lunedì 10 aprile 2017

GLI ERRORI POLITICI DEI GRILLINI NON SONO MATERIA DA GIUDICE

Non sono un simpatizzante grillino e la mia concezione della politica non collima con quella dei pentastellati.
Devo però fare una riflessione in merito alla vicenda genoana della esclusione della candidata a sindaco e della sentenza del giudice dopo il ricorso dell’interessata.
Grillo ha esercitato una ruvida ingerenza nella dinamica della espressione del voto dei cittadini che si erano espressi a favore della Cassimatis, abolendo il risultato che le loro regole interne, dettate dallo stesso Grillo, avevano determinato.
Quindi sul piano della democrazia interna al movimento è stata un’azione di stampo autoritario che non può essere concepita in un sistema democratico.
Se come sembra, Grillo ed i suoi, hanno argomentato la decisione con apprezzamenti e allusioni che ledono la dignità della candidata, allora esiste un problema giuridico di diffamazione che va dimostrato e condannato.
Bene ha fatto la Cassimatis ad investire di ciò la magistratura e bene fa il giudice a condannare chi detto reato ha commesso.
A mio avviso è però molto opinabile la decisione, sempre del giudice, di sentenziare sulle modalità di assegnazione del simbolo del movimento cinque stelle in quanto trattasi di rispetto di regole interne non codificate e di opportunità politica che non sono soggette a nessun codice. Ciò perché il movimento o il partito non hanno veste giuridica e l’opportunità politica di una decisione piuttosto che di un’altra non sono oggetto di decisioni del giudice, ma degli organismi del movimento o dei partiti o di loro delegati riconosciuti tali dagli iscritti.
Fino a quando i partiti o i movimenti politici non saranno soggetti ad una legge di riconoscimento giuridico, come prevede la costituzione, non può essere possibile che un giudice, che dovrebbe applicare una norma che non esiste o che non ha valenza giuridica nei confronti dei terzi, ma di sola opportunità politica nei confronti degli iscritti, possa intervenire sui vari processi interni ai soggetti politici.
Ritengo, a mio avviso, che trattasi di una interferenza politica che non ha alcuna valenza giuridica. Altra cosa, ripeto, sono gli eventuali norme che regolano la diffamazione o altre norme che stanno alla base dei rapporti fra soggetti diversi.
I cinque stelle presentano numerosissimi motivi per essere indicati come facenti parte di un soggetto politico non democratico nelle decisioni, di essere diventato autoritario e dinastico, di rappresentare un vuoto di proposte dietro gli slogan che dicono tutto e il contrario di tutto, di non avere una strategia di governo né un gruppo dirigente idoneo a svolgere tale compito, ma non può avere imposto a chi dare il simbolo e che lista presentare.

Anche se il loro conetto di democrazia ha subito una ferita mortale e il loro concetto della forza della rete nelle decisioni da prendere per la gestione interna e delle comunità è una bolla di sapone al servizio dell’effimero e non degli interessi della democrazia e del Paese. (PB)

domenica 18 dicembre 2016

ASSEMBLEA PD E MATTARELLUM


L'ASSEMBLEA DEL PD VUOLE IL MATTARELLUM COME LEGGE ELETTORALE.

Dopo la decisione del Partito Democratico di riproporre il Mattarellum come nuova legge elettorale, mi sembra opportuno proporla ai lettori del mio blog così come riportate nel mio libro: I SISTEMI ELETTORALI, STRUMENTO DI DEMOCRAZIA.
Nel contempo, alla luce della lunga esperienza maturata e delle critiche al sistema nel periodo della sua applicazione, ritengo che bisognerebbe almeno apportare DUE MODIFICHE  che propongo alla fine dello scritto.

MATTARELLUM
La prima legge elettorale italiana per la elezione della Camera dei deputati
dopo il ventennio fascista fu sostanzialmente di proporzionale puro e, come
abbiamo già visto, rimase in carica fi no al 1993.
Nel 1953 vi fu il tentativo dell’introduzione del premio di maggioranza alla
lista o coalizione che avesse ottenuto almeno il 50 % + 1 dei voti validi, ma la
stessa venne ingiustamente bollata come legge truffa e non se ne fece niente.
Nel 1993 si pose mano a una modifi ca della legge elettorale anche a seguito del
referendum che aveva decretato il passaggio dal vecchio proporzionale a un
sistema maggioritario che garantisse maggiore stabilità politica e istituzionale
e quindi maggiore governabilità.
Rimaneva comunque una quota del 25 % dei seggi che veniva attribuita con
il sistema proporzionale.
Entra quindi in uso la nuova normativa elettorale (legge 276 Camera e 277 per
il Senato del 4 agosto 1993) che è passata nella storia del linguaggio comune
come “Mattarellum” dal nome del suo proponente on. Piersanti Mattarella e
da una indicazione del politologo Giovanni Sartori.
Il territorio italiano fu diviso in 475 collegi uninominali per la elezione della
Camera dei deputati e 232 per il Senato della Repubblica.
CAMERA
In ciascun collegio per la Camera dei deputati risultava eletto il candidato
del partito o della coalizione che avesse ottenuto il maggior numero di
voti per un totale nazionale pari al 75 % dei deputati da eleggere.
Anche un solo voto in più, rispetto all’avversario più prossimo, ne decretava
l’elezione.
Il rimanente 25 % non assegnato con i collegi uninominali a sistema
maggioritario veniva redistribuito attraverso la presentazione di una lista
a candidature multiple, ma bloccata e senza preferenze.
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I candidati spettanti, che venivano eletti in base alla cifra elettorale
della lista su base nazionale, risultavano essere quelli secondo l’ordine
progressivo di presentazione nella lista stessa e fi no a esaurimento del
numero dei seggi spettanti. I candidati potevano essere anche gli stessi
indicati nei collegi uninominali.
Ma come avveniva il rapporto fra i candidati nei collegi elettorali e quelli
della lista proporzionale?
In fase di presentazione della candidatura i candidati nei collegi uninominali
dichiaravano di apparentarsi fra di loro per costituire gruppo
all’interno della circoscrizione e dichiaravano di essere collegati a una
lista che aveva presentato propri candidati nel sistema proporzionale per
aggiudicarsi una quota del rimanente 25 %.
Questo apparentamento, di solito, avveniva fra liste aventi lo stesso
contrassegno e quindi lo stesso partito o coalizione.
Ma, come vedremo, per motivi di strategia politica e di tecnica elettorale
non sempre questo avveniva.
La dichiarazione di apparentamento era necessaria perché la legge prevedeva
che alla lista del proporzionale venivano tolti i voti ottenuti dai
candidati che avevano dichiarato il collegamento e che erano già stati
eletti nei collegi maggioritari.
Siamo di fronte al cosiddetto scorporo dei voti che aveva il solo scopo
di togliere forza numerica alle liste più forti e permettere anche alle
formazioni più piccole di ottenere dei seggi nel sistema proporzionale.
Ma sorse subito l’invenzione delle liste civetta, diverse dal partito o dalla
coalizione presente nei collegi uninominali, cui si collegavano i candidati,
per evitare che lo scorporo potesse togliere voti e seggi al proprio partito.
Difatti il computo dei voti da togliere veniva fatto sulla lista civetta che
spesso era priva di suffragi e non intaccava quelli della lista del partito
che, conservando tutta la propria forza elettorale, concorreva per un
numero maggiore di seggi da conquistare.
L’assegnazione dei seggi del proporzionale per la Camera non avveniva
sulla base di collegi regionali o coinvolgendo i collegi uninominali at33
traverso il recupero dei non eletti (Come per il Senato), ma direttamente
sulla base delle schede elettorali espresse dagli elettori nelle liste proporzionali
di circoscrizione.
Alla spartizione dei seggi contribuivano le liste che avevano superato il
4 % su base nazionale.
Il Mattarellum fu utilizzato per la elezione della Camera dei deputati del
1994, 1996 e 2001.
Questo sistema maggioritario non raggiunse però il suo obiettivo principale
che era quello di garantire la stabilità del Governo e delle sue
maggioranze politiche in quanto le maggioranze, come avviene anche
adesso, si potevano subito sciogliere dal patto di collaborazione pur
avendo avuto il benefi cio, in termini di seggi, dell’appartenenza alla
coalizione stessa.
La mancanza di stabilità si manifestò sia nel 1994 con il primo governo
Berlusconi che durò appena 9 mesi, dopo che la Lega Nord abbandonò la
coalizione, e fu sostituito dal Governo Dini che ci portò a nuove elezioni.
Non fu più fortunato il primo Governo Prodi delle elezioni successive
del 1996 in quanto durò in carica solo due anni in quanto abbandonato
dall’alleato che era Rifondazione comunista.
Fu sostituito da due Governi D’Alema, che durarono rispettivamente 14
e 4 mesi, per essere sostituiti dal Governo Amato che rimase in carica
14 mesi.
Dopo le elezioni del 2008 Berlusconi ebbe un’ampia maggioranza con
una coalizione che vedeva, oltre a Forza Italia, anche AN, UDC e Lega
Nord.
Anche qui le cose, dal punto di vista della stabilità, non andarono molto
bene a causa dei continui litigi in seno alla coalizione.
Berlusconi dette vita a due Governi di cui uno di 4 anni e un altro nell’anno
rimanente del mandato parlamentare.
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SENATO
Per la elezione del Senato della Repubblica il territorio nazionale fu
diviso in 232 collegi uninominali secondo un criterio di ripartizione
regionale basato sul rapporto popolazione-quoziente elettorale (rapporto
fra popolazione residente e composizione numerica del Senato).
Questi Collegi rappresentavano il 75 % dei senatori da eleggere, mentre
il rimanente 25 % era affi dato al collegio unico nazionale con sistema
proporzionale.
Per quanto riguarda il Senato, gli 83 seggi proporzionali venivano assegnati
successivamente su base regionale così come previsto dal dettato
costituzionale.
In ogni Regione venivano sommati i voti di tutti i candidati uninominali
che non erano riusciti a ottenere la vittoria in fase di collegio elettorale
e che si fossero collegati in un gruppo regionale.
I seggi venivano assegnati utilizzando il metodo D’Hondt.
Gli scranni così ottenuti da ciascun gruppo venivano assegnati, all’interno
dello stesso gruppo, ai candidati perdenti che avevano ottenuto le
migliori percentuali elettorali.
Schema pratico di attribuzione dei seggi senatoriali
Immaginiamo il caso di una Regione cui erano stati attribuiti 8 seggi, e
nella quale, conseguentemente, istituiti 6 collegi uninominali e 2 seggi
(25 %) sul proporzionale e determiniamo i calcoli sulla base di 4 schieramenti
contendenti.
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I sei seggi dei collegi uninominali vengono così assegnati: 3 all’ “Unione”,
2 al “Blocco” e 1 al “Gruppo”.
Si procede, quindi, al calcolo per l’attribuzione dei 2 seggi riservati alla
quota proporzionale: a tal fi ne, si sommano i voti di tutti i candidati
perdenti delle quattro coalizioni in gara.
Viene quindi utilizzato il metodo D’Hondt per l’attribuzione dei due

seggi del proporzionale per cui dividiamo i quozienti elettorali

giovedì 1 dicembre 2016

BROGLI FIRME A SIRACUSA E’ MODA O REATO O ULTERIORE CONFUSIONE?


L’ultima inchiesta, in ordine di tempo, al comune di Siracusa riguarda presunte irregolarità nella sottoscrizione per la presentazione della lista” Rinnoviamo Siracusa adesso” il cui capolista, arch. Giuseppe Patti, ottenendo solo 82 voti di preferenza, non è risultato eletto consigliere comunale.
E’ stato lo stesso arch. Patti, a distanza di tre anni dall’elezione comunale, a ricordarsi di situazioni che lo hanno indotto a ritenere, e quindi a denunciare, che anche Siracusa possa essere coinvolta nel filone delle firme false.
Ciò dovrebbe assumere maggiore rilievo politico perché la lista interessata al presunto broglio aveva appoggiato la candidatura del sindaco Garozzo.
Ho già scritto in precedenza della superficialità, al limite della legalità, con la quale è invalso l’uso goliardico di raccogliere e utilizzare le firme degli elettori – presentatori facendo venire meno l’importanza politica e giuridica dell’atto che si compie.
Ho auspicato che si ritorni al passato con le firme raccolte davanti al notaio o segretario comunale, su liste già definite e immutabili, ridando così seria valenza politica e giuridica alle firme degli elettori che intendono presentare una qualsiasi lista.
Su questa vicenda in salsa siracusana mi permetto di esprimere qualche considerazione ad alta voce.
Perché l’arch. Patti, capolista della lista presunta incriminata di cui comunque apprezziamo il gesto, si ricorda tardivamente che la sua lista al servizio della candidatura di Garozzo possa essere stata oggetto di reato?
E chi può avere commesso reato se non qualcuno dello staff elettorale della lista di cui l’arch. Patti ne era il capolista?
E’ auspicabile che il capolista di “Rinnoviamo Siracusa adesso”, (bella frittata per chi vuole rinnovare tutto e subito) si ricordi anche i nomi e cognomi di chi ha operato in contrasto con le norme di legge.
Infine mi farebbe piacere conoscere, come cittadino ed elettore del sindaco Garozzo, le responsabilità dello stesso visto che, da solo, non riesco a trovarle ed anzi sono dell’avviso che lo stesso possa essere parte lesa in tutta questa vicenda.
Chiunque, difatti, potrebbe manipolare le liste alleate di qualsiasi candidato a sindaco, senza che lo stesso possa esercitare alcun controllo, e determinare le condizioni future per ricatti politici al momento opportuno.

Aspettiamo quindi che la magistratura siracusana faccia piena luce sull’argomento e che venga resa più restrittiva la normativa sulla raccolta delle firme elettorali per avere maggiore tutela verso coloro che vogliono mettere in atto eventuali brogli.

lunedì 21 novembre 2016


NORMATIVE PIU’ RIGIDE SULLE FIRME ELETTORALI

Non voglio entrare nel merito della vicenda delle firme ricopiate dal movimento 5 stelle per le elezioni comunali di Palermo e, secondo le ultime indiscrezioni, anche per il passato svolgimento del referendum.
Il fatto è grave sia dal punto di vista giuridico che politico, ma dobbiamo aspettare le decisioni finali della magistratura che se ne sta occupando ed anche le decisioni di natura politica che saranno prese dagli interessati cinquestellati che sono stati attori di questo contestato imbroglio o superficialità che la legge non permette.
Quello che mi preme sottolineare è la leggerezza con cui i gruppi politici e le persone addette alla preparazione della modulistica e degli adempimenti previsti per legge per la presentazione di una qualsiasi lista mettono in campo anche di fronte a regolamenti e normative che ne disciplinano tutto l’iter burocratico.
Questo clima goliardico e poco consono all’importanza giuridica degli atti è stato, dobbiamo dirlo senza ipocrisia, agevolato anche da un certo lassismo nell’applicazione delle norme e da emendamenti legislativi che hanno reso meno serio e meno responsabile il lavoro di qualsiasi addetto che si è speso per adempiere alla parte più tecnica del ciclo elettorale.
Mi riferisco alle continue sanatorie per coloro che avevano infranto la legge in tema di propaganda elettorale con l’affiggere i manifesti fuori dagli spazi o sovrapposti a quelli degli altri contendenti, così come per la pubblicità a mezzo camper, auto od altro.
Quello delle firme è comunque il più importante.
Qui si è passati da una fase di giusta rigidezza per cui l’elettore che voleva appoggiare una lista sottoscrivendola doveva farlo in presenza di un notaio o del segretario comunale a quella più allegra difronte anche a politici che ricoprono cariche istituzionali o di semplici delegati amministrativi.
Con il passare degli anni anche i soggetti delegati dalla legge ad autenticare le firme dei cittadini hanno interpretato, l’autentica elettorale, allo stesso modo di un’altra semplice firma di qualsiasi documento soggettivo per cui l’atto più importante è stato l’autentica della firma tou- cour e non perchè inserita nel contesto dello scopo per cui è stata apposta.
Cioè è venuto meno il concetto per cui quella firma sulla scheda avalla e condivide un atto politico importante e come lo è la presentazione di una lista elettorale.
Per questa ragione il dato fondamentale non diventa l’autentica in se stessa, ma il collegamento con la lista che si vuole presentare.
 Ecco allora che le firme devono essere autenticate a corredo di una lista di candidati che deve essere inserita in testa al modulo di sottoscrizione e di tutti gli altri moduli allegati.
L’apposizione della firma attesta che l’elettore, fuori dai partiti rappresentati in Parlamento, sia nazionale che regionale, intende competere nella campagna elettorale in modo autonomo con una propria lista che lo rappresenta e che sottoscrive in base alle disposizioni legislative.
L’autentica si fa per individuare esattamente l’elettore, la sua libera volontà di sottoscrivere la lista impedendogli, nel contempo, di firmare per altra lista incorrendo nella normativa sanzionatoria elettorale che permette la sottoscrizione di una sola lista.
Invece è invalso l’uso di fare firmare, anche in assenza dell’autenticatore, dei fogli volanti senza alcuna lista che possono poi essere abbinate a qualsiasi schieramento all’insaputa dei sottoscrittori e spesso anche in contraddizione con la volontà del sottoscrittore.
Chi firma non ha più la certezza di avere sottoscritto una lista di candidati a lui congeniali, ma può avallare anche gruppi politici fuori dal proprio intendimento o candidati a lui non accetti.
Ecco perché ritengo che il legislatore dovrebbe intervenire con una normativa più restrittiva eliminando molte delle figure attualmente autorizzate; chiarendo che le firme sono a piè di lista che deve già essere stabilita, redatta e non mutabile e che la magistratura dovrebbe applicare con maggiore rigidità intanto le norme esistenti.
Tutte queste cose non sono atti formali e secondari, ma elementi importanti ed indispensabili per la correttezza delle operazioni elettorali e soprattutto per la dignità del cittadino elettore che vuole svolgere con serietà e responsabilità il proprio diritto di essere soggetto attivo nella scelta dei vari candidati.
Pippo Bufardeci

 21/11/2016

sabato 12 novembre 2016

I N V I T O
A SIRACUSA NON VA BENE IL SISTEMA DI RACCOLTA CARTA

La mia impressione è che la raccolta della carta a Siracusa, così come organizzata, non possa funzionare.
Non è possibile che i cittadini debbano tenersi in casa la carta per quindici giorni in attesa che venga il loro turno di deposito fuori porta per la raccolta.
Basta poi dimenticarsi la data di deposito e devi aspettare altri quindici giorni.
Nel frattempo in quale angolo della casa la depositi?
Il risultato è quello che si vede continuamente e cioè depositarla nei contenitori della spazzatura non differenziata o, peggio, fuori dagli stessi con conseguenze negative per il poco decoro rimasto alla città.
Il risultato è che la carta depositata in modo non corretto, rispetto alla raccolta differenziata, non permette di quantificare realisticamente il volume di carta raccolta e di avere, ai fini dei parametri stabiliti dalla legge, una percentuale ufficiale molto bassa che non permette di usufruire dei vantaggi, anche economici, di una raccolta della differenziata svolta con maggiore criterio.
Secondo me bisogna che la raccolta cosiddetta “porta a porta” venga svolta con maggiore frequenza, almeno settimanalmente, e che si provveda ad istituire delle isole ecologiche in alcuni punti della città dove il cittadino può trovare i contenitori per il deposito della differenziata nel caso non potesse avere la possibilità di usufruire del servizio diretto.
In queste isole ecologiche dovrebbero trovare spazio anche i contenitori per la raccolta di altro materiale differenziato compresi i rifiuti ingombranti.
Qualsiasi altro modo di raccolta può solo creare slogan o assecondare la fantasia del burocrate di turno, ma non potrà sicuramente incidere, in modo pratico, su una seria e corretta raccolta della differenziata che tanto valore sta acquisendo sulla pulizia della città, sulle conseguenze economiche di costi di gestione e sulle modalità di smaltimento complessivo del sistema rifiuti.



sabato 8 ottobre 2016

DIBATTITO SUL REFERENDUM: DEMAGOGIA, CONCRETEZZA E CAPACITA’ CRITICA



Il dibattito sul prossimo referendum che si è svolto negli studi televisivi della 7 ha dimostrato e confermato quello che è il motivo bivalente di questa dura campagna elettorale e mediatica.
Il segretario della Lega nord, Salvini, ha sviluppato quasi per intero il suo motivo propagandistico referendario trattando tutti gli argomenti che possano colpire la pancia degli elettori e nessun argomento sviluppato in merito alla sostanza degli articoli referendari che vengono proposti all’attenzione dei cittadini.
Ci siamo ormai abituati, ma abbiamo ulteriormente avuto l’ulteriore dimostrazione come la politica che si sviluppa in questo particolare momento del nostro Paese punta alla forma propagandistica per accaparrarsi i voti dei cittadini piuttosto che sviluppare i veri problemi che interessano la nostra comunità.
Quando Salvini afferma che tutto sommato la riforma non è male e che il quesito referendario scritto sulla scheda elettorale è giusto, ma che lui vota no per non perdere l’occasione di mandare a casa Renzi e il suo governo, esplicita tutta la strategia che evidenzia maggiormente l’interesse di parte e di partito piuttosto che quello della collettività.
La ministra per le riforme Boschi ha, evidenziato l’importanza della riforma oggetto del quesito referendario con maggiore concretezza rispetto a Salvini cercando di puntare sulla riflessione degli elettori che andranno a votare, ma non ha nemmeno evitato di accaparrarsi le simpatie di coloro che votano di pancia ripetendo in modo ossessivo gli slogan dei fautori del referendum.
Forse, come dicono numerosi esperti dei flussi culturali nel nostro paese, la politica dell’effetto mediatico che punta all’umore degli elettori piuttosto che alla loro capacità di discernere fra le varie proposte politiche, è frutto del depauperamento culturale in cui si trova il nostro Paese e soprattutto le giovani generazioni.
Purtroppo leggendo molti giornali e vedendo su facebook molti spot condivisi, si ha l’impressione che la capacità critica delle persone intelligenti sia stata messa in soffitta in quanto si condividono anche le puttanate più sfacciate senza nessuna coscienza critica.
Quindi ritornare a riappropriarci della nostra, anche minima capacità di discernere fra le varie proposte, ci farà riscoprire l’obiettività delle scelte soggettive e la necessità collettiva di avere cittadini capaci di capire i problemi, approfondire le cause e di proporre soluzioni conducenti alla reale valenza dei problemi stessi.
Ciò senza l’incultura del copia- incolla che ci permette di avere qualche “mi piace” momentaneo, ma sciupa la nostra naturale propensione all’intelligenza.

Il referendum, da qualsiasi parte lo si sviluppi può, paradossalmente, darci l’opportunità per essere meno dipendenti dagli altri e riaccendere la nostra capacità critica che è l’anticamera dell’intelligenza singola e collettiva che può portare a scelte obiettive, serene e serie nell’interesse del Paese. 

venerdì 30 settembre 2016

ELEZIONE DEI SINDACI E CONSIGLIERI
LA REGIONE APPROVA NUOVE NORME
Di Pippo Bufardeci

L’assemblea regionale siciliana ha provveduto ad apportare delle modifiche sostanziali alla legge regionale per la elezione dei sindaci e dei consigli comunali nell’isola.
Altre modifiche riguardano lo scioglimento del consiglio comunale o la decadenza del sindaco e della sua giunta.
Tutte queste modifiche però non si applicheranno alle amministrazioni comunali elette, ma avranno attuazione pratica per quegli organismi che procederanno al loro rinnovo, con future elezioni, dopo la loro scadenza.
Non vogliamo impelagarci nell’esame della parte tecnica del nuovo provvedimento per evitare un’asfittica e tediosa elencazione di articoli e di adempimenti, ma diamo soltanto uno spaccato delle modifiche più significative che, anche se tecniche, hanno una loro importante valenza politica.
Innanzitutto evidenziamo che viene aumentata la platea dei comuni che voteranno con il sistema maggioritario perché si passa dai comuni con un massimo di 10000 mila abitanti a quelli con un massimo di 15000 abitanti. Significa che in tutti questi comuni non si esercita il ballottaggio perché ogni candidato sindaco è collegato ad una sola lista e viene eletto colui che ottiene il maggior numero di voti. La lista a lui collegata, se supera il 40% dei voti, ottiene il 60% dei consiglieri comunali e la seconda lista classificata il 40%.
Questa è la norma generale e non trattiamo le eventuali eccezioni sia perché sarebbe prolisso e sia perché non facilmente verificabili dal punto di vista tecnico ed anche non in linea con la brevità di un articolo giornalistico.
Con questa nuova modifica della legge elettorale si introduce un elemento significativo per la elezione del sindaco nei comuni con popolazione superiore ai 15000 abitanti perché riduce di molto l’eventualità che si possa verificare il ballottaggio fra i due candidati maggiormente votati in quanto, per essere eletti sindaci, è necessario che si superi il 40% dei voti e non più il 50% più uno. Naturalmente, anche in questo caso, le liste collegate al sindaco vincente ottengono il 60% dei consiglieri comunali.
Solo se nessuno dei candidati supera questa nuova soglia si procederà al ballottaggio.
Dal punto di vista politico significa che saranno molti di più i comuni dove non si procederà al mercato post elezione delle aggregazioni e dei collegamenti di nuove liste a quelle passate al ballottaggio e si eviterà lo scambio di posti e favori.
Altra modifica importante è rappresentata dalla reintroduzione del collegamento fra il voto di lista ed il candidato sindaco per cui votando una lista si dà, automaticamente, il voto al sindaco ad essa collegata.
Anche qui, se vogliamo dare una lettura positiva, possiamo affermare che si evitano accordi sottobanco e mercimonio fra elettori di una lista ed il sindaco di un’altra lista o situazioni in cui il sindaco eletto risulta scollegato dalla sua maggioranza.
Altra novità che ritengo giusta è rappresentata nel riconoscere al candidato sconfitto, che ottiene il maggior numero di voti dopo l’eletto, di far parte del consiglio comunale con la qualifica di consigliere e partecipare alla vita attiva dell’amministrazione comunale.
Esso deve però superare il 20% dei voti validi ed il seggio viene sottratto al numero di consiglieri assegnati alle liste perdenti.
In merito alla cessazione dalla carica di sindaco, per le più varie ragioni, si è legiferato nel senso della cessazione, dalle sue funzioni, anche per il consiglio comunale.
Allo stesso modo le dimissioni contestuali, del 60% dei consiglieri comunali nei comuni inferiori a 15000 abitanti e dei due terzi negli altri, comporta automaticamente la decadenza del sindaco e della sua giunta.
Quindi un collegamento stretto fra i due organismi comunali che potrebbe spingerli ad operare con maggiore sinergia senza strumentali forzature politiche per eliminarsi a vicenda.
A nota finale di questo rapido esame delle nuove disposizioni in materia di elezione dei sindaci e dei consiglieri comunali nell’ambito della regione siciliana, vogliamo evidenziare un aspetto di natura tecnico ed uno di natura politica.
Il primo riguarda la dispersione in mille rivoli di leggi e leggine astruse e spesso incomprensibili per cui, chiunque voglia capire, è costretto ad esaminare e collegare una marea di disposizioni e di testi, mentre sarebbe utile ed intelligente accorpare, da parte della regione, in un unico testo tutta questa variegata e dispersa normativa riguardante le disposizioni di legge in materia elettorale.
Il secondo aspetto di natura politica riguarda la non volontà o coraggio, manifestate dal legislatore, di inserire un limite temporale di svolgimento del proprio compito, non solo per i sindaci, ma soprattutto per i consiglieri comunali ed assessori che spesso, con la loro eterna permanenza in seno al consiglio comunale o nella gestione della cosa pubblica, determinano condizioni di incrostazione politica, di assuefazione o, peggio, di combutte più o meno legali.
Una scadenza come quella prevista per i sindaci o un turno di riposo nell’essere eletti, sarebbe di buon auspicio per la democrazia e per la trasparenza.


(30.09.2016.   Pubblicato dal periodo TIMEOUT di Siracusa attualmente in edicola)

sabato 9 luglio 2016

L’ODIERNA DEMOCRAZIA FRA STRUMENTI FORMALI E INTERESSI SOSTANZIALI

Certamente il sistema democratico si basa sulla partecipazione dei cittadini alla gestione della cosa pubblica che può avvenire sia in modo indiretto che diretto.
Il modo indiretto si manifesta attraverso l’affidamento del mandato di gestione della cosa pubblica a rappresentanti del popolo mentre quello diretto si basa sulla partecipazione diretta dei cittadini attraverso l’agorà della polis greca o il referendum delle moderne democrazie.
Nei due tipi di democrazia è importante che i soggetti interessati, rappresentanti e popolo, sia informati correttamente per discernere le motivazioni vere del pronunciamento rispetto alle falsità.
Purtroppo negli ultimi tempi, pur essendo entrati nell’era della grande comunicazione globale, siamo anche in presenza della disinformazione globale che porta a decisioni paradossalmente legati ai particolari e settari interessi degli imbonitori politici o mass-mediali e dei singoli cittadini che hanno il potere di voto e di decisione.
Lo scopo e la sostanza di un referendum vengono esclusi dal dibattito generale e vengono immesse una serie di motivazioni, anche contraddittorie, che non permettono una scelta responsabile da parte dei cittadini a vantaggio di una impostazione di disinteresse dal metodo partecipativo o di scelte diverse rispetto a quelle che un cittadino farebbe se seriamente e obiettivamente informato.
Nel mese di ottobre dovrebbe, per noi italiani, svolgersi un referendum costituzionale importante, anche se non esaustivo delle problematiche istituzionali, ma pur tuttavia capace di mettere in moto alcune modifiche che potrebbero dare un serio contributo all’adattamento del nostro sistema costituzionale alle necessità dei tempi moderni.
Però già, da tutte le parte politiche, il motivo referendario è stato coperto dagli interessi contingenti di partiti, di forze economiche e sociali nonchè di singoli personaggi che perseguono interessi limitati e di parte.
In queste condizioni i cittadini non riusciranno a recepire le giuste motivazioni per una scelta seria a ponderata e finiranno per votare in base alle loro valutazioni contingenti e personali e agli interessi di bottega di chi ritiene che, dal caos politico, possa trarre vantaggi per se e per i suoi adepti.
Ancora una volta si corre il rischio che una proposta sottoposta al voto della volontà popolare si accetta o si respinge senza pensare ad una visione d’’insieme della proposta e all’interesse della collettività rispetto a quella dei singoli o delle forze, di maggioranza o di opposizione, che perseguono obiettivi che spesso nulla hanno a che fare con la collettività.
Il problema della informazione e della disinformazione in una democrazia diretta e partecipata, soprattutto nel momento storico che attraversiamo, sta nella cultura sociale e politica delle classi dirigenti.
Di questi tempi, purtroppo, l’improvvisazione della proposta politica è tale che si basa sul contingente rispetto alla lungimiranza e sulla emotività rispetto alla razionalità.
L’assenza della cultura della classe dirigente offusca la valenza democratica della partecipazione attiva e responsabile ed annebbia la democrazia se i cittadini elettori esprimono solo giudizi emotivi e irrazionali nello scegliere le maggioranze e le opposizioni.
Cerchiamo, come nei referendum, di dare i migliori strumenti per agevolare la democrazia, ma nel frattempo tarpiamo le ali alle scelte serie, ponderate e responsabili dei cittadini e consegniamo la vita democratica delle nazioni agli sciamani e agli imbonitori di turno che fanno solo i loro interessi costringendo i cittadini a vivere una democrazia formale che copre gli interessi sostanziali dei pochi rispetto ai più.  
  Pippo Bufardeci  ( Pubblicato sul giornale Timeout  di Siracusa)


sabato 2 luglio 2016

MODIFICARE L’ITALICUM PER VINCERE IL REFERENDUM

Rispetto a qualche mese fa la situazione politica è più ingarbugliata e meno chiara nel suo evolversi sia rispetto al Governo che alle stesse forze politiche.
Ciò perché si sono svolte le elezioni comunali che hanno dato dei risultati su cui riflettere.
Vi è stato il referendum britannico con un risultato traumatico sul piano politico, ma importante perché obbliga gli europei ad una profonda riflessione sul concetto di Europa e sulle sue prospettive politiche, economiche e di consolidamento o depauperamento della visione prospettica dell’Europa e dello stare insieme.
Ma soprattutto l’entrata in vigore della nuova legge elettorale sta ponendo importanti riflessioni fra le forze politiche in vista anche del referendum costituzionale che si sta impinguando di motivazioni le più disparate rispetto alla sostanza stessa del suo pronunciamento.
Lasciamo stare gli aspetti europei, sia pure importanti, per concentrarci su quelli di casa nostra e sugli scenari che si potrebbero prospettare in vista della grande battaglia referendaria.
Innanzitutto sarebbe necessario un cambio di strategia da parte del Governo e di Renzi in particolare perché i toni di supponenza e di altezzosità non trovano più la stessa rispondenza di due anni fa in quanto è trascorso il periodo della novità rottamatrice ed è subentrato quello del rendiconto dell’attività politica e di Governo.
Lo gradiscono poco i cittadini e non lo sopportano i partiti politici, sia alleati che di opposizione, che dovrebbero essere gli agnelli sacrificali sull’altare del rinnovamento che ha come grimaldello l’Italicum in quanto affiderebbe la maggioranza di Governo ad una minoranza del Paese.
Poiché si capisce chiaramente che fuori dalle aule istituzionali il PD è minoranza elettorale se affronta da solo le prossime competizioni, se ne deduce che il referendum costituzionale diventa, per le opposizioni, il grimaldello per fare saltare le strutture già determinate e rimettere tutto in discussione.
In tutti e due le ipotesi chi pagherà il prezzo più alto saranno i cittadini in quanto chiunque sarà il vincitore determinerà condizioni di instabilità politica e di ulteriore confusione e indebolimento del quadro economico complessivo.
Forse alcuni partiti, quali Lega e Cinque stelle, potrebbero avere dei vantaggi elettorali, ma sarebbe come passare dalla padella alla brace in quanto si tratta esclusivamente di gruppi politici parolai senza strategia, senza programmi e senza prospettiva.
Allora, dal mio punto di vista, cosa bisognerebbe fare?
Innanzitutto va salvata la riforma costituzionale proposta alla convalida referendaria perché, pur non essendo il meglio che si potesse ottenere, è una base su cui, nel prosieguo legislativo, potere innestare opportune e ponderate modifiche senza la spinta umorale, le convenienze elettorali e le stravaganze folcloristiche dei tanti politicanti in circolazione e dei loro adepti della giornaliera intellighenzia.
Per salvare la sostanza del Referendum, oltre ad evitare l’altezzosità degli atteggiamenti, bisogna agire sull’Italicum operando poche, ma significative correzioni, che potrebbero rasserenare lo scorrere della vita politica nazionale dando prospettiva di presenza agli altri schieramenti politici ed evitando che la rappresentanza istituzionale abbia la maglietta di una sola squadra politica e risponda più all’allenatore che ai tifosi.
Naturalmente si potrebbe anche obiettare che la nuova legge elettorale è anche il frutto di accordi stipulati con più forze politiche e molte di esse poi hanno abbandonato il campo, ma in politica la staticità delle posizioni può anche portare alle sconfitte per cui questo ritornello, anche se giusto, va cambiato.
Alcune modifiche all’Italicum appaiono quindi strategicamente e politicamente necessarie per rafforzare la credibilità dei cittadini rispetto ad una riforma elettorale e ad un agire dei partiti politici che attualmente ha quasi toccato il fondo.
E’ necessario pertanto che si passi dalla vittoria di un singolo partito a quella della coalizione che si può anche formare in fase di ballottaggio fra coloro che, nella prima fase, avranno dichiarato la disponibilità a coalizzarsi nel caso che, nella prima votazione, nessun partito raggiungesse il quorum necessario alla vittoria.
Il premio di maggioranza si potrebbe dividere in maniera proporzionale fra tutte le forze che hanno formato la coalizione vincente.
Per evitare poi che Il Parlamento sia caratterizzato da un ampio numero di nominati piuttosto che di eletti, si dovrebbero diminuire i collegi elettorali in quanto porterebbero la presenza di meno capilista e quindi più eletti.
La mozione presentata dalla sinistra sul tema della revisione della legge elettorale può essere un’occasione utile per iniziare una seria discussione e non va quindi bollata come una delle tante mozioni che presentano continuamente le forze di opposizione e quindi priva di sostanza e di effetto.
Il nostro Paese ha urgente bisogno di un serio clima di rasserenamento del quadro politico oltre a quello istituzionale ed economico per cui va fatto ogni sforzo in questa direzione.
E’ necessario porsi all’ascolto delle proposte serie, operare con capacità e condivisione possibile ed andare avanti senza il pericolo di trovarsi da soli magari sulla giusta strada, ma privi del necessario sostegno elettorale che sta alla base di un progetto che gli altri, cioè i cittadini, possano sentirsi soggetti e non oggetti dell’agire politico ed istituzionale.


02/07/2016                                                       Pippo Bufardeci