venerdì 21 ottobre 2022

 


BROGLI NEI SEGGI PER IGNORANZA

PATENTINO PER GLI SCRUTATORI

di Pippo Bufardeci

Nuova elezione e vecchi problemi nei seggi elettorali dove non si riesce ad assicurare che tutti i seggi rispondano correttamente e nei tempi previsti per garantire la correttezza dei dati elettorali.

È già successo più volte nella provincia di Siracusa e non solo, ed è successo anche alle ultime elezioni politiche e regionali.

Oltre 48 sezioni hanno ritardato per giorni ed è intervenuto il tribunale di Siracusa, per permettere che si conoscesse il risultato elettorale con conseguente messa in atto di tutte le supposizioni tendenti ad avvalorare la tesi dei brogli elettorali.

Personalmente sono stato sempre convinto, anche alla luce di una certa personale esperienza, che gli errori, anche gravi, commessi nei seggi elettorali da parte di scrutatori e presidenti, non siano dovuti al dolo, ma all’ignoranza degli stessi sia sul piano personale che della conoscenza ed applicazione delle farraginose norme che stanno alla base del lavoro dei seggi.

Il reclutamento per sorteggio dei componenti il seggio elettorale è un’enorme fesseria perché non si tratta di reclutare personale disoccupato per pulire qualche strada, ma di addetti ad un lavoro difficile, soggetto a norme comportamentali all’interno dei seggi, di disposizioni normative elettorali e di norme, anche penali, per i vari soggetti.

A ciò va aggiunto un metodo burocratico di operare molto complesso e farraginoso.

Non bisogna quindi lasciare un compito così importante per la democrazia del paese a soggetti che, anche in buona fede, accettano di fare parte di un seggio elettorale abbagliati dalla modesta remunerazione e privi di qualsiasi conoscenza del lavoro che andranno a fare.

Naturalmente non ci riferiamo a tutti i componenti dei seggi, ma solo a quei pochi che, purtroppo, rischiano di inficiare il lavoro dei molti.

Ecco allora che è giunto il momento di istituzionalizzare questi soggetti che, all’interno dei seggi, sono dei pubblici ufficiali, creando un album di coloro che hanno i requisiti per svolgere questo importante ruolo.

Istituire dei corsi, da parte dei comuni, che spieghino le normative elettorali ed il lavoro materiale che va svolto all’interno dei seggi elettorali e le varie leggi che presiedono alle diverse tipologie di elezione. Effettuare, alla fine, un esame per capire se i soggetti hanno la preparazione che li possa portare all’iscrizione in un albo comunale degli scrutatori.

Solo all’interno dell’albo che dovrà avere la validità di almeno tre anni, si può, all’occorrenza, effettuare il sorteggio per scegliere i componenti dei vari seggi.

Questa proposta può essere concretizzata con una modifica alla normativa regionale sullo svolgimento delle elezioni che è di competenza regionale, con la quale si danno i parametri tecnico – giuridici ai vari comuni e si eviteranno confusione, incompetenza e potenziali brogli.

 

 

mercoledì 21 settembre 2022

 

LA FERROVIA NOTO-PACHINO FRA ENTUSIASMO E COCRETEZZA

Di Pippo Bufardeci

Da qualche mese c’è, nei comuni della zona sud della provincia di Siracusa, una gioiosa euforia per il ripristino della vecchia ferrovia Noto – Pachino.

Anche parecchi amministratori e forze politiche, impropriamente e senza alcun merito da parte loro, hanno fatto a gara per prendersi il merito di questa iniziativa che, se affrontata e realizzata con serietà, potrebbe essere utile per lo sviluppo turistico ed economico del territorio.

Come si ricorderà, questo vecchio tratto di ferrovia che ha rappresentato l’ultimo pezzo di binario della linea ferroviaria nazionale per la sua posizione più a sud di Tunisi, di una lunghezza di 27,03 chilometri, fu inaugurata nel 1935 e dismessa nel 1985.

In precedenza aveva subìto altre due interruzioni e precisamente dal giugno 1943 al maggio 1944 per motivi bellici e dall’ottobre 1954 al marzo 1955 per una violenta inondazione a seguito dell’alluvione del 1954.

Adesso, su iniziativa del comparto “ferrovie storiche” dell’ente ferroviario italiano, questo tratto di ferrovia, è stato inserito, per una somma totale di 60,5 milioni a vantaggio delle ferrovie storiche siciliane che sono state individuate in quattro segmenti e cioè la Noto – Pachino, la Agrigento bassa – Porto Empedocle, la Alcantara – Randazzo e la Castelvetrano – Porto Palo di Menfi.

Il finanziamento avviene nell’ambito del “Fondo complementare del PNRR per complessivi 373 milioni di Euro.

Già basta percorrere la strada Noto – Pachino per accorgersi che sono iniziati i lavori di sfalcio e taglio della vegetazione da anni imperante sul tratto ferroviario dismesso.

Secondo quanto riportato anche da Notonews il comune di Noto, tramite l’ufficio tecnico, su parere dell’ufficio legale del comune, aveva ritirato, in autotutela, il provvedimento di ripristino del percorso ferroviario.

Ciò perché pare non ci sia un progetto frutto di un reale sopralluogo della situazione effettiva del percorso ferroviario perché la parte tecnica si baserebbe solo sull’istanza dell’Ente Ferrovie Nazionale secondo input teorici che non sarebbero stati verificati sul posto.

Vi è anche un problema di insufficienza delle somme stanziate perché riguarderebbero tutti e quattro i tratti siciliani interessati e che dovrebbero interessare, non solo gli aspetti strutturali, ma anche le locomotive e quanto altro necessario all’efficienza del tratto ferroviario.

Ma la cosa più grave sarebbe rappresentata dall’abusivismo, nel tratto di Noto Marina, delle numerose villette esistenti che metterebbero a rischio la sicurezza del percorso ferroviario in quanto molte di queste villette risulterebbero costruite a poca distanza dai vecchi binari che, in alcuni tratti, quasi lambiscono.

Ma ancora più complesso è l’altro aspetto giuridico, burocratico ed operativo rappresentato da tutto quanto è necessario per dirimere tutti i problemi riguardante l’abusivismo nella zona interessata.

Il comune di Noto, interessato per lunghi tratti del percorso ferroviario in quanto proprietario di quasi tutto il territorio su cui insiste il percorso ferroviario stesso, ha riproposto l’atto deliberativo precedentemente ritirato in autotutela per evitare il blocco dei lavori e sta lavorando alla ricerca di soluzioni per risolvere l’intera tematica legata all’abusivismo delle costruzioni lungo il vecchio percorso ferroviario.

Una volta risolti tutti i problemi tecno-giuridici, la vecchia ferrovia ritornerebbe a nuova vita e potrebbe essere veramente utile alla zona.

Ma anche qui è necessari riportare la situazione alla reale motivazione del suo finanziamento senza voli pindarici frutto di fantasia che di reale conoscenza delle cose.

Comunque nei tratti non interessati alle problematiche che potrebbero ritardare l’opera e fino alla vecchia stazione di Pachino che ritornerebbe ad essere l’estrema punta ferroviaria d’Italia, i lavori stanno continuando regolarmente.

Bisogna ricordare che qualche decennio fa, oltre a varie proposte di ripristino del tratto ferroviario fra cui anche la mia, che chiedeva il prolungamento del servizio estivo del treno Siracusa –Fontane Bianche fino a Marzameni come una specie metropolitana di superfice, vi è stato un progetto redatto dal comune di Noto per trasformare il tratto ferroviario in pista ciclabile utilizzando finanziamenti europei.

Allo stesso modo, da qualche anno l’associazione per il ripristino della Noto-Pachino ha sostenuto la proposta del suo nuovo funzionamento secondo le caratteristiche operative che aveva prima della soppressione.

Proposte interessanti, ma difficilmente fattibili anche se quella della pista ciclabile era più istituzionale ed inserita nel contesto di un periodo favorevole alle piste ciclabili, per quello che è dato sapere fu tenuta in debito conto, ma non finanziata.

La realtà attuale è quella di un finanziamento ottenuto dal settore treni storici dell’Ente ferroviario italiano che, una volta portato a soluzione, deve rispondere ai criteri della legge del finanziamento e cioè di valenza turistica e di stagionalità del suo periodo di operatività.

Ogni discorso di fantasia di proposte da parte di singoli, associazioni o politici non in linea con le finalità reali della legge e del finanziamento sono solo, al momento, ululati alla luna.

Quindi auguriamoci che l’ente ferroviario porti a compimento, nel più breve tempo possibile, il progetto che ripropone il riutilizzo per fini turistici, del tratto già dismesso della Noto-Pachino e possa, al più presto, dare i suoi benefici frutti nell’ambito del settore turistico e dell’economia ad esso collegata.

Dopo sarà più facile pensare a realizzare altri modi di utilizzo ancora più utili nell’ambito del sistema più articolato che il territorio offre e necessita per rendere le sue strutture di sostegno al territorio ed alla sua economia ancora più valide e più indirizzate a dare risposte alla sua complessità.

Siracusa 02/09/2022   

Pubblicato sul giornale Timeout di Siracusa nel n°  5 del 17 settembre 2022                                                    

 

 

 

giovedì 1 settembre 2022

 



INTERVISTA A FARAONE DA: BUTTANISSIMA SICILIA

L’offesa dei paracadutati

 

"In Sicilia per rubare i voti: la gente neanche li conosce". La crociata di Davide Faraone. "Musumeci? Inesistente"

PAOLO MANDARÀ

I paracadutati non li sopporta più nessuno. Neanche Davide Faraone, presidente dei Senatori di Italia Viva, che ha scelto di candidarsi nel collegio proporzionale di Palermo, alla Camera, per rimettere piede in parlamento. Lo farà in quella che è stata la sua casa da sempre (è cresciuto nel quartiere Cruillas, poi ha frequentato San Lorenzo e lo Zen), nonostante le difficoltà dettate da un esperimento – quello del Terzo Polo – che in Sicilia ha bisogno di attecchire: “Sono palermitano e mi candido a Palermo, perché no? So che è un’eccezione – esordisce il braccio destro di Matteo Renzi -. Ma per me è un fatto di rispetto nei confronti dei miei concittadini. Il Terzo polo andrà alla grande, ne sono certo”

Su Facebook ha inaugurato la rassegna dei paracadutati nell’Isola. Ma i paracadutati ci sono sempre stati. Perché stavolta hanno un ‘peso’ diverso? Forse a causa della riduzione del numero dei parlamentari?

“Mai fenomeno è stato così vergognoso. Ci saranno pochissimi siciliani in parlamento. Questi paracadutati dal Nord non rubano un seggio ad un siciliano, rubano la rappresentanza ai siciliani. Io potevo candidarmi in qualsiasi parte d’Italia, potevo scegliere posizioni più comode, ho scelto di candidarmi nei luoghi dove sono conosciuto e riconosciuto, nei luoghi dove ho fatto le scuole, dove ho fatto politica, dove ho costruito relazioni. Qui tutti hanno il mio numero di telefono e possono anche suonare al mio citofono di casa, prima e dopo le elezioni”.

Parlando di Annamaria Furlan, ex segretaria nazionale della Cisl, Provenzano (vicesegretario del Pd) ha detto che per fare gli interessi della Sicilia non basta essere siciliani: concorda?

“Ma che cavolata è questa? È ligure la Furlan? Le dessero il seggio in Liguria. Poi ci sono i casi semmai di quelli nati in Sicilia, che non hanno mai fatto politica nel territorio siciliano ma sono stati chiusi nei centri studi romani, come Provenzano”.

Passiamo ai paracadutati eccellenti: da Bobo e Stefania Craxi a Michela Vittoria Brambilla. Passando per la compagna di Berlusconi. Ce n’è uno più scandaloso di un altro?

“Ma vi rendete conto che questi non verranno nemmeno a chiedere il voto in campagna elettorale per la vergogna? Sono uno più vergognoso dell’altro. Poi la Brambilla ha il 99,2% di assenze, ha partecipato negli ultimi 5 anni a 95 votazioni su 11.707. Hanno la faccia di bronzo già a ricandidarsi, figuriamoci a farlo lontano anni luce da casa. La Fascina oltre ad essere la compagna di Berlusconi, residente ad Arcore, è nella top 15 degli assenteisti. Anche lei non la vedrete in campagna elettorale, figuriamoci dopo”.

Un altro strano fenomeno, molto accentuato in questa vigilia, è la ‘migrazione elettorale’. In Sicilia sono tutti alla ricerca della migliore agenzia di collocamento per essere eletti. Così vengono meno le idee, le battaglie, i valori, l’appartenenza. Perché?

“Eh già, mi lasci solo confessare lo sdegno che sto provando nel vedere il valore della politica messo sotto i piedi da chi cambia partiti con la stessa frequenza con cui cambia le mutande. Credo che queste elezioni regionali siano il più grande spot per l’antipolitica ed il qualunquismo”.

Anche voi del Terzo Polo schierate alla presidenza Armao, che fino a ieri militava in Forza Italia e che tuttora rimane nel governo Musumeci da vice-presidente e assessore all’Economia. Non le pare strano?

“Noi stiamo aggregando tutti i moderati che non vogliono essere schiavi del sovranismo della Meloni e del populismo di Letta che insegue Conte, Fratoianni e Di Maio. In tanti stanno costruendo questo terzo polo insieme a noi, dalla Carfagna alla Gelmini. Era strano che fossimo in partiti diversi in passato, non che siamo nella stessa aggregazione adesso”.

Qual è la vostra valutazione complessiva sul governo Musumeci?

“Lei ricorda i cinque anni del governo Musumeci per cosa? Me ne dica una realizzata, l’ascolterò con piacere. Io non ricordo nulla, zero”.

Su Schifani, il favorito della vigilia, ci sono stati giudizi poco lusinghieri da parte di Conte, che lo ha definito “il peggio della politica” e di Claudio Fava, che l’ha definito un “candidato opaco”. Qual è la sua opinione?

“Una brava persona con cui ho avuto il piacere di collaborare in questi cinque anni in Senato, siamo su fronti diversi, ma lo rispetto”.

I 5 Stelle sbandierano un primato nei sondaggi, almeno qui in Sicilia. Una possibile chiave di lettura rimane il Reddito di cittadinanza: crede anche lei, come Calenda, che vada confermato solo a chi non è in condizione di lavorare? E gli altri?

“Chi non può lavorare, chi vive una condizione di disagio e povertà deve essere assistito dallo Stato, senza se e senza ma. Chi può lavorare deve essere aiutato dallo Stato a trovare lavoro e formarsi per trovare un buon lavoro e ben retribuito, non può stare a casa pagato da chi paga le tasse facendosi il mazzo, anche in questo caso senza se e senza ma”.

Qual è l’obiettivo del Terzo Polo alle Politiche? Calenda ha detto che se finite oltre il 10% il centrodestra non vincerà e sarà necessario richiamare Draghi. Secondo lei non è un rischio chiedere agli elettori di votarvi per imporre un altro governo “ibrido” o di unità nazionale?

“Draghi non è un ibrido, è il meglio che questo Paese può esprimere. È l’uomo con il miglior prestigio internazionale e siccome parecchi dei nostri guai vengono da fuori, avere lui è la migliore garanzia possibile per gli italiani. Draghi è la migliore espressione del nostro patriottismo, altro che la Meloni”.

Ci sono i margini per risolvere, o tamponare, la crisi energetica prima di andare al voto? Sembrerebbe che lo vogliano tutti.

“Il 6 settembre torneremo in Senato proprio per questo. La campagna elettorale va messa da parte di fronte alle emergenze del Paese. Servono risorse per sostenere imprese e famiglie, servono provvedimenti per una celerissima autonomia energetica”.

 

venerdì 29 luglio 2022

 


LA LEGGE ELETTORALE NON È LA POLITICA

MA UNO STRUMENTO ATTUATIVO

Ogni volta che nel nostro Paese si avvicina l’aria elettorale o, come adesso con le politiche, si concretizzano le elezioni, si parla di legge elettorale.

Spesso si parla quasi sempre a sproposito perché, in base alle convenienze, si tira dall’una o dall’altra parte.

Le celte politiche, le aggregazioni fra gruppi e partiti, la scelta dei candidati e l’assetto futuro dello stesso Parlamento, sembrano subordinati solo ed esclusivamente alla legge elettorale che ciascuno interpreta a modo suo o vorrebbe modificare a proprio vantaggio.

Tutti ignorano, o fanno finta di ignorare, che la legge elettorale è solo uno strumento al servizio, non dei partiti, ma del tipo di democrazia che si vuole raggiungere in un determinato Paese.

Difatti, se si vuole raggiungere una democrazia rispondente alle esigenze di partecipazione dei cittadini ed alla rappresentanza in sede politica ed istituzionale delle varie anime sociali e culturali che compongono la società nazionale, si deve fare ricorso al sistema proporzionale puro o corretto.

Nel sistema puro oppure corretto, con uno sbarramento per evitare risultati troppo frastagliati nella composizione della rappresentanza, è determinante ai fini della partecipazione dei cittadini, la possibilità di esprimere la preferenza da parte del cittadino elettore.

Solo così si ha la completezza fra partecipazione e democrazia nonché di rapporto diretto fra elettore ed eletto.

Quindi non un semplice avallo dei cittadini alle scelte effettuate esclusivamente dai gruppi o partiti politici che, non essendo soggetti giuridicamente riconosciuti come prevede la costituzione, limitano il potere democratico dei cittadini.

Quando invece si vuole dare maggiore peso alla stabilità istituzionale ed all’aggregazione fra gruppi politici quasi omogenei, almeno nella maggior parte delle istanze che rappresentano, si usa il sistema maggioritario.

Esso non è altro che un sistema che favorisce le liste che si aggregano con agevolazioni nell’assegnazione degli eletti, con composizione rigide delle liste che rispondono ai desiderata dei capi partito e la scelta del cittadino elettore è nulla rispetto alla valutazione del potenziale eletto perché l’elettore non può esprimere alcuna preferenza.

Il cittadino può solo avallare le scelte operate dai gruppi partitici che non rispondono ad alcuna normativa di controllo, ma solo agli statuti interni di ciascun gruppo politico.

Una specie di teocrazia “de noialtri” che porta a personalizzare sempre più un raggruppamento politico verso un leader che anche in modo paternalistico esercita l’unico rapporto con gli eletti che non sono più subordinati al volere del popolo, ma a quello del capopopolo da cui dipendono le sue performance politiche ed istituzionali.

L’attuazione tecnica di questo metodo elettorale avviene normalmente attraverso collegi elettorali che rappresentano un territorio più o meno vasto ed un certo numero di cittadini.

Anche qui i candidati non vengono scelti dai cittadini, ma dai gruppi dirigenti dei partiti o dal loro capo.

Gli elettori più fortunati ad esercitare il loro diritto di partecipazione alla scelta dei potenziali componenti gli organismi parlamentari sono quelli la cui legge elettorale prevede il ballottaggio fra i due candidati che hanno ottenuto il maggior numero di voti nei collegi elettorali.

La legge elettorale che vige attualmente in Italia, detta volgarmente rosatellum, non prevede ballottaggi nei collegi elettorale per cui l’elettore non può esercitare una propri scelta diretta.

Prevede invece un sistema misto, con collegi maggioritari e per circa il 60% degli eletti avviene con un sistema proporzionale che però non prevede alcuna preferenza da parte dell’elettore e la posizione in lista dei candidati è rigida ed indicativa dei potenziali eleggibili solo in base alla loro posizione in lista.

Questa non partecipazione diretta dei cittadini attraverso il voto di preferenza ed il fatto che rappresentano solo numeri votanti come fossero delle mummie di un processo formale di democrazia è forse il primo motivo che scatena il grave assenteismo nelle varie votazioni per cui la rappresentanza è solo espressa dalla volontà coatta di una minoranza sempre più ridotta di elettori.

Quindi ridiamo credibilità ai partiti ed alle istituzioni restituendo il giusto ruolo al sistema politico – istituzionale che si vuole attuare e consideriamo la legge elettorale utile solo alla concretizzazione del sistema scelto uscendo dall’equivoco che ci indica come un Paese di grande democrazia, ma che il sistema elettorale non partecipato la sminuisce nei fatti.

Così come la politica ancorata al personalismo ed alla difesa degli interessi di parte la rende vulnerabile perché non fatta propria dalla maggioranza dei cittadini che avrebbero diritto al voto e monopolizzata da minoranze di elettori spesso non rappresentativi di programmi e visioni strategiche di scelte collettive, ma ancorati all’effimero particolare.

 

Siracusa 29/07/2022                                                                  Pippo Bufardeci

 

lunedì 6 giugno 2022

 


 

QUALE TURISMO PER PACHINO

                                          Bozza del mio intervento al Convegno del 5/5/2022                           

Ex Cinema Diana Pachino

 

Da molti anni ci siamo chiesti quale tipo di turismo si poteva sviluppare a Pachino.

Il risultato è stato che mentre la classe politica e dirigente se lo chiedeva il contenitore vuoto di turismo si è riempito da solo con effetti positivi, ma anche con altri negativi.

Il tutto lasciato alla buona volontà dei singoli, ma soprattutto agli interessi dei molti che privilegiavano il lato economico a scapito di un progetto complessivo di sviluppo turistico obiettivo e rapportato ai veri interessi della comunità.

È mancata l’iniziativa pubblica capace di indirizzare lo sviluppo e la classe politica locale, come spesso è nelle abitudini di molti pachinesi, è andata a rimorchio delle iniziative degli altri comuni e spesso cercando di scimmiottare modalità ed iniziative che non gli si addicevano.

(Vedasi il rapporto con il comune di Noto che non ha dimostrato seriamente alcun interesse a cooperare con il comune di Pachino per lo sviluppo del proprio territorio che, nella parte nord e fino dentro Marzamemi, rappresenta la vera anima, purtroppo negativa, di qualsiasi processo di sviluppo. Basti pensare all’atteggiamento di Noto quando si è cercato di stipulare un accordo per la gestione del territorio che ha visto questo comune solo interessato agli introiti delle tasse che agli investimenti strutturali)

Sarebbe necessario che il comune, attraverso tutte le forze e le realtà interessate al turismo del nostro paese e coloro che sono interpreti del nostro sviluppo locale, elaborasse una specie di piano regolatore del turismo nel territorio pachinese individuando le diverse potenzialità e le idonee soluzioni operative.

Tutto quest’impegno deve essere indirizzato alla valorizzazione del territorio pachinese.

 

 

VALORIZZAZIONE DEL TERRITORIO

 

Per valorizzazione del territorio intendo puntare a creare condizioni di sviluppo del territorio comunale di Pachino, possibilmente in sinergia con il comune di Portopalo, perché è ciò che ci appartiene, che va valorizzato come impegno primario e non rimorchiati nelle indicazioni che altri comuni, come Noto, possono fare senza la necessità dell’apporto di Pachino in quanto non soggetto abilitato a decidere su problematiche e territori che non sono le sue. (Vedi Vendicari, San Lorenzo, Reitani, Spinazza e la stessa gestione della nuova destinazione della ferrovia.)

Quindi una responsabilità diretta di Pachino nell’appropriarsi di ciò che gli appartiene e prendersi la responsabilità di lavorare per cercare soluzioni capaci di coordinare lo sviluppo territoriale del turismo assumendosi tutte le sue responsabilità di classe dirigente politica, istituzionale, economica e culturale.

Ma che cosa ha Pachino che, a mio avviso, può valorizzare lavorando seriamente per uno sviluppo armonico e rispondente alle esigenze della sua comunità in sinergia con tutte le categorie interessate?

Secondo me sono almeno quattro le vie maestre da percorrere nell’immediato per dare corpo, creatività e serietà ad un progetto di sviluppo turistico del nostro territorio.

AMBIENTE – PRESENZE STORICHE – AGRICOLTURA – TRADIZIONI. 

 

AMBIENTE:

 

Non vi è dubbio che il nostro territorio presenta importanti aspetti paesaggistici da valorizzare e salvaguardare, ma soprattutto rendere fruibili a coloro che intendono svolgere percorsi culturali e turistici a contatto con la Natura e con tutto ciò che noi possiamo offrire.

Il sole, il mare, le paludi, la fauna, le saline, le caratteristiche morfologie della nostra costa, vedasi la zona delle Concerie che racchiude anche valenze storiche importanti, da cui prende il nome, come l’antica grotta della concia delle pelli.

Determinare le condizioni per l’accesso al mare da parte di tutti attraverso una idonea viabilità che si possa sposare con l’ambiente naturale sarebbe importante soprattutto se si controllassero con maggiore efficienza gli obbrobri dovuti all’abusivismo e all’utilizzo di molti tratti della costa per usi impropri per il settore agricolo (leggasi plastica delle serre interrata), per terrapieni fino al bagnasciuga a protezione di costruzioni che spesso deturpano le nostre coste ed ogni altro intervento illegale spesso sotto gli occhi di tutti.

(Personalmente sono stato favorevolmente colpito ed appoggio l’iniziativa di molti cittadini che, liberatesi dall’atavico torpore misto ad indifferenza per la cosa pubblica, stanno portando avanti il problema della protezione delle nostre coste e delle nostre paludi.

Così come altri gruppi si stanno spendendo in positivo per altre iniziative importanti per la collettività e che stanno sensibilizzando l’opinione pubblica verso il concetto che ciò che è pubblico è responsabilità di tutti noi e non qualcosa che non ci appartiene).

Spero anche i politici e gli amministratori pachinesi capiscano ciò e lottino, da subito, per la istituzione di una riserva naturale a protezione delle nostre paludi e di tutto quello che rappresentano in modo notevole per il nostro territorio, per l’ambiente, per il turismo e lo sviluppo economico. 

 

PRESENZE STORICHE

 

Negli ultimi anni, grazie al lavoro di ricerca storica di alcuni volenterosi studiosi locali del nostro passato e della nostra storia, l’ignoranza della nostra storia locale dovuta alla non conoscenza sta lasciando il posto ad un interesse sempre più marcato e consapevole del grande patrimonio storico che nasconde il nostro territorio.

Esso va approfondito e valorizzato per la conoscenza dei cittadini di Pachino, ma soprattutto per renderlo fruibile ai flussi turistici e capace di generare iniziative e riscontri economici per i nostri giovani e coloro che intendono investire su una proposta turistica che si fregia anche di un passato storico importante.

Mi riferisco, ad esempio, alla zona archeologica di contrada Cugni, alla grotta di Calafarina, alle torri di avvistamento, alla zona delle Concerie, del Cavittuni, alla Senia dei Corsari, alle Latomia, all’Isola delle Correnti ed altri luoghi, magari meno conosciuti come la zona Burgio, che potrebbero suscitare un vasto interesse.

Marzamemi

Naturalmente non dimentico la parte pachinese di Marzamemi che è diventata, negli ultimi anni, la locomotiva turistica non solo del nostro territorio, ma dell’intera zona sud della nostra provincia per notorietà non secondaria alla stessa Noto o Siracusa.

Ma Marzamemi ha dei problemi che vanno affrontati subito con serietà e saggezza per evitare che la locomotiva diventi obsoleta e i suoi vagoni solo luoghi mangerecci e di sballo per un’utenza incontrollata e spesso violenta che non vogliamo e non possiamo accettare perché incancrenisce lo sviluppo prima ancora che esso possa prendere il volo.

Tutta questa proposta culturale, se sviluppata in sinergia con il comune di Portopalo mettendo in rete tutto il grande patrimonio culturale, paesaggistico, storico ed ambientale che esso rappresenta, può determinare una proposta turistica importante, caratteristica, affascinante.

 

AGRICOLTURA

 

Potrebbe sembrare strano, ma la nostra storia agricola e la sua presenza attuale nel contesto economico nazionale potrebbe dare un forte contributo allo sviluppo turistico del nostro territorio ed avere anche un riscontro in termini di conoscenza e valorizzazione della propria produzione e quindi anche in termini economici.

Anche per questo settore ci vorrebbe un convegno a sé stante e la brevità del tempo concessomi non mi permette di essere esaustivo.

I nostri pilastri agricoli sono:

Da una parte la nostra tradizione vinicola e, dall’altra, la nuova caratteristica importante per l’agricoltura pachinese e cioè il pomodoro ciliegino che con grande impegno e sacrifici portano avanti molti agricoltori locali, anche e soprattutto, attraverso le strutture delle cooperative agricole e il Consorzio IGP del pomodorino di Pachino.

Bisogna fare sinergia fra questi due importanti filoni agricoli pachinesi e la proposta turistica quale nuovo ed importante volano economico di prospettiva.

Ciò perché lo sviluppo di un territorio non può basarsi su una sola direttrice, ma su diverse e sinergiche linee di sviluppo che siano complementari e solidali nel senso che possono assieme determinare sviluppo e, nel contempo, difendere il tessuto economico territoriale anche nei momenti di difficoltà di un comparto che può essere, economicamente, integrato da un altro non in crisi.

Nel contesto turistico l’agricoltura può dare un grosso contributo di natura storica e di evidenza del territorio attraverso i suoi prodotti.

Natura storica.

Personalmente seguo da anni e continuo ad apprezzare l’importante lavoro che svolge l’associazione Vivivimum Pachino presieduta da Walter Guarrasi sia dal punto di vista storico che per la ripresa della proposta commerciale del Vino di Pachino.

Dal punto di vista storico sta agendo su due direttive.

La prima riguarda la riscoperta e la valorizzazione delle presenze storiche che ancora esistono numerose nel nostro territorio.

Mi riferisco, in particolare, al censimento in atto dei palmenti ancora integri che esistono nel nostro territorio, sia all’interno del perimetro urbano che fuori per poterli mettere in rete al servizio turistico ed enogastronomico.

Si parla di circa 30 palmenti di cui quasi la metà nel centro urbano.

In questo contesto, mettiamo da parte il palmento Di Rudinì, che necessita di un discorso a sé stante e che va subito recuperato come contenitore culturale e vanno ricercati i finanziamenti per la fruibilità delle parti ancora non resi disponibili che riguardano la produzione e lo stoccaggio del vino, così come abbiamo fatto nel passato con il progetto europeo denominato Ecomuseo del Mediterraneo.

Non possiamo però non parlare dell’abnegazione con cui l’amico Nele Nobile ha portato avanti, da solo e senza l’aiuto delle istituzioni, la meritoria iniziativa del museo del vino dove la storia del lavoro pachinese si fonde con l’unica ed importante risorsa della terra che per molti anni ha rappresentato il simbolo sociale ed economico di Pachino e cioè il Nero Pachino ed il Rosso Pachino.

Etichette che lo stesso Nobile, assieme all’Associazione ViviVinum Pachino di Walter Guarrasi ed altri produttori stanno riportando nel contesto vinicolo nazionale anche come rivalutazione storica di una primogenitura vinicola che, altre realtà territoriali non a vocazione vinicola, cercano di fare propria.

Anche dal punto di vista pubblicitario, come proposto qualche decennio fa, le confezioni del ciliegino per il mondo potrebbero contenere riferimenti al vino e quelle del vino al ciliegino e, tutti e due, alle bellezze del territorio di origine per la valorizzazione turistica.

 

 

TRADIZIONI

 

L’ultima strada da percorrere, ma ultima solo in via esplicativa del progetto di sviluppo turistico del nostro territorio, è rappresentata dalle nostre tradizioni.

Tradizioni che sono importanti non solo per i cittadini di Pachino, ma lo possono essere per tutti coloro che, come turisti, studiosi o curiosi, intendono conoscerle e capirle.

Anche in questo comparto culturale pachinese, vi è stato, in questi ultimissimi anni, un interesse sempre maggiore ed approfondito da parte di alcuni studiosi pachinesi che, con conferenze e pubblicazioni varie, hanno permesso di ampliare l’offerta culturale delle tradizioni pachinesi e orientali lungo la strada dell’utilizzo ai fini culturali e turistici.

C’è quindi una riscoperta di ciò che siamo stati nel tempo e di ciò che possiamo ancora offrire, ma non c’è un’offerta fruibile sia per le nostre giovani generazioni che per i turisti.

Bisogna quindi concretizzare come offerta turistica ciò che le nostre tradizioni religiose, agricole, culinarie ed artigiane possono offrire ed essere volano di sviluppo e di arricchimento economico.

Anche qui, per ciò che ci ha unito nei secoli e che ancora ci unisce, non si può non lavorare in sinergia con il comune di Portopalo e con le associazioni ed i gruppi che studiano, approfondiscono ed offrono il nostro essere stati ed il nostro modo di rapportarci che ci ha permesso di svilupparci come comunità.

 

Quindi per concludere:

Quindi, in conclusione, finiamola col detto del passato che abbiamo le spiagge più belle del mondo, intendendo per mondo le quattro contrade che conosciamo noi, o abbiamo il vino migliore del mondo e poi lo mettiamo nelle botti piene di tartaro e lo facciamo diventare aceto, che la nostra agricoltura ha i prodotti migliori del mondo, ma poi non li facciamo conoscere e restano nelle nostre campagne.

Che siamo un paese pulito ed accogliente, ma abbiamo la spazzatura in ogni angolo e l’acqua non arriva nei nostri rubinetti.

DOBBIAMO AFFRONTARE IL NUOVO CON COMPETENZA, SERIETA’ E CON UN PROGETTO CONCRETO, SERIO E CREDIBILE

PERCIO’

1)   Lavoriamo prima sul nostro territorio che è l’unico in cui siamo deputati a decidere e poi diventiamo interlocutori con gli altri

2)   Iniziamo a concretizzare dei rapporti sinergici con il comune di Portopalo quale interlocutore privilegiato e riferimento naturale per qualsiasi piano di sviluppo della zona cui insieme ci riferiamo

3)   Valorizziamo i luoghi del sapere e del vedere (Cultura ed Ambiente)

4)   Favoriamo il coinvolgimento delle varie associazioni per la elaborazione, la conoscenza e la diffusione di un progetto condiviso disviluppo

5)   Iniziamo una vera e seria sinergia fra pubblico e privato

6)   Mettiamo in atto tutto ciò che riguarda i Servizi ed i Trasporti nel nostro territorio e quelli provinciali e regionali perché non si può avere alcuno sviluppo se non arrivano autobus a sufficienza, se le corse domenicali dei pullman regionali, quindi pubblici e pagati anche con i nostri soldi, arrivano tardi e partono presto rispondendo ad esigenze di spesa e non di apporto allo sviluppo di un territorio.

7)   Gli amministratori non fate la politica del cortile, ma pensate e lavorate tenendo presente che fuori dalle beghe, dal nostro cortiletto, dalla nostra piazza esiste un mondo vario ed articolato che ci appartiene e va affrontato con serietà, competenza, capacità di relazionarsi, studio e proposte credibili e non con beghe puerili che fanno solo danno al nostro paese ed ai suoi cittadini.

 

                                                                       Pippo Bufardeci

 

 

 

 

 

sabato 21 maggio 2022

 


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Lampi Di Racconti: Dove La Fine Non È’ Mai L’inizio Formato Kindle

di Pippo Bufardeci (Autore)  


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“Lampi di racconti” non sono solo il frutto della brevità degli stessi, ma ciò che si schiude nella nostra mente al loro inizio di lettura che può dare una interpretazione diversa dalla realtà narrativa.
Il tutto attraverso un uso quasi ambiguo delle parole che avallano una prima impressione di lettura consentita dallo scorrimento veloce della narrazione della breve storia che sembra dar credito a ciò che noi pensiamo rispetto a ciò che in realtà leggiamo.
È, quindi, la metafora della vita stessa che dà senso e sostanza ad una realtà che non è quella cui assistiamo, ma quella che crediamo possa essere secondo l’interpretazione data dal nostro modo di assimilarla rispetto a ciò che invece si manifesta come avvenimento reale.
Siamo in presenza di racconti che, per essere compresi e capirne la loro trama ed il loro fine, vanno letti a ritroso partendo dalla realtà accertata.
La fine della storia è l’unico modo per togliere alle parole, e alla storia stessa, la lettura del nostro subconscio e riportare alla loro effettiva valenza il significato delle parole e della storia raccontata.
Ne consegue che siamo in presenza di un umorismo diverso che si manifesta alla fine del racconto e si amplifica nella rilettura dello stesso.
Mette cioè il lettore nella valutazione ilare fra la trama che la sua psiche gli aveva suggerito e quella che gli svela la realtà alla fine del racconto.
“Lampi di racconti” non sono solo il frutto della brevità degli stessi, ma ciò che si schiude nella nostra mente al loro inizio di lettura che può dare una interpretazione diversa dalla realtà narrativa.
Il tutto attraverso un uso quasi ambiguo delle parole che avallano una prima impressione di lettura consentita dallo scorrimento veloce della narrazione della breve storia che sembra dar credito a ciò che noi pensiamo rispetto a ciò che in realtà leggiamo.
È, quindi, la metafora della vita stessa che dà senso e sostanza ad una realtà che non è quella cui assistiamo, ma quella che crediamo possa essere secondo l’interpretazione data dal nostro modo di assimilarla rispetto a ciò che invece si manifesta come avvenimento reale.
Siamo in presenza di racconti che, per essere compresi e capirne la loro trama ed il loro fine, vanno letti a ritroso partendo dalla realtà accertata.
La fine della storia è l’unico modo per togliere alle parole, e alla storia stessa, la lettura del nostro subconscio e riportare alla loro effettiva valenza il significato delle parole e della storia raccontata.
Ne consegue che siamo in presenza di un umorismo diverso che si manifesta alla fine del racconto e si amplifica nella rilettura dello stesso.
Mette cioè il lettore nella valutazione ilare fra la trama che la sua psiche gli aveva suggerito e quella che gli svela la realtà alla fine del racconto.

 

mercoledì 13 aprile 2022


 

LA DONNA DELLO SBARCADERO 

Scivolava lentamente l’antica ed usurata barca di fattura siracusana che conduceva i pochi passeggeri dal piazzale delle poste allo sbarcadero di porto Lachio sotto i lenti colpi del consumato remo del vecchio pescatore che tutti chiamavano ‘zu Natali”.

Chi saliva su quella barca per andare al mercato generale o “a duana”, come lo chiamavano i vecchi pensionati e le massaie siracusane, non doveva avere fretta.

Tutti sapevano che u ‘zu Natali” accarezzava il mare e parlava con la barca che aveva condiviso con lui i sogni e i dolori di una lunga vita passata a solcare il mare con amore e rispetto.

Essere in barca con lui era come sfogliare una lunga enciclopedia dedicata al mare, alla sua vita ed ai personaggi che gli avevano fatto contorno.

Molti di loro erano ancora abbarbicati ai remi delle altre barche che anch’esse solcavano le acque di quello che fu una volta il porto marmoreo dei romani e che ormai tutti individuavano come quello dello sbarcadero.

La melma e le erbacce avevano sostituito i lunghi lastroni del vecchio marmo di una antica Siracusa che amava la forza e la bellezza ed era da tutti rispettata.

Nel loro giornaliero andirivieni, in quelle poche centinaia di metri di ogni corsa, i vecchi marinai si incrociavano e si salutavano più volte scambiandosi anche parole di scherno o notizie sul tempo, sulla corsa o sui fatti giornalieri.

Spesso, non essendoci molto da fare per i giovani di quella Siracusa degli inizi anni sessanta, soprattutto se erano giornate senza scuola ed impegni, prendevo la barca dello ‘zu Natali” per una traversata di piacere rilassante e gioiosa inebriata dall’odore del mare.

Si scivolava lentamente sull’acqua appiattita senza onde perchè scossa soltanto dal fendere del remo.

I vecchi pensionati parlavano del tempo, dei loro ricordi di gioventù, delle tasse, delle cose che a loro giudizio non erano state fatte, ma soprattutto la loro conversazione si concentrava sulla pensione troppo bassa che non li faceva campare e quel Governo ladro che aveva l’unico scopo di fottere la povera gente.

Ma si potevano anche acquisire informazioni su dove si poteva comprare il pesce fresco, il pane buono e casareccio, il vino senza acqua aggiunta e l’immancabile piccante argomento pieno di particolari inediti di donne leggere ed uomini cornuti.

La Siracusa degli inizi anni sessanta era ancora concentrata sull’isolotto di Ortigia che tutti chiamavano “u scogghiu” ed in poche fasce di case nella zona della vecchia borgata, dove la via delle passeggiate era quella denominata in onore della battaglia del Piave della prima guerra mondiale.

Tutt’intorno le vecchie case sorte nel periodo fascista con l’interramento della spiaggia e la copertura rattoppata dei corsi d’acqua che dalle zone alte, dopo avere percorso decine di chilometri dalla loro partenza dagli iblei, si riversavano sul tratto di mare di fronte la vecchia Ortigia.                                                         

 Spesso durante il periodo delle piogge e con il mare mosso si allagava tutto perché l’acqua salata entrava nelle fogne e fuoriusciva dai tombini.

Un perenne odore maleodorante impregnava tutta l’area dello sbarcadero e dell’arsenale greco perché un vecchio tubo disteso su piccoli piloni di cemento riversava in mare la pubblica fogna a qualche centinaio di metri dal porto piccolo.

La zona dove adesso vi è il parco naturale di Akradina, sotto gli impianti della cittadella dello sport, era un largo spiazzo da campagna abbandonata che tutti chiamavano “Testa o Re”.

Nei periodi delle gite di Pasqua o Ascensione, veniva riempito di famiglie festanti che si facevano la scampagnata fuori porta, così come lo spiazzo dove sorge il santuario della Madonna delle lacrime serviva per dare calci al pallone.

Non si trovava una stanza da affittare nemmeno a peso d’oro perché il fenomeno dell’industrializzazione sempre crescente, con migliaia di posti di lavoro disponibili, aveva attirato a Siracusa persone da tutta la Sicilia ed anche dal “continente”.

Quelle poche case esistenti rimasero un miraggio di molti in attesa dell’urbanizzazione selvaggia attraverso la quale muratori di campagna dei paesi della provincia, si trasformarono in imprenditori e si arricchirono.

Assieme a loro molti politicanti, dando vita alla nuova classe borghese cittadina anche se mai accolta con simpatia dalla consolidata classe dominante siracusana fatta di nobili decaduti e di borghesi post guerra.

Spesso nei contratti di locazione insisteva la clausola che gli affittanti dovevano dichiarare di non avere figli per evitare che l’immobile, controllato continuamente dal proprietario per difenderne l’integrità anche se dato in affitto, subisse danni.

Non furono in pochi a sottoscrivere quell’impegno anche se sapevano di non poterlo onorare e spesso, sotto lo sguardo vigile del proprietario, facevano entrare in casa i figli nascosti nei bauli della propria povera roba che portavano dai luoghi di provenienza in quella città di Archimede che era diventata il nuovo Eldorado.

Anche il vecchio dialetto del “siracusano do scogghiu “, come venivano individuati gli ortigiani doc, faceva sempre più fatica ad emergere dai tanti dialetti che si potevano sentire in ogni angolo della città provenienti anche dai più remoti paesini della Sicilia.

Mentre l’onda spingeva lentamente quella barca imbalsamata sulla leggera schiuma provocata al contatto con il verde remo che fendeva l’acqua con i colori della siracusana Lucia, il mio sguardo di passeggero distratto e pensieroso, si posò su una lontana sembianza di donna.

Come la famosa Sirenetta, la vedevo seduta su una delle tre colonnine di marmo modicano che delimitava la zona dello sbarco dei passeggeri dal mare nel tentativo di evitare che qualcuno potesse finire la sua corsa nelle acque dello sbarcadero.

Mi sembrò subito un volto conosciuto quello della donna, quasi appollaiata sulla colonna centrale, che dava l’impressione di portare negli occhi una grande tristezza e un’aria sperduta come se vedesse quel cotesto per la prima volta ed in esso si smarrisse.                                                         

 Eppure non riuscivo a dare una rispondenza temporale ed una motivazione per cui quel volto e quegli occhi mi sembrassero così familiari da non farmi più pensare ad altro che a concentrarmi per cercare di ricordare e capire.

Un pò per timidezza ed un pò per potere osservare meglio senza essere visto, mi fermai vicino al casello della ferrovia che attraversava quelle case periferiche da cui potevo osservare ogni movimento sullo spiazzale dello sbarcadero.

Ogni volta che accanto alla donna sfilavano i passeggeri che salivano o scendevano dalle barche lei accorciava la gonna con il movimento delle gambe come se volesse sedersi meglio sulla colonnina lasciando scoperta una parte di sé.

Gli occhi gli si riempivano di una ammaliante dolcezza che cedeva però subito il posto alla tristezza dopo ogni flusso di quelle sagome veloci di persone indaffarate.

Ogni tanto uno sguardo fuggevole di uomini con le mogli al braccio copriva il suo corpo e l’attenzione di qualche ragazzo apparentemente distratto si faceva sempre più prossima ed interessata.

Ma quel viso e quello sguardo mi dicevano sempre più che ci eravamo incontrati e strizzavo la memoria per fare uscire il giusto ricordo fino a che un veloce fotogramma non si trasformò in un film.

Era proprio lei.

La ragazza biondina figlia dell’acquaiolo del mio paese che con le trecce, la gonna rattoppata e le gambe penzolanti dal carro sporco, cantava canzoni della tradizione popolare per rendere meno noiose le ore trascorse ad attraversare le strade polverose del paese.

Il padre trasportava otri d’acqua per le famiglie che glieli richiedevano per riempire grandi e vecchie giare di terracotta.

Della possibilità di avere un acquedotto comunale nessuno ne aveva mai sentito parlare fra quelle case del paese appollaiate su tre collinette dove, l’odore della cottura della verdura selvatica e dei legumi dei terreni più aridi non adatti al vino, sembrava coprire la miseria che imperava da generazioni.

“Luisella pigghia i sordi “era la rauca voce del padre che faceva saltare la ragazzina dal carro per porgere la mano alla contadina che aveva chiesto una caputa d’acqua e doveva pagare con le poche sgualcite lire che teneva arrotolate strette all’interno dello stringipetto per la paura di perderle o farsele rubare.

La ragazzina raccoglieva quel piccolo tesoro come si trattasse di una reliquia importante, ma già sapeva che sarebbe finito nella tasca del proprietario dell’unica osteria del paese che il padre frequentava tutte le sere, fino ad essere posseduto dai fumi dell’alcool e riportato a casa proprio da Luisella.

Era un compito che svolgeva diligentemente tutte le sere anche se, durante il tragitto dall’osteria a casa le sue piccole guance diventavano rosse dagli schiaffi che il padre non le lesinava.

Era cresciuta prima degli altri coetanei quella gracile e bella bambina che certamente non aveva di che gioire dello squarcio di vita che il Signore le aveva già riservato.                                                          

 Un giorno sparì dal paese e non se ne seppe più niente, e a noi bambini mancò molto quel gioioso passaggio del carro dell’acqua che faceva parte della coreografia dei nostri giuochi e quella piccola bambina bionda che era inconsapevolmente diventata una nostra compagna di strada.

Si parlò della morte del padre e della miseria della famiglia, così come si diffuse la voce che la lontana “Merica” l’aveva accolta nel proprio territorio.

Passarono molti anni e una casuzza della strada del basalatu accolse Luisella che, nel frattempo, era diventata donna, ed alla bellezza aveva aggiunto un’affascinante fattezza femminile che avvolgeva in abiti dediti più alla miseria che al lusso.

Le solite comari che trascorrono le giornate a farsi i fatti degli altri, raccontarono con dovizia di particolari, l’intervallo di vita trascorso fra la partenza ed il ritorno al proprio paese.

Le altre persone che ascoltavano il racconto facevano eco alle loro conclusioni, in modo corale, con la parola dialettale “mischina”.

“Mischina”, racchiudeva in sè le pene patite da quell’angelo mai sbocciato, che l’aveva visto sposare un uomo molto più grande di lei con lo stesso amore per il vino del padre, e che sperperava i dollari americani fra vizi e donne, lasciando Luisella sempre nel suo perenne stato di miseria.

Nel basalatu non aveva soldi né pane per sfamarsi e faceva ogni tanto la criata per dare qualcosa da mangiare ai quattro figli che ricordavano il soggiorno mericano accanto a quell’uomo dal forte odore di vino.

Ma aveva una cosa dove madre Natura non era stata misera con lei e le aveva concesso con generosità.

La bellezza e le sue fattezze che con timidezza cercava di fare apprezzare, seduta su quella colonna dello sbarcadero, a qualche passante distratto o in compagnia che la degnava solo di uno sguardo accattivante ma non interessato.

Trascorsero decine di minuti ed alla colonna di finto marmo che sorreggeva il suo corpo, fece pariglia la robusta sembianza di un uomo che si stagliò davanti a lei quasi a volerle togliere anche quel tiepido raggio di sole che, colpendola, la rendeva ancora più radiosa.

Aveva le braccia tatuate con i pupi che solevano stamparsi coloro che avevano sostato nelle patrie galere ed un grosso anello al dito faceva da pariglia ad una collana che, come una catena galeotta, le scendeva dal collo.

La prese con un braccio, scambiò qualche breve parola e la spinse dentro una macchina dove altri due amici l’accolsero schiamazzando.

Dal finestrino si vide per un po’ voltarsi con lo sguardo verso lo sbarcadero, guardando il mare solcato dalle barche lente che lo fendevano con remi e che, come Luisella, avrebbero potuto spingere la barca della vita verso lidi d’amore, ma erano stati destinati a vivere ed invecchiare in un mare melmoso stancamente solcato, sotto la flebile forza delle braccia do “zu Natali”, che lentamente aspettava la fine del suo vivere di misero pescatore.

                                                                                           Pippo Bufardeci