mercoledì 13 aprile 2022


 

LA DONNA DELLO SBARCADERO 

Scivolava lentamente l’antica ed usurata barca di fattura siracusana che conduceva i pochi passeggeri dal piazzale delle poste allo sbarcadero di porto Lachio sotto i lenti colpi del consumato remo del vecchio pescatore che tutti chiamavano ‘zu Natali”.

Chi saliva su quella barca per andare al mercato generale o “a duana”, come lo chiamavano i vecchi pensionati e le massaie siracusane, non doveva avere fretta.

Tutti sapevano che u ‘zu Natali” accarezzava il mare e parlava con la barca che aveva condiviso con lui i sogni e i dolori di una lunga vita passata a solcare il mare con amore e rispetto.

Essere in barca con lui era come sfogliare una lunga enciclopedia dedicata al mare, alla sua vita ed ai personaggi che gli avevano fatto contorno.

Molti di loro erano ancora abbarbicati ai remi delle altre barche che anch’esse solcavano le acque di quello che fu una volta il porto marmoreo dei romani e che ormai tutti individuavano come quello dello sbarcadero.

La melma e le erbacce avevano sostituito i lunghi lastroni del vecchio marmo di una antica Siracusa che amava la forza e la bellezza ed era da tutti rispettata.

Nel loro giornaliero andirivieni, in quelle poche centinaia di metri di ogni corsa, i vecchi marinai si incrociavano e si salutavano più volte scambiandosi anche parole di scherno o notizie sul tempo, sulla corsa o sui fatti giornalieri.

Spesso, non essendoci molto da fare per i giovani di quella Siracusa degli inizi anni sessanta, soprattutto se erano giornate senza scuola ed impegni, prendevo la barca dello ‘zu Natali” per una traversata di piacere rilassante e gioiosa inebriata dall’odore del mare.

Si scivolava lentamente sull’acqua appiattita senza onde perchè scossa soltanto dal fendere del remo.

I vecchi pensionati parlavano del tempo, dei loro ricordi di gioventù, delle tasse, delle cose che a loro giudizio non erano state fatte, ma soprattutto la loro conversazione si concentrava sulla pensione troppo bassa che non li faceva campare e quel Governo ladro che aveva l’unico scopo di fottere la povera gente.

Ma si potevano anche acquisire informazioni su dove si poteva comprare il pesce fresco, il pane buono e casareccio, il vino senza acqua aggiunta e l’immancabile piccante argomento pieno di particolari inediti di donne leggere ed uomini cornuti.

La Siracusa degli inizi anni sessanta era ancora concentrata sull’isolotto di Ortigia che tutti chiamavano “u scogghiu” ed in poche fasce di case nella zona della vecchia borgata, dove la via delle passeggiate era quella denominata in onore della battaglia del Piave della prima guerra mondiale.

Tutt’intorno le vecchie case sorte nel periodo fascista con l’interramento della spiaggia e la copertura rattoppata dei corsi d’acqua che dalle zone alte, dopo avere percorso decine di chilometri dalla loro partenza dagli iblei, si riversavano sul tratto di mare di fronte la vecchia Ortigia.                                                         

 Spesso durante il periodo delle piogge e con il mare mosso si allagava tutto perché l’acqua salata entrava nelle fogne e fuoriusciva dai tombini.

Un perenne odore maleodorante impregnava tutta l’area dello sbarcadero e dell’arsenale greco perché un vecchio tubo disteso su piccoli piloni di cemento riversava in mare la pubblica fogna a qualche centinaio di metri dal porto piccolo.

La zona dove adesso vi è il parco naturale di Akradina, sotto gli impianti della cittadella dello sport, era un largo spiazzo da campagna abbandonata che tutti chiamavano “Testa o Re”.

Nei periodi delle gite di Pasqua o Ascensione, veniva riempito di famiglie festanti che si facevano la scampagnata fuori porta, così come lo spiazzo dove sorge il santuario della Madonna delle lacrime serviva per dare calci al pallone.

Non si trovava una stanza da affittare nemmeno a peso d’oro perché il fenomeno dell’industrializzazione sempre crescente, con migliaia di posti di lavoro disponibili, aveva attirato a Siracusa persone da tutta la Sicilia ed anche dal “continente”.

Quelle poche case esistenti rimasero un miraggio di molti in attesa dell’urbanizzazione selvaggia attraverso la quale muratori di campagna dei paesi della provincia, si trasformarono in imprenditori e si arricchirono.

Assieme a loro molti politicanti, dando vita alla nuova classe borghese cittadina anche se mai accolta con simpatia dalla consolidata classe dominante siracusana fatta di nobili decaduti e di borghesi post guerra.

Spesso nei contratti di locazione insisteva la clausola che gli affittanti dovevano dichiarare di non avere figli per evitare che l’immobile, controllato continuamente dal proprietario per difenderne l’integrità anche se dato in affitto, subisse danni.

Non furono in pochi a sottoscrivere quell’impegno anche se sapevano di non poterlo onorare e spesso, sotto lo sguardo vigile del proprietario, facevano entrare in casa i figli nascosti nei bauli della propria povera roba che portavano dai luoghi di provenienza in quella città di Archimede che era diventata il nuovo Eldorado.

Anche il vecchio dialetto del “siracusano do scogghiu “, come venivano individuati gli ortigiani doc, faceva sempre più fatica ad emergere dai tanti dialetti che si potevano sentire in ogni angolo della città provenienti anche dai più remoti paesini della Sicilia.

Mentre l’onda spingeva lentamente quella barca imbalsamata sulla leggera schiuma provocata al contatto con il verde remo che fendeva l’acqua con i colori della siracusana Lucia, il mio sguardo di passeggero distratto e pensieroso, si posò su una lontana sembianza di donna.

Come la famosa Sirenetta, la vedevo seduta su una delle tre colonnine di marmo modicano che delimitava la zona dello sbarco dei passeggeri dal mare nel tentativo di evitare che qualcuno potesse finire la sua corsa nelle acque dello sbarcadero.

Mi sembrò subito un volto conosciuto quello della donna, quasi appollaiata sulla colonna centrale, che dava l’impressione di portare negli occhi una grande tristezza e un’aria sperduta come se vedesse quel cotesto per la prima volta ed in esso si smarrisse.                                                         

 Eppure non riuscivo a dare una rispondenza temporale ed una motivazione per cui quel volto e quegli occhi mi sembrassero così familiari da non farmi più pensare ad altro che a concentrarmi per cercare di ricordare e capire.

Un pò per timidezza ed un pò per potere osservare meglio senza essere visto, mi fermai vicino al casello della ferrovia che attraversava quelle case periferiche da cui potevo osservare ogni movimento sullo spiazzale dello sbarcadero.

Ogni volta che accanto alla donna sfilavano i passeggeri che salivano o scendevano dalle barche lei accorciava la gonna con il movimento delle gambe come se volesse sedersi meglio sulla colonnina lasciando scoperta una parte di sé.

Gli occhi gli si riempivano di una ammaliante dolcezza che cedeva però subito il posto alla tristezza dopo ogni flusso di quelle sagome veloci di persone indaffarate.

Ogni tanto uno sguardo fuggevole di uomini con le mogli al braccio copriva il suo corpo e l’attenzione di qualche ragazzo apparentemente distratto si faceva sempre più prossima ed interessata.

Ma quel viso e quello sguardo mi dicevano sempre più che ci eravamo incontrati e strizzavo la memoria per fare uscire il giusto ricordo fino a che un veloce fotogramma non si trasformò in un film.

Era proprio lei.

La ragazza biondina figlia dell’acquaiolo del mio paese che con le trecce, la gonna rattoppata e le gambe penzolanti dal carro sporco, cantava canzoni della tradizione popolare per rendere meno noiose le ore trascorse ad attraversare le strade polverose del paese.

Il padre trasportava otri d’acqua per le famiglie che glieli richiedevano per riempire grandi e vecchie giare di terracotta.

Della possibilità di avere un acquedotto comunale nessuno ne aveva mai sentito parlare fra quelle case del paese appollaiate su tre collinette dove, l’odore della cottura della verdura selvatica e dei legumi dei terreni più aridi non adatti al vino, sembrava coprire la miseria che imperava da generazioni.

“Luisella pigghia i sordi “era la rauca voce del padre che faceva saltare la ragazzina dal carro per porgere la mano alla contadina che aveva chiesto una caputa d’acqua e doveva pagare con le poche sgualcite lire che teneva arrotolate strette all’interno dello stringipetto per la paura di perderle o farsele rubare.

La ragazzina raccoglieva quel piccolo tesoro come si trattasse di una reliquia importante, ma già sapeva che sarebbe finito nella tasca del proprietario dell’unica osteria del paese che il padre frequentava tutte le sere, fino ad essere posseduto dai fumi dell’alcool e riportato a casa proprio da Luisella.

Era un compito che svolgeva diligentemente tutte le sere anche se, durante il tragitto dall’osteria a casa le sue piccole guance diventavano rosse dagli schiaffi che il padre non le lesinava.

Era cresciuta prima degli altri coetanei quella gracile e bella bambina che certamente non aveva di che gioire dello squarcio di vita che il Signore le aveva già riservato.                                                          

 Un giorno sparì dal paese e non se ne seppe più niente, e a noi bambini mancò molto quel gioioso passaggio del carro dell’acqua che faceva parte della coreografia dei nostri giuochi e quella piccola bambina bionda che era inconsapevolmente diventata una nostra compagna di strada.

Si parlò della morte del padre e della miseria della famiglia, così come si diffuse la voce che la lontana “Merica” l’aveva accolta nel proprio territorio.

Passarono molti anni e una casuzza della strada del basalatu accolse Luisella che, nel frattempo, era diventata donna, ed alla bellezza aveva aggiunto un’affascinante fattezza femminile che avvolgeva in abiti dediti più alla miseria che al lusso.

Le solite comari che trascorrono le giornate a farsi i fatti degli altri, raccontarono con dovizia di particolari, l’intervallo di vita trascorso fra la partenza ed il ritorno al proprio paese.

Le altre persone che ascoltavano il racconto facevano eco alle loro conclusioni, in modo corale, con la parola dialettale “mischina”.

“Mischina”, racchiudeva in sè le pene patite da quell’angelo mai sbocciato, che l’aveva visto sposare un uomo molto più grande di lei con lo stesso amore per il vino del padre, e che sperperava i dollari americani fra vizi e donne, lasciando Luisella sempre nel suo perenne stato di miseria.

Nel basalatu non aveva soldi né pane per sfamarsi e faceva ogni tanto la criata per dare qualcosa da mangiare ai quattro figli che ricordavano il soggiorno mericano accanto a quell’uomo dal forte odore di vino.

Ma aveva una cosa dove madre Natura non era stata misera con lei e le aveva concesso con generosità.

La bellezza e le sue fattezze che con timidezza cercava di fare apprezzare, seduta su quella colonna dello sbarcadero, a qualche passante distratto o in compagnia che la degnava solo di uno sguardo accattivante ma non interessato.

Trascorsero decine di minuti ed alla colonna di finto marmo che sorreggeva il suo corpo, fece pariglia la robusta sembianza di un uomo che si stagliò davanti a lei quasi a volerle togliere anche quel tiepido raggio di sole che, colpendola, la rendeva ancora più radiosa.

Aveva le braccia tatuate con i pupi che solevano stamparsi coloro che avevano sostato nelle patrie galere ed un grosso anello al dito faceva da pariglia ad una collana che, come una catena galeotta, le scendeva dal collo.

La prese con un braccio, scambiò qualche breve parola e la spinse dentro una macchina dove altri due amici l’accolsero schiamazzando.

Dal finestrino si vide per un po’ voltarsi con lo sguardo verso lo sbarcadero, guardando il mare solcato dalle barche lente che lo fendevano con remi e che, come Luisella, avrebbero potuto spingere la barca della vita verso lidi d’amore, ma erano stati destinati a vivere ed invecchiare in un mare melmoso stancamente solcato, sotto la flebile forza delle braccia do “zu Natali”, che lentamente aspettava la fine del suo vivere di misero pescatore.

                                                                                           Pippo Bufardeci

 

 

 

 

domenica 3 aprile 2022

 

 IL TURISMO CULTURALE A PACHINO: PROGRAMMARE E REALIZZARE

Penso che sarebbe importante, per Pachino, dare vita a delle e giornate di studio sul tipo di turismo che vogliamo fare e sulle iniziative che, sia i privati che il Comune, dovrebbero sviluppare nell’ambito di una programmazione confacente con l’indirizzo scelto.

Altrimenti saremmo sempre imbrigliati nella logica del caos più assoluto dove ciascuno, pensando solo al proprio orticello o al proprio interesse, si inventa unico detentore delle doti di grande stratega turistico.





Ritengo quindi che, a queste e giornate di studio, dovrebbero partecipare tutti i soggetti che operano nel settore o che siano capaci di programmare azioni ed interventi nell’interesse esclusivo di una strategia di sviluppo seria e realizzabile.

Sono convinto che l’offerta turistica debba essere differenziata in rapporto alle peculiarità territoriali, paesaggistiche, della cultura, delle tradizioni, del mare e dell’agricoltura che possono rappresentare una seria proposta di Pachino ai potenziali turisti interessati a visitare il nostro territorio.

Il tutto con un insieme di servizi concordati fra pubblico e privato per evitare la giungla caotica delle iniziative slegate e spesso inconcludenti.

Sono convinto altresì che il settore del turismo culturale deve rappresentare un punto di forza dell’offerta turistica complessiva del territorio.

In questo settore è necessario ridare rapida funzionalità al Palmento Di Rudinì per fargli riprendere l’importante ruolo, sia storico che di contenitore culturale, per Pachino e di dare vita ad un corollario di altre iniziative stabili per ampliare ulteriormente l’offerta.

Mi riferisco, in particolare, al migliore utilizzo dell’ex carcere quale contenitore vero di arte contemporanea, alla concretizzazione della proposta più volte approfondita con gli amici di ViviVinum Pachino, di un itinerario che metta in rete i numerosi palmenti ancora esistenti all’interno del territorio urbano e le varie cantine di produzione, ad una maggiore valorizzazione del patrimonio archeologico presente nel nostro territorio.

Ritengo altresì interessane portare all’attenzione dei turisti l’importante ruolo svolto e che ancora svolge nel settore della cinematografia quale location unica e inimitabile il nostro paesaggio e le nostre valenze strutturali.

Basti ricordare l’ultima presenza con La stagione della caccia di Camilleri oltre alle numerose scene girate per le varie rappresentazioni del commissario Montalbano ed ai film che sono entrati a far parte della storia cinematografica del nostro Paese e non solo.

Mi riferisco a Sud di Gabriele Salvatores, L’Avventura di Michelangelo Antonioni, Mario e il mago di Brandaeur, Il Viaggio di Vittorio De Sica e Kaos dei fratelli Taviani.

Per non parlare degli spot pubblicitari che, soprattutto negli ultimi anni, hanno utilizzato la location di Marzamemi da parte di importanti società commerciali che hanno reclamizzato i loro prodotti in abbinamento alle nostre accattivanti bellezze.

Per valorizzare, ricordare e incentivare questo importante settore culturale e turistico a vantaggio del nostro territorio sarebbe fondamentale dare vita ad un museo che, attraverso la cartellonistica, le descrizioni, le visioni multimediali ed altro, potrebbe rappresentare un importantissimo volano di attrazione turistica e di ritorno economico – lavorativo per l’intero territorio.

La struttura da utilizzare potrebbe essere l’ex istituto scolastico di Marzamemi che, attraverso i fondi del PNNR, avrebbe la possibilità di essere adattato al nuovo compito.

Quindi lavoriamo su idee e progetti di forte interesse comune e incidenti nel contesto economico e culturale del nostro territorio per una proposta turistica che sia la più ampia e la più redditiva possibile e per una presa di coscienza, da parte dell’Amministrazione di turno, che non è più tempo di vegetare ed attendere, ma è tempo dello studio, dell’azione e della fattibilità.

03/04/2022                                                                                               Pippo Bufardeci 

 

 

 

domenica 27 marzo 2022

 

              PACHINO: UN CONSIGLIO NON RICHIESTO PER LA SINDACA


Il rischio c’è ed è concreto. A Pachino la confusione politica regna sovrana, ma anche il dilettantismo e l’egocentrismo di parecchi consiglieri comunali.

Con le condizioni attuali si rischia un tirare a campare inconcludente ed un periodo nefasto per l’intera comunità pachinese che avrebbe bisogno di un’azione seria ed incisiva da parte dell’amministrazione comunale.

Con la difficile situazione economica e sociale non possiamo permetterci il lusso di un nuovo lungo commissariamento dell’attività comunale né, tantomeno, di inutili lotte politiche che spesso si fanno per il soddisfacimento di un ego personale o per dimostrare di essere esperti vassalli di padroncini politici non casalinghi.

In questo contesto la Sindaca ha il dovere, sia pure con le sue mancanze ed inesperienza, di prendere in mano la situazione ed indicare i giusti obiettivi che si devono raggiungere nell’esclusivo interesse della città.

Innanzitutto deve puntare politicamente sul consiglio comunale per coinvolgere i consiglieri, sia di maggioranza che di opposizione, in un progetto realistico e condiviso senza steccati né chiusure che sarebbero solo negative.

Sul piano amministrativo deve puntare sull’azione seria e sulla collaborazione dei dipendenti comunali che gestiscono le varie strutture ed hanno più conoscenza dei problemi e delle normative di molti consiglieri comunali, assessori o consulenti vari.

Incontrare quindi, settore per settore, i dipendenti per fare stilare un quadro realistico delle situazioni pregresse, dei progetti già in itinere e portarli a compimento perché potrebbero essere quelli con maggiori possibilità di rapida realizzazione. Contemporaneamente individuare, con i dirigenti comunali che per questi compiti sono pagati, le iniziative che possono essere prese nei vari comparti amministrativi,e preparare le idonee documentazioni per concretizzarle con la richiesta dei relativi finanziamenti.

Avuto questo quadro realistico della situazione amministrativa del comune di Pachino, si inizi un confronto serio, veloce e coinvolgente con la rappresentanza politica, anche di opposizione, per eventuali integrazioni e nuove proposte fattibili per formalizzare tutti gli atti amministrativi per la loro concretizzazione.

Nell’attuale contesto, per costruire qualcosa di concreto, bisogna puntare sui lavoratori che conoscono anche un po’ del loro mestiere piuttosto che su filosofi più abituati alle inconcludenti meditazioni che alla concretezza del lavoro in un comune disastrato.

Bisogna coinvolgere e non escludere. Non estromettere, ma ascoltare. Non dare senso all’ego personale o degli amici, ma pensare agli interessi generali.

Solo così avrà ancora senso continuare senza finire nel baratro.   (Pippo Bufardeci)

 

 

 

giovedì 10 marzo 2022

 

Ex sindaco di Pachino Bufardeci racconta in un libro 20 anni della DC siracusana

 


Ventanni di storia della Dc siracusana, raccontata dall'ex sindaco di Pachino Pippo Bufardeci.

Il libro narra un periodo ventennale che va dal 1965 al 1985 attraverso il racconto autobiografico dell’autore che inizia con il primo tentativo di iscrizione alla Dc e termina con la sua ultima candidatura alle elezioni provinciali del 1985.

Il libro si snoda attraverso un percorso all’interno della DC con fatti, personaggi, proposte politiche e proiezioni nei vari enti e nel tessuto sociale della provincia di Siracusa che ripropongono l’importanza di uomini e impegni di una comunità politica che ha determinato condizioni di sviluppo del nostro territorio.
Il libro ha già avuto un’ottima accoglienza da parte dell’ambiente ex democristiano e non solo perché è, storiograficamente, una pietra miliare della diccì di Siracusa e non solo.
E’ in vendita in molte librerie della provincia e prenotabile in qualsiasi libreria in Italia e nei vari store on line.
Sicuramente ci sarà un secondo volume che tratterà il periodo finale dell’esperienza democristiana ed il dopo Dc con le nuove formazioni politiche, i nuovi personaggi e il diverso rapporto fra eletto ed elettori.
Pippo Bufardeci è nato 75 anni fa a Pachino.

Ha ricoperto diverso ruoli in politica oltre ad essere stato funzionario della Direzione centrale della Democrazia Cristiana.

Sposato e padre di 3 figli, dal 1980 al 1985 Consigliere Provinciale eletto nel Collegio di Noto nella lista della Democrazia Cristiana.

Dal 1987 al 1992 eletto Consigliere Comunale nel Comune di Pachino – lista D.C. con l’incarico di Capogruppo Consiliare.

Dal gennaio 1991 al novembre 1991 eletto Sindaco di Pachino.
Successivamente è stato pure assessore al Comune di Pachino con la delega alle Politiche Sociali, Lavori Pubblici, Turismo, Sviluppo Economico, Cimitero e Presidente della Commissione per le pratiche del terremoto del 1990.

Nel giugno del 2004 è stato anche consigliere comunale a Siracusa.

 

DAL QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE ONLINE: NUOVO SUD.IT

 

martedì 8 febbraio 2022

 

DALLA DEMOCRAZIA ELETTIVA ALLA PARTECIPATA

Il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica non si è caratterizzato solo per lo stravolgimento politico che si è creato, ma soprattutto per ciò che ha rappresentato sul piano del rapporto fra i cittadini elettori e gli eletti.

Nella prima repubblica il cittadino elettore non solo sceglieva il proprio rappresentante nelle istituzioni attraverso la individuazione di un nome fra i tanti proposti, avvalendosi della segnatura della propria preferenza, ma concorreva a determinare la composizione della stessa lista attraverso una partecipazione attiva.

La partecipazione attiva si estrinsecava nell’ambito delle strutture dei partiti attraverso le tante assemblee ai vari livelli territoriali e statutari, ma anche attraverso le varie associazioni rappresentative delle esigenze sociali, economiche e categoriali.

Il sistema proporzionale assicurava, pur con i suoi limiti, la individuazione dei candidati, la scelta del singolo rappresentante e la rappresentanza delle varie articolazioni della società.

Questo sistema assicurava un rapporto diretto e continuo fra il territorio, l’eletto ed i suoi elettori.

Il sistema maggioritario e l’assenza della espressione della preferenza hanno determinato le condizioni dell’arroccamento fra gruppi anche disomogenei al loro interno, ma sommatisi elettoralmente per garantire l’aspetto matematico e non politico e per poter vincere le elezioni.

Dalla democrazia rappresentativa e partecipata siamo passati alla democrazia solamente elettiva.

L’organizzazione piramidale dei gruppi politici ha portato la proposta politica a rivedersi in un personaggio leader del gruppo capace di dettare le indicazioni di voto senza una proposta politica condivisa con le comunità che si vogliono rappresentare e senza alcuna partecipazione dei cittadini.

I cittadini hanno smesso di conoscere e di riconoscersi nell’eletto loro rappresentante perché è stato scelto dall’alto, spesso lontano dal territorio e preoccupato solo di ossequiare il capo che lo dovrebbe rimettere in lista e gli elettori devono solo fare un segno della croce sulla scheda.

Le prossime elezioni, indipendentemente dalla data di svolgimento, continueranno a perpetuare questo atipico sistema elettorale che è ritenuto meno importante dei sondaggi e dà solo parvenze di democrazia in quanto la cosiddetta stabilità, quasi mai verificatesi, è ritenuta, strumentalmente, meno importante della democrazia

Sono consapevole che, allo stato delle cose, difficilmente verrà cambiato il sistema elettorale a favore dei cittadini elettori perché toglierebbe il potere monarchico al capo squadra e la gioia di avere sudditi al posto degli elettori.

Solo se avessero il coraggio di fare ciò che dicono e non fanno mai, si potrebbe concretizzare un grande passo avanti verso la partecipazione dei cittadini alla determinazione della propria rappresentanza con una semplice modifica alla legge elettorale.

Basterebbe, allo stato, inserire il sistema del ballottaggio fra i due candidati che, nel collegio, hanno ottenuto i due maggiori quozienti, come avviene per i sindaci, e si ripristinerebbe in parte la capacità di scelta degli elettori, un rapporto più diretto fra eletto e territorio e un impegno istituzionale con maggiore conoscenza delle problematiche locali. Male cose semplici non sono di questo mondo.

Pippo Bufardeci

lunedì 17 gennaio 2022


 

SCUOLA SUPERIORE A QUATTRO ANNI: PROPOSTA PER ALTRI MILLE LICEI E ISTITUTI TECNICI

MA L’AZIONE A PUNTATE CREA DISPARITA’ FRA STUDENTI. MEGLIO TUTTI SUBITO.

Nel 2017 il Ministro Fedeli introdusse la sperimentazione del “Liceo Breve” al fine di permettere l’adeguamento delle scuole superiori italiane alla stragrande maggioranza dei paesi europei che anticipano di un anno l’iscrizione universitaria e quindi l’immissione dei giovani nel mondo del lavoro.

Ciò è possibile passando dagli attuali cinque anni a quattro senza diminuzione dei programmi.

Nell’anno scolastico 2018-2019le classi interessate erano circa 100 che si sono raddoppiate nell’anno successivo permettendo a migliaia di studenti italiani di accedere all’università con un anno di anticipo rispetto ad altri studenti e quindi anche con la possibilità di entrare nel mondo del lavoro con un anno di anticipo rispetto agli altri soggetti del percorso ordinario.

L’attuale ministro della pubblica istruzione, Patrizio Bianchi, ha proposto che, per il 2022, ne possano usufruire altri mille licei ed istituti tecnici.

Il consiglio superiore della pubblica istruzione esprime parere negativo perché ritiene che, “al momento, non vi siano le condizioni per procedere ad ulteriori ampliamenti delle classi coinvolte”.

A questo punto, secondo me, il gioco diventa discriminante nei confronti di tutti gli altri studenti che non usufruiscono della riduzione degli anni della scuola superiore e della possibilità di anticipare il loro ingresso nel mondo del lavoro.

Senza considerare che, questa disparità di trattamento fra gli studenti, è anche anticostituzionale perché lede il concetto di parità di diritti fra tutti i cittadini.

Difatti avremmo tutti gli studenti degli istituti interessati alla sperimentazione, che potrebbe durare decenni, in una posizione di vantaggio di studio e di lavoro rispetto a tutti gli altri.

Quindi sarebbe il caso di finire la sperimentazione ed introdurre per tutti gli istituti superiori la durata di quattro anni anziché di cinque adattandoci agli altri paesi europei e togliendo la disparità fra studenti, sia per quanto attiene il tempo del diploma e sia per avere la stessa possibilità e le stesse condizioni, per potersi immettere nel mondo del lavoro.

(Pippo Bufardeci)

 

 

 

 

giovedì 13 gennaio 2022

 L’IRA DI MUSUMECI È DA BAMBINO CAPRICCIOSO

La elezione dei rappresentanti siciliani per l’assemblea che dovrà eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, ci ha dato l’immagine del presidente della nostra regione, Nello Musumeci, simile ad un bambino capriccioso che piange se non vince al giuoco con gli altri bambini.
Non sta scritto da nessuna parte che il presidente di una qualsiasi regione debba essere parte insostituibile dei grandi elettori che devono eleggere il Presidente della Repubblica altrimenti nella costituzione sarebbe stato indicato come membro di diritto.
Ma egli, come gli altri, deve passare attraverso una libera elezione dei componenti l’assemblea regionale. In una elezione, che non prevede obblighi di maggioranza o di opposizione, può essere eletto chiunque faccia parte dell’assemblea regionale.
Lui è stato eletto in terza posizione, ma nessuna legge gli garantisce il posto più alto del podio anche perché, in fase di votazione, anche del Presidente della Repubblica, tutti i voti valgono uno.
La sua reazione è stata da bambino viziato perché ha messo in crisi il Governo, ha sbraitato contro tutti e contro tutto, ha dato valore ricattatorio al voto stesso ed ha sciorinato epiteti gravi contro i deputati votanti senza una motivazione né politica né istituzionale.
Ha incentrato tutto sul suo ego ferito. Perché non ha avuto una simile reazione quando i suoi decreti o provvedimenti di Governo sono stati bocciati dalla maggioranza che doveva difenderli?
Sicuramente una brutta caduta di stile, di rispetto della volontà dell’aula, del diritto di qualsiasi deputato di votare secondo i propri convincimenti su atti che non impegnano su nessuna solidarietà di Governo quale è da considerare la elezione dei delegati siciliani al voro presidenziale.
Quindi caro presidente Nello Musumeci, non faccia il bambino offeso e capriccioso e, se ne è capace, continui a lavorare per la Sicilia che per adesso lei rappresenta e per la quale è stato votato e non per sbraitare inesistente lesa maestà.
(PIPPO BUFARDECI)