Il quaranta per cento da raggiungere per essere eletti sindaci diventa quindi la modifica della legge elettorale che maggiormente inciderà nella fase della strategia e del posizionamento elettorale.
A questa bisogna aggiungere anche la reintroduzione della norma che permette di trasferire automaticamente al candidato sindaco il voto assegnato ad una qualsiasi lista collegata al candidato stesso.
Esiste anche la possibilità del voto disgiunto, voto ad una lista e al sindaco di altro schieramento, ma la storia elettorale recente ci dimostra che esso è poco esercitato e, se lo è, viene esercitato da una ristretta schiera di elettori interessati alla cerchia dei giochi politici e non dalla massa dei cittadini elettori.
Vi è da ricordare che il primo dei non eletti dei candidati sindaci, purchè superi il venti per cento dei voti validi, entrerà di diritto a far parte del consiglio comunale togliendo il seggio da quelli assegnati alla minoranza.
Esiste naturalmente la possibilità di esprimere la preferenza per il candidato o candidata consigliere comunale prescelta. Si possono dare due preferenze purché di genere diverso, una maschile ed una femminile. Se si esprimono due preferenze solo maschili o due solo femminili verrà ritenuta nulla la seconda espressa.
Infine mi preme segnalare che è prevista la non facile quota da raggiungere del sessanta per cento dei consiglieri comunali per presentare la mozione di sfiducia al sindaco che sarà votata con voto palese.
Se il sindaco cesserà dalla carica per decadenza, dimissioni, rimozione, morte o impedimento permanente comporterà anche la decadenza dell’intero consiglio comunale.
Questa norma rafforza la posizione del sindaco che, in una sua eventuale sconfitta, potrà portare con se anche il consiglio comunale nella disfatta totale.
Molti consiglieri ci penseranno parecchio prima di presentare una mozione di sfiducia contro il sindaco.
Ritorniamo quindi al punto di partenza.
La tattica può avere una valenza insufficiente perché il posto di primo piano, a partire dalla fase della preparazione delle liste e delle alleanze, viene delegato alla strategia di lungo respiro. Purtroppo, nella politica attuale, non sono in molti ad attrezzati per concepirla ed attuarla.
Ne vedremo sicuramente delle belle.
Pippo Bufardeci ( Articolo per il giornale: TIMEOUT )




lunedì 10 aprile 2017

GLI ERRORI POLITICI DEI GRILLINI NON SONO MATERIA DA GIUDICE

Non sono un simpatizzante grillino e la mia concezione della politica non collima con quella dei pentastellati.
Devo però fare una riflessione in merito alla vicenda genoana della esclusione della candidata a sindaco e della sentenza del giudice dopo il ricorso dell’interessata.
Grillo ha esercitato una ruvida ingerenza nella dinamica della espressione del voto dei cittadini che si erano espressi a favore della Cassimatis, abolendo il risultato che le loro regole interne, dettate dallo stesso Grillo, avevano determinato.
Quindi sul piano della democrazia interna al movimento è stata un’azione di stampo autoritario che non può essere concepita in un sistema democratico.
Se come sembra, Grillo ed i suoi, hanno argomentato la decisione con apprezzamenti e allusioni che ledono la dignità della candidata, allora esiste un problema giuridico di diffamazione che va dimostrato e condannato.
Bene ha fatto la Cassimatis ad investire di ciò la magistratura e bene fa il giudice a condannare chi detto reato ha commesso.
A mio avviso è però molto opinabile la decisione, sempre del giudice, di sentenziare sulle modalità di assegnazione del simbolo del movimento cinque stelle in quanto trattasi di rispetto di regole interne non codificate e di opportunità politica che non sono soggette a nessun codice. Ciò perché il movimento o il partito non hanno veste giuridica e l’opportunità politica di una decisione piuttosto che di un’altra non sono oggetto di decisioni del giudice, ma degli organismi del movimento o dei partiti o di loro delegati riconosciuti tali dagli iscritti.
Fino a quando i partiti o i movimenti politici non saranno soggetti ad una legge di riconoscimento giuridico, come prevede la costituzione, non può essere possibile che un giudice, che dovrebbe applicare una norma che non esiste o che non ha valenza giuridica nei confronti dei terzi, ma di sola opportunità politica nei confronti degli iscritti, possa intervenire sui vari processi interni ai soggetti politici.
Ritengo, a mio avviso, che trattasi di una interferenza politica che non ha alcuna valenza giuridica. Altra cosa, ripeto, sono gli eventuali norme che regolano la diffamazione o altre norme che stanno alla base dei rapporti fra soggetti diversi.
I cinque stelle presentano numerosissimi motivi per essere indicati come facenti parte di un soggetto politico non democratico nelle decisioni, di essere diventato autoritario e dinastico, di rappresentare un vuoto di proposte dietro gli slogan che dicono tutto e il contrario di tutto, di non avere una strategia di governo né un gruppo dirigente idoneo a svolgere tale compito, ma non può avere imposto a chi dare il simbolo e che lista presentare.

Anche se il loro conetto di democrazia ha subito una ferita mortale e il loro concetto della forza della rete nelle decisioni da prendere per la gestione interna e delle comunità è una bolla di sapone al servizio dell’effimero e non degli interessi della democrazia e del Paese. (PB)

domenica 18 dicembre 2016

ASSEMBLEA PD E MATTARELLUM


L'ASSEMBLEA DEL PD VUOLE IL MATTARELLUM COME LEGGE ELETTORALE.

Dopo la decisione del Partito Democratico di riproporre il Mattarellum come nuova legge elettorale, mi sembra opportuno proporla ai lettori del mio blog così come riportate nel mio libro: I SISTEMI ELETTORALI, STRUMENTO DI DEMOCRAZIA.
Nel contempo, alla luce della lunga esperienza maturata e delle critiche al sistema nel periodo della sua applicazione, ritengo che bisognerebbe almeno apportare DUE MODIFICHE  che propongo alla fine dello scritto.

MATTARELLUM
La prima legge elettorale italiana per la elezione della Camera dei deputati
dopo il ventennio fascista fu sostanzialmente di proporzionale puro e, come
abbiamo già visto, rimase in carica fi no al 1993.
Nel 1953 vi fu il tentativo dell’introduzione del premio di maggioranza alla
lista o coalizione che avesse ottenuto almeno il 50 % + 1 dei voti validi, ma la
stessa venne ingiustamente bollata come legge truffa e non se ne fece niente.
Nel 1993 si pose mano a una modifi ca della legge elettorale anche a seguito del
referendum che aveva decretato il passaggio dal vecchio proporzionale a un
sistema maggioritario che garantisse maggiore stabilità politica e istituzionale
e quindi maggiore governabilità.
Rimaneva comunque una quota del 25 % dei seggi che veniva attribuita con
il sistema proporzionale.
Entra quindi in uso la nuova normativa elettorale (legge 276 Camera e 277 per
il Senato del 4 agosto 1993) che è passata nella storia del linguaggio comune
come “Mattarellum” dal nome del suo proponente on. Piersanti Mattarella e
da una indicazione del politologo Giovanni Sartori.
Il territorio italiano fu diviso in 475 collegi uninominali per la elezione della
Camera dei deputati e 232 per il Senato della Repubblica.
CAMERA
In ciascun collegio per la Camera dei deputati risultava eletto il candidato
del partito o della coalizione che avesse ottenuto il maggior numero di
voti per un totale nazionale pari al 75 % dei deputati da eleggere.
Anche un solo voto in più, rispetto all’avversario più prossimo, ne decretava
l’elezione.
Il rimanente 25 % non assegnato con i collegi uninominali a sistema
maggioritario veniva redistribuito attraverso la presentazione di una lista
a candidature multiple, ma bloccata e senza preferenze.
32
I candidati spettanti, che venivano eletti in base alla cifra elettorale
della lista su base nazionale, risultavano essere quelli secondo l’ordine
progressivo di presentazione nella lista stessa e fi no a esaurimento del
numero dei seggi spettanti. I candidati potevano essere anche gli stessi
indicati nei collegi uninominali.
Ma come avveniva il rapporto fra i candidati nei collegi elettorali e quelli
della lista proporzionale?
In fase di presentazione della candidatura i candidati nei collegi uninominali
dichiaravano di apparentarsi fra di loro per costituire gruppo
all’interno della circoscrizione e dichiaravano di essere collegati a una
lista che aveva presentato propri candidati nel sistema proporzionale per
aggiudicarsi una quota del rimanente 25 %.
Questo apparentamento, di solito, avveniva fra liste aventi lo stesso
contrassegno e quindi lo stesso partito o coalizione.
Ma, come vedremo, per motivi di strategia politica e di tecnica elettorale
non sempre questo avveniva.
La dichiarazione di apparentamento era necessaria perché la legge prevedeva
che alla lista del proporzionale venivano tolti i voti ottenuti dai
candidati che avevano dichiarato il collegamento e che erano già stati
eletti nei collegi maggioritari.
Siamo di fronte al cosiddetto scorporo dei voti che aveva il solo scopo
di togliere forza numerica alle liste più forti e permettere anche alle
formazioni più piccole di ottenere dei seggi nel sistema proporzionale.
Ma sorse subito l’invenzione delle liste civetta, diverse dal partito o dalla
coalizione presente nei collegi uninominali, cui si collegavano i candidati,
per evitare che lo scorporo potesse togliere voti e seggi al proprio partito.
Difatti il computo dei voti da togliere veniva fatto sulla lista civetta che
spesso era priva di suffragi e non intaccava quelli della lista del partito
che, conservando tutta la propria forza elettorale, concorreva per un
numero maggiore di seggi da conquistare.
L’assegnazione dei seggi del proporzionale per la Camera non avveniva
sulla base di collegi regionali o coinvolgendo i collegi uninominali at33
traverso il recupero dei non eletti (Come per il Senato), ma direttamente
sulla base delle schede elettorali espresse dagli elettori nelle liste proporzionali
di circoscrizione.
Alla spartizione dei seggi contribuivano le liste che avevano superato il
4 % su base nazionale.
Il Mattarellum fu utilizzato per la elezione della Camera dei deputati del
1994, 1996 e 2001.
Questo sistema maggioritario non raggiunse però il suo obiettivo principale
che era quello di garantire la stabilità del Governo e delle sue
maggioranze politiche in quanto le maggioranze, come avviene anche
adesso, si potevano subito sciogliere dal patto di collaborazione pur
avendo avuto il benefi cio, in termini di seggi, dell’appartenenza alla
coalizione stessa.
La mancanza di stabilità si manifestò sia nel 1994 con il primo governo
Berlusconi che durò appena 9 mesi, dopo che la Lega Nord abbandonò la
coalizione, e fu sostituito dal Governo Dini che ci portò a nuove elezioni.
Non fu più fortunato il primo Governo Prodi delle elezioni successive
del 1996 in quanto durò in carica solo due anni in quanto abbandonato
dall’alleato che era Rifondazione comunista.
Fu sostituito da due Governi D’Alema, che durarono rispettivamente 14
e 4 mesi, per essere sostituiti dal Governo Amato che rimase in carica
14 mesi.
Dopo le elezioni del 2008 Berlusconi ebbe un’ampia maggioranza con
una coalizione che vedeva, oltre a Forza Italia, anche AN, UDC e Lega
Nord.
Anche qui le cose, dal punto di vista della stabilità, non andarono molto
bene a causa dei continui litigi in seno alla coalizione.
Berlusconi dette vita a due Governi di cui uno di 4 anni e un altro nell’anno
rimanente del mandato parlamentare.
34
SENATO
Per la elezione del Senato della Repubblica il territorio nazionale fu
diviso in 232 collegi uninominali secondo un criterio di ripartizione
regionale basato sul rapporto popolazione-quoziente elettorale (rapporto
fra popolazione residente e composizione numerica del Senato).
Questi Collegi rappresentavano il 75 % dei senatori da eleggere, mentre
il rimanente 25 % era affi dato al collegio unico nazionale con sistema
proporzionale.
Per quanto riguarda il Senato, gli 83 seggi proporzionali venivano assegnati
successivamente su base regionale così come previsto dal dettato
costituzionale.
In ogni Regione venivano sommati i voti di tutti i candidati uninominali
che non erano riusciti a ottenere la vittoria in fase di collegio elettorale
e che si fossero collegati in un gruppo regionale.
I seggi venivano assegnati utilizzando il metodo D’Hondt.
Gli scranni così ottenuti da ciascun gruppo venivano assegnati, all’interno
dello stesso gruppo, ai candidati perdenti che avevano ottenuto le
migliori percentuali elettorali.
Schema pratico di attribuzione dei seggi senatoriali
Immaginiamo il caso di una Regione cui erano stati attribuiti 8 seggi, e
nella quale, conseguentemente, istituiti 6 collegi uninominali e 2 seggi
(25 %) sul proporzionale e determiniamo i calcoli sulla base di 4 schieramenti
contendenti.
35
I sei seggi dei collegi uninominali vengono così assegnati: 3 all’ “Unione”,
2 al “Blocco” e 1 al “Gruppo”.
Si procede, quindi, al calcolo per l’attribuzione dei 2 seggi riservati alla
quota proporzionale: a tal fi ne, si sommano i voti di tutti i candidati
perdenti delle quattro coalizioni in gara.
Viene quindi utilizzato il metodo D’Hondt per l’attribuzione dei due

seggi del proporzionale per cui dividiamo i quozienti elettorali

giovedì 1 dicembre 2016

BROGLI FIRME A SIRACUSA E’ MODA O REATO O ULTERIORE CONFUSIONE?


L’ultima inchiesta, in ordine di tempo, al comune di Siracusa riguarda presunte irregolarità nella sottoscrizione per la presentazione della lista” Rinnoviamo Siracusa adesso” il cui capolista, arch. Giuseppe Patti, ottenendo solo 82 voti di preferenza, non è risultato eletto consigliere comunale.
E’ stato lo stesso arch. Patti, a distanza di tre anni dall’elezione comunale, a ricordarsi di situazioni che lo hanno indotto a ritenere, e quindi a denunciare, che anche Siracusa possa essere coinvolta nel filone delle firme false.
Ciò dovrebbe assumere maggiore rilievo politico perché la lista interessata al presunto broglio aveva appoggiato la candidatura del sindaco Garozzo.
Ho già scritto in precedenza della superficialità, al limite della legalità, con la quale è invalso l’uso goliardico di raccogliere e utilizzare le firme degli elettori – presentatori facendo venire meno l’importanza politica e giuridica dell’atto che si compie.
Ho auspicato che si ritorni al passato con le firme raccolte davanti al notaio o segretario comunale, su liste già definite e immutabili, ridando così seria valenza politica e giuridica alle firme degli elettori che intendono presentare una qualsiasi lista.
Su questa vicenda in salsa siracusana mi permetto di esprimere qualche considerazione ad alta voce.
Perché l’arch. Patti, capolista della lista presunta incriminata di cui comunque apprezziamo il gesto, si ricorda tardivamente che la sua lista al servizio della candidatura di Garozzo possa essere stata oggetto di reato?
E chi può avere commesso reato se non qualcuno dello staff elettorale della lista di cui l’arch. Patti ne era il capolista?
E’ auspicabile che il capolista di “Rinnoviamo Siracusa adesso”, (bella frittata per chi vuole rinnovare tutto e subito) si ricordi anche i nomi e cognomi di chi ha operato in contrasto con le norme di legge.
Infine mi farebbe piacere conoscere, come cittadino ed elettore del sindaco Garozzo, le responsabilità dello stesso visto che, da solo, non riesco a trovarle ed anzi sono dell’avviso che lo stesso possa essere parte lesa in tutta questa vicenda.
Chiunque, difatti, potrebbe manipolare le liste alleate di qualsiasi candidato a sindaco, senza che lo stesso possa esercitare alcun controllo, e determinare le condizioni future per ricatti politici al momento opportuno.

Aspettiamo quindi che la magistratura siracusana faccia piena luce sull’argomento e che venga resa più restrittiva la normativa sulla raccolta delle firme elettorali per avere maggiore tutela verso coloro che vogliono mettere in atto eventuali brogli.

lunedì 21 novembre 2016


NORMATIVE PIU’ RIGIDE SULLE FIRME ELETTORALI

Non voglio entrare nel merito della vicenda delle firme ricopiate dal movimento 5 stelle per le elezioni comunali di Palermo e, secondo le ultime indiscrezioni, anche per il passato svolgimento del referendum.
Il fatto è grave sia dal punto di vista giuridico che politico, ma dobbiamo aspettare le decisioni finali della magistratura che se ne sta occupando ed anche le decisioni di natura politica che saranno prese dagli interessati cinquestellati che sono stati attori di questo contestato imbroglio o superficialità che la legge non permette.
Quello che mi preme sottolineare è la leggerezza con cui i gruppi politici e le persone addette alla preparazione della modulistica e degli adempimenti previsti per legge per la presentazione di una qualsiasi lista mettono in campo anche di fronte a regolamenti e normative che ne disciplinano tutto l’iter burocratico.
Questo clima goliardico e poco consono all’importanza giuridica degli atti è stato, dobbiamo dirlo senza ipocrisia, agevolato anche da un certo lassismo nell’applicazione delle norme e da emendamenti legislativi che hanno reso meno serio e meno responsabile il lavoro di qualsiasi addetto che si è speso per adempiere alla parte più tecnica del ciclo elettorale.
Mi riferisco alle continue sanatorie per coloro che avevano infranto la legge in tema di propaganda elettorale con l’affiggere i manifesti fuori dagli spazi o sovrapposti a quelli degli altri contendenti, così come per la pubblicità a mezzo camper, auto od altro.
Quello delle firme è comunque il più importante.
Qui si è passati da una fase di giusta rigidezza per cui l’elettore che voleva appoggiare una lista sottoscrivendola doveva farlo in presenza di un notaio o del segretario comunale a quella più allegra difronte anche a politici che ricoprono cariche istituzionali o di semplici delegati amministrativi.
Con il passare degli anni anche i soggetti delegati dalla legge ad autenticare le firme dei cittadini hanno interpretato, l’autentica elettorale, allo stesso modo di un’altra semplice firma di qualsiasi documento soggettivo per cui l’atto più importante è stato l’autentica della firma tou- cour e non perchè inserita nel contesto dello scopo per cui è stata apposta.
Cioè è venuto meno il concetto per cui quella firma sulla scheda avalla e condivide un atto politico importante e come lo è la presentazione di una lista elettorale.
Per questa ragione il dato fondamentale non diventa l’autentica in se stessa, ma il collegamento con la lista che si vuole presentare.
 Ecco allora che le firme devono essere autenticate a corredo di una lista di candidati che deve essere inserita in testa al modulo di sottoscrizione e di tutti gli altri moduli allegati.
L’apposizione della firma attesta che l’elettore, fuori dai partiti rappresentati in Parlamento, sia nazionale che regionale, intende competere nella campagna elettorale in modo autonomo con una propria lista che lo rappresenta e che sottoscrive in base alle disposizioni legislative.
L’autentica si fa per individuare esattamente l’elettore, la sua libera volontà di sottoscrivere la lista impedendogli, nel contempo, di firmare per altra lista incorrendo nella normativa sanzionatoria elettorale che permette la sottoscrizione di una sola lista.
Invece è invalso l’uso di fare firmare, anche in assenza dell’autenticatore, dei fogli volanti senza alcuna lista che possono poi essere abbinate a qualsiasi schieramento all’insaputa dei sottoscrittori e spesso anche in contraddizione con la volontà del sottoscrittore.
Chi firma non ha più la certezza di avere sottoscritto una lista di candidati a lui congeniali, ma può avallare anche gruppi politici fuori dal proprio intendimento o candidati a lui non accetti.
Ecco perché ritengo che il legislatore dovrebbe intervenire con una normativa più restrittiva eliminando molte delle figure attualmente autorizzate; chiarendo che le firme sono a piè di lista che deve già essere stabilita, redatta e non mutabile e che la magistratura dovrebbe applicare con maggiore rigidità intanto le norme esistenti.
Tutte queste cose non sono atti formali e secondari, ma elementi importanti ed indispensabili per la correttezza delle operazioni elettorali e soprattutto per la dignità del cittadino elettore che vuole svolgere con serietà e responsabilità il proprio diritto di essere soggetto attivo nella scelta dei vari candidati.
Pippo Bufardeci

 21/11/2016

sabato 12 novembre 2016

I N V I T O
A SIRACUSA NON VA BENE IL SISTEMA DI RACCOLTA CARTA

La mia impressione è che la raccolta della carta a Siracusa, così come organizzata, non possa funzionare.
Non è possibile che i cittadini debbano tenersi in casa la carta per quindici giorni in attesa che venga il loro turno di deposito fuori porta per la raccolta.
Basta poi dimenticarsi la data di deposito e devi aspettare altri quindici giorni.
Nel frattempo in quale angolo della casa la depositi?
Il risultato è quello che si vede continuamente e cioè depositarla nei contenitori della spazzatura non differenziata o, peggio, fuori dagli stessi con conseguenze negative per il poco decoro rimasto alla città.
Il risultato è che la carta depositata in modo non corretto, rispetto alla raccolta differenziata, non permette di quantificare realisticamente il volume di carta raccolta e di avere, ai fini dei parametri stabiliti dalla legge, una percentuale ufficiale molto bassa che non permette di usufruire dei vantaggi, anche economici, di una raccolta della differenziata svolta con maggiore criterio.
Secondo me bisogna che la raccolta cosiddetta “porta a porta” venga svolta con maggiore frequenza, almeno settimanalmente, e che si provveda ad istituire delle isole ecologiche in alcuni punti della città dove il cittadino può trovare i contenitori per il deposito della differenziata nel caso non potesse avere la possibilità di usufruire del servizio diretto.
In queste isole ecologiche dovrebbero trovare spazio anche i contenitori per la raccolta di altro materiale differenziato compresi i rifiuti ingombranti.
Qualsiasi altro modo di raccolta può solo creare slogan o assecondare la fantasia del burocrate di turno, ma non potrà sicuramente incidere, in modo pratico, su una seria e corretta raccolta della differenziata che tanto valore sta acquisendo sulla pulizia della città, sulle conseguenze economiche di costi di gestione e sulle modalità di smaltimento complessivo del sistema rifiuti.



sabato 8 ottobre 2016

DIBATTITO SUL REFERENDUM: DEMAGOGIA, CONCRETEZZA E CAPACITA’ CRITICA



Il dibattito sul prossimo referendum che si è svolto negli studi televisivi della 7 ha dimostrato e confermato quello che è il motivo bivalente di questa dura campagna elettorale e mediatica.
Il segretario della Lega nord, Salvini, ha sviluppato quasi per intero il suo motivo propagandistico referendario trattando tutti gli argomenti che possano colpire la pancia degli elettori e nessun argomento sviluppato in merito alla sostanza degli articoli referendari che vengono proposti all’attenzione dei cittadini.
Ci siamo ormai abituati, ma abbiamo ulteriormente avuto l’ulteriore dimostrazione come la politica che si sviluppa in questo particolare momento del nostro Paese punta alla forma propagandistica per accaparrarsi i voti dei cittadini piuttosto che sviluppare i veri problemi che interessano la nostra comunità.
Quando Salvini afferma che tutto sommato la riforma non è male e che il quesito referendario scritto sulla scheda elettorale è giusto, ma che lui vota no per non perdere l’occasione di mandare a casa Renzi e il suo governo, esplicita tutta la strategia che evidenzia maggiormente l’interesse di parte e di partito piuttosto che quello della collettività.
La ministra per le riforme Boschi ha, evidenziato l’importanza della riforma oggetto del quesito referendario con maggiore concretezza rispetto a Salvini cercando di puntare sulla riflessione degli elettori che andranno a votare, ma non ha nemmeno evitato di accaparrarsi le simpatie di coloro che votano di pancia ripetendo in modo ossessivo gli slogan dei fautori del referendum.
Forse, come dicono numerosi esperti dei flussi culturali nel nostro paese, la politica dell’effetto mediatico che punta all’umore degli elettori piuttosto che alla loro capacità di discernere fra le varie proposte politiche, è frutto del depauperamento culturale in cui si trova il nostro Paese e soprattutto le giovani generazioni.
Purtroppo leggendo molti giornali e vedendo su facebook molti spot condivisi, si ha l’impressione che la capacità critica delle persone intelligenti sia stata messa in soffitta in quanto si condividono anche le puttanate più sfacciate senza nessuna coscienza critica.
Quindi ritornare a riappropriarci della nostra, anche minima capacità di discernere fra le varie proposte, ci farà riscoprire l’obiettività delle scelte soggettive e la necessità collettiva di avere cittadini capaci di capire i problemi, approfondire le cause e di proporre soluzioni conducenti alla reale valenza dei problemi stessi.
Ciò senza l’incultura del copia- incolla che ci permette di avere qualche “mi piace” momentaneo, ma sciupa la nostra naturale propensione all’intelligenza.

Il referendum, da qualsiasi parte lo si sviluppi può, paradossalmente, darci l’opportunità per essere meno dipendenti dagli altri e riaccendere la nostra capacità critica che è l’anticamera dell’intelligenza singola e collettiva che può portare a scelte obiettive, serene e serie nell’interesse del Paese.