sabato 31 ottobre 2020

 

SENATO DELLA REPUBBLICA

XVIII LEGISLATURA

 

 

DISEGNO DI LEGGE

d'iniziativa del Senatore Faraone

 

 

 

Riconoscimento del luogo familiare di origine



 

( Su mia proposta il sen. Davide Faraone, presidente del gruppo del Senato di Italia Viva, ha presentato il disegno di legge con il quale si propone che i comuni riprendano il loro diritto di registrare i propri cittadini come nati nel comune di provenienza e non come imposizione del luogo di nascita nel comune in cui è ubicato l'ospedale nel quale viene effettuato il parto)

 

Onorevoli Senatrici e Senatori. - Il presente disegno di legge mira a tutelare il diritto di ogni individuo al riconoscimento del luogo familiare di origine e, al contempo, a preservarne il radicamento territoriale.

Con la presente proposta di legge, pertanto, si mira a tutelare la duplice finalità di contrastare l'imposizione del comune di nascita, inteso come luogo ove è ubicato l'ospedale nel quale è avvenuto il parto, a favore di una libera scelta tra il suddetto e il comune familiare di origine e, al contempo, di evitare la perdita della memoria storica delle molteplici piccole realtà che da sempre caratterizzano il nostro Paese.

L'anagrafe è un registro della popolazione, una fonte informativa di primaria importanza che adempie a molteplici scopi, quali fini statistici, elettorali, tributari, ma soprattutto, tramite la denuncia della nascita dei neonati, fornisce uno stato giuridico e conferisce una identità a questi ultimi, inquadrandoli in un determinato territorio.

Sebbene l'istituzione dell'anagrafe, nella sua più moderna accezione, costituisca un fatto relativamente recente, questa affonda in realtà le sue radici in tempi ben più remoti, riconducibili ai tempi della pratica dei censimenti.

Difatti, nonostante avessero una portata più limitata e scopi non del tutto analoghi, già nell'antico Egitto, nell'antica Grecia e nell'antica Roma furono messi a punto sistemi di rilevazione e di registrazione censuaria al fine di stilare delle liste che consentissero di determinare la numerosità della popolazione, la loro composizione sociale e i mutamenti demografici, a fini tributari, militari, etc.

Tale pratica cominciò a decadere nel Medio Evo, quando i censimenti non furono più effettuati su vasti territori ma piuttosto su singole località, per poi ripresentarsi con maggior vigore con il Concilio di Trento del 1563, grazie al quale le rilevazioni demografiche divennero uno strumento utilizzato in maniera diffusa e sistematica.

In Italia il servizio anagrafico, funzionante sulla base di registri comunali della popolazione e dotato di un apposito ufficio di riferimento denominato "Ufficio delle Anagrafi", fu istituito con il regio decreto del 31 dicembre 1864, n. 2015. Tuttavia, l'implementazione di tale servizio risultò più ardua della sua stessa istituzione e così, prima che divenne effettivamente ed uniformemente operativo su tutto il territorio nazionale, furono adottati altri regi decreti e si dovette attendere fino al 1873, quando venne pubblicato il nuovo regolamento.

Ad oggi, funzione dell'anagrafe è quella di registrare nominativamente gli abitanti di un determinato Comune, sia come singoli individui sia come componenti di un nucleo familiare, illustrandone anche le caratteristiche naturali e sociali, allo scopo di rilevare i mutamenti demografici.

Alla luce delle funzioni fondamentali ricoperte dall'anagrafe, la legge italiana prevede l'obbligo di denunciare la nascita dei neonati entro il termine di tre giorni dalla nascita direttamente presso la struttura sanitaria nella quale è nato, oppure entro dieci giorni presso l'ufficio di stato civile del comune dove è avvenuta la nascita o in quello del comune di residenza dei genitori, in conformità con quanto disposto dall'articolo 30, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica del 3 novembre 2000, n. 396.

Tuttavia, se i genitori del neonato sono residenti in un comune differente rispetto a quello dove è ubicata la struttura sanitaria in cui è avvenuta la nascita, l'ufficiale di stato civile trascrive d'ufficio l'atto nel comune di residenza dei genitori. Ciò che ne consegue è che il neonato viene registrato come nato in un comune diverso rispetto a quello dove viene iscritta la sua residenza.

Considerato che la primaria funzione dell'anagrafe è quella di attribuire un riconoscimento e uno stato giuridico al neonato, appare paradossale conferire a quest'ultimo un comune di nascita differente da quello dove avrà luogo la sua prima residenza e che, soprattutto, non coincide con la sua identità geografica.

Tale situazione, lungi dall'essere sporadica, si verifica costantemente in moltissime realtà presenti sull'intero territorio nazionale e, per la precisione, ogni qualvolta la nascita avvenga in un Comune privo di una struttura ospedaliera o comunque sprovvisto di una struttura adeguatamente attrezzata.

Tale fenomeno, però, si è andato ulteriormente intensificando nel tempo, in seguito all'adozione di una serie di provvedimenti regionali che si inseriscono nel quadro del "Patto per la salute 2010-2012" siglato il 3 dicembre 2009 tra Governo, Regioni e Province autonome di Trento e di Bolzano, finalizzato a promuovere un processo di riorganizzazione delle reti regionali di assistenza ospedaliera, al fine di migliorare la qualità dei servizi e delle prestazioni offerte e di ottimizzare e non disperdere le risorse a disposizione.

In particolare, l'allegato 1 dell'accordo della conferenza unificata del 16 dicembre 2010, ai sensi dell'articolo 9 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, prevede il mantenimento o l'attivazione dei punti nascita in base a degli standard prettamente quantitativi, fissando a 1000 nascite annuali il parametro cui tendere, prevedendo delle eccezioni per i punti nascita con numerosità inferiore, ma comunque non al di sotto di 500 parti annui, sulla base di motivate valutazioni legate alla specificità territoriali.

In conseguenza della chiusura dei punti nascita impossibilitati a rispettare la suddetta soglia, unitamente al fatto che le pratiche di assistenza domiciliari alla nascita sono oramai da tempo in disuso, si assiste a un flusso sempre più abbondante delle future madri costrette a spostarsi dai propri comuni di residenza verso comuni di maggiori dimensioni muniti di strutture ospedaliere adeguate a prestare assistenza al parto.

Di conseguenza, i casi di discrasia tra il luogo di origine, ovvero il luogo di provenienza della propria famiglia, e quello di nascita, sono destinati ad aumentare nel tempo.

Tale situazione non è però rimasta priva di conseguenze, in quanto ha determinato un ingorgo anagrafico, oltre a tangibili incongruenze storico-sociali.

L'ingorgo anagrafico è dovuto al fatto che i genitori dei nuovi nati sono obbligati ad indicare quale luogo di nascita il comune in cui è ubicato l'ospedale. Tra i principali problemi riscontrabili e imputabili a tale ingorgo anagrafico, vi è che in tali comuni si registra uno scostamento tra le nuove nascite che vengono registrate e le persone che sono effettivamente residenti, generando significativi effetti distorsivi anche a fini statistici. Inoltre, ciò comporta un disfunzionamento amministrativo per tutti i cittadini residenti in un comune diverso da quello di nascita, in quanto, per qualsiasi pratica che necessita del documento di nascita, devono richiederlo nel comune di ubicazione dell'ospedale.

Infine, tale situazione crea e alimenta tangibili incongruenze storico-sociali. Difatti, si sta manifestando una situazione paradossale: da un lato, vi è la volontà politica di rivalorizzare i borghi e i piccoli paesi, anche attraverso una politica di mantenimento degli iscritti nelle rispettive anagrafi, dall'altro, la scelta di far coincidere il comune di nascita con quello ove è ubicato l'ospedale piuttosto che con quello di residenza familiare rende le località più piccole dei paesini fantasma, con borghi che non avranno nessun ricordo storico futuro, privi di cittadini e con solo meri residenti.

Pertanto i comuni di piccole dimensioni, se la situazione dovesse rimanere immutata, sarebbero destinati alla perdita della propria memoria storica, assoggettati a un ineluttabile fenomeno di sparizione delle nascite, mentre al contempo, i neonati, continuerebbero a essere privati di un comprovato legame con il vero luogo di origine della propria famiglia.

Con il presente progetto di legge, pertanto, si intende tutelare il diritto di ogni individuo di scegliere se mantenere o meno il proprio luogo familiare di origine, e porre in tal modo rimedio ad una esigenza sentita da moltissimi cittadini attualmente privati della facoltà di scegliere.

Nello specifico, l'articolo 1 della presenta proposta di legge si compone di tre commi. Il primo comma attribuisce ai genitori la facoltà di indicare, nella dichiarazione di nascita di cui all'articolo 30, comma 1, del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, il luogo familiare di origine, in aggiunta al comune ove è ubicato l'ospedale nel quale è effettivamente avvenuta la nascita.

Il secondo comma espone cosa si intende per "luogo familiare di origine", specificando che esso coincide con la residenza dei genitori o, previo accordo, di uno solo di essi; qualora invece non venga raggiunto un accordo, non è possibile indicare il luogo familiare di origine e deve essere indicato solo il luogo effettivo di nascita.

Il terzo comma puntualizza che, qualora i genitori scelgano di avvalersi della facoltà di indicare anche il luogo familiare di origine, il nuovo nato dovrà essere iscritto all'anagrafe del comune corrispondente.

L'articolo 2, invece, inquadra sistematicamente e coordina le norme con quanto già disposto in materia di anagrafe e di ordinamento dello stato civile dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000 n. 396, adottato sulla base delle disposizioni di cui al comma 12 dell'articolo 2 della legge 15 maggio 1997, n. 127.

L'articolo 3, infine, prevede la clausola di invarianza finanziaria, in quanto dall'attuazione della presente legge non derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.


 

DISEGNO DI LEGGE

 

Articolo 1

(Istituzione del luogo familiare di origine)

1. Al fine di tutelare il diritto al riconoscimento del luogo di origine della propria famiglia e di preservare il radicamento territoriale con il luogo di origine, nella dichiarazione di nascita di cui all'articolo 30, comma 1, del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, da rendere all'ufficiale di stato civile, è attribuita ai genitori la facoltà di indicare il luogo familiare di origine, in aggiunta al comune ove è ubicato l'ospedale nel quale è avvenuta la nascita.

2. Il luogo familiare di origine corrisponde al comune italiano ove risiedono i genitori, o uno solo di essi. Nel caso in cui i genitori non risiedano nello stesso comune, il luogo familiare di origine è stabilito di comune accordo. In mancanza di accordo, è dichiarato solo il luogo ove è avvenuta la nascita. Se la dichiarazione di nascita è resa da uno solo dei genitori, il luogo familiare di origine corrisponde alla residenza di quest'ultimo. Agli effetti della presente legge, per la residenza si applica l'articolo 43, secondo comma, del codice civile.

3. Qualora i genitori scelgano di avvalersi della facoltà di cui al comma 1, il figlio viene iscritto all'anagrafe del comune corrispondente.

 

Articolo 2

(Adeguamento delle norme regolamentari)

1. Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, con regolamento ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, previo parere delle competenti Commissioni parlamentari, sono apportate le necessarie modifiche al regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, al fine di coordinarne le disposizioni con quelle della presente legge.

2. Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministero della giustizia, con proprio decreto, di concerto con il Ministero dell'interno, provvede all'adeguamento dei modelli dei documenti di identità e delle certificazioni di nascita, anagrafiche e di stato civile alle disposizioni introdotte dalla presente legge.

 

Articolo 3

(Clausola di invarianza finanziaria)

1. Dall'attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

venerdì 16 ottobre 2020

 


LA FILOSOFIA SBAGLIATA DELLA SPAZZATURA

 

Molti amministratori non hanno capito che l’aspetto più visibile su cui giocano la loro reputazione di bravi o cattivi amministratori sta nella gestione del servizio della spazzatura.

E’ questo il comparto più evidente dove è più visibile ai cittadini il rapporto spesa – servizio che, essendo sotto gli occhi di tutti, determina un continuo controllo indiretto da parte dei cittadini nel doppio ruolo di usufruitori del servizio e di pagatori dello stesso.

Come si sa la bolletta è il frutto, diviso fra tutti gli utenti, del costo complessivo che sostiene il comune in un anno per tutti i servizi, diretti ed indiretti, per tenere in piedi il carrozzone del servizio di spazzatura.

Più il comune spende in un anno, più alta sarà la bolletta per i cittadini perché non si tratta di una tassa stabilita a priori, ma di un costo e di una spesa variabili.

La filosofia che, da qualche anno, ha prevalso nella raccolta della spazzatura in molte città italiane, è quella della raccolta porta a porta che, a mio avviso, si è dimostrata incapace di assicurare la pulizia delle città.

Essa si basa sul concetto degli abitanti che usufruiscono di un servizio a giorni stabiliti per conferire la diversa tipologia della spazzatura in appositi contenitori sparsi su tutto il territorio comunale al servizio esclusivo dei nuclei familiari autonomi e dei condomini.

Questa filosofia riempie le città di innumerevoli contenitori che deturpano ancora di più, non elimina, ma aumenta la visione di spazzatura conferita in contenitori pieni da giorni e non impedisce i sacchetti lasciati in ogni dove.

Sono anche convinti che, avendo un adempimento ogni giorno, non ci dovremmo spostare da casa nostra se non per qualche ora ed essere sempre puntuali nella consegna dei sacchetti o dei contenitori.

Per la ditta di raccolta diventa più oneroso effettuare fermate e svuotamento in ogni porta della città con costi maggiori che si riversano sulla bolletta dei cittadini.

Bisogna mettere i cittadini nelle condizioni di essere puliti con una organizzazione idonea che giustifichi le multe che devono essere fatte a coloro che continuano a sporcare dopo che, a causa del servizio razionalizzato, non esistono più alibi.

Altro aspetto trascurato per le città ed i comuni su cui si riversano cittadini di altri paesi per turismo o brevi soste è l’assenza di un servizio diretto a questa fascia di utenti provvisori che, non avendo dove conferire la loro momentanea spazzatura, la riversano in ogni dove sporcando ancora di più la città ed aumentando ancora di più il costo della bolletta finale dei cittadini che pagano.

E’ in ogni caso necessario che si creino parecchie zone di raccolta con cassonetti e cassoni dove conferire la spazzatura, sia differenziata che non, ed evitare la squallida visione di tanti contenitori sporchi e strapieni in ogni momento della giornata e potere usare il pugno duro nei confronti dei menefreghisti che non avrebbero più nessun alibi in merito alla mancanza di posti dove conferire.

E’ chiaro che queste zone di conferimento non avrebbero necessità di personale stabile, ma solo l’esigenza che la ditta ne operi lo svuotamento con continuità rapportata alla tipologia di quanto conferito.

 Se poi il cittadino vuole lo sconto bolletta, potrà sempre utilizzare i centri comunali di conferimento come avviene adesso. Comunque vista l’esperienza alquanto negativa, non si potrà continuare ancora così.

             Sr. 16/10/2020                                                Pippo Bufardeci

martedì 2 giugno 2020




FESTA DELLA REPUBBLICA 2020 E DELLA COSTITUZIONE.

IL RICORDO DI UNA GRANDE DONNA DELLA POLITICA SICILIANA E DELLA COSTITUZIONE IN UN MIO ARTICOLO SULLA RIVISTA "TALE' " DEL 2011


MARIA NICOTRA FIORINI VERZOTTO, DONNA DELLA COSTITUENTE 


Riteniamo interessante, nella ricorrenza del 150° anniversario dell’unità d’ Italia, evidenziare un aspetto importante di quell’avvenimento che riguarda il mondo femminile espresso attraverso la presenza delle donne sia in fase di votazione che soprattutto in seno all’Assemblea Costituente.
Fra queste donne ricordiamo una figura parlamentare molto importante per la nostra zona della Sicilia orientale e cioè l’on. Maria Nicotra Fiorini Verzotto che fu una delle 21 donne elette alla Costituente su 556 deputati.
Fu eletta nel collegio di Catania nella lista della Democrazia Cristiana con 22838 voti di preferenza rimanendo in carica dal 18 luglio del 1948 fino al 31 gennaio dello stesso anno per essere poi riconfermata nella successiva prima legislatura dello Stato repubblicano che si svolse dal 26 aprile del 1948 al 24 giugno del 1953.
Ma perché la Democrazia Cristiana, in un momento importante per la storia della Repubblica, scelse la giovane Maria Nicotra Fiorini che, nata a Catania il 6 luglio del 1913, all’atto della proclamazione avvenuta il 10 giugno del 1946 aveva appena 33 anni ed era anche donna?.
La nostra giovane politica, di professione casalinga, non era una donna qualsiasi e non lo fu nemmeno negli anni in cui svolse un ruolo politicamente non elettivo, ma negli organismi locali prima e quale moglie dopo di uno degli uomini più in vistai del dopoguerra nel panorama politico e manageriale siciliano.
Maria Nicotra Fiorini Verzotto appartiene ad una famiglia catanese che potremmo definire aristocratica e fin da giovane si distingue per le sue forti convinzioni religiose che, da fervente cattolica, la portano a ricoprire importanti incarichi nazionali nelle file dell’Azione Cattolica e delle Acli divenendo poi, nel 1958, anche vice delegata nazionale del Movimento Femminile della DC.
Il suo impegno civile si era espletato anche in diverse associazioni di volontariato fra cui la Croce Rossa Italiana nel periodo della guerra e della resistenza conseguendo la medaglia d’oro.
A Catania ricoprì anche l’incarico di segretaria provinciale della Democrazia Cristiana e di presidente dell’Istituto Autonomo per le case popolari dal 1960 al 1965.
Il 16 luglio del 1949 si sposa con un giovane funzionario della DC venuto dal Veneto ed inviato dal segretario nazionale della DC Fanfani per collaborare con il comitato provinciale di Catania e destinato a diventare, dal 1955 al 1975, l’uomo politico più importante della provincia di Siracusa ricoprendo l’incarico di segretario provinciale della DC, di Senatore eletto nel collegio di Noto, di segretario regionale del partito e di presidente dell’Ente Minerario siciliano.
Nel 1968 partecipa attivamente all’organizzazione della campagna elettorale del marito e della sua elezione a senatore così come si distingue nell’organizzazione della prima campagna elettorale dell’on. Concetto LoBello avvenuta nel 1972 che il marito sponsorizza fortemente.
 Frequenterà sempre più spesso la città di Siracusa trasferendosi definitivamente in un appartamento di corso Gelone per poi trasferirsi prima a Roma e poi in provincia di Padova dove, il 14 luglio del 2007, all’età di 94 anni, terminerà la sua intensa vita terrena dopo avere ricevuto il suo ultimo riconoscimento pubblico e cioè l’onorificenza di Cavaliere di Gran Croce al merito della Repubblica da parte del Presidente Giorgio Napolitano il 27 ottobre 2006.
La sua presenza siracusana fu molto discreta e molto attenta allo svolgimento dei fatti politici pur senza mai interferire né manifestare pubblicamente la propria opinione se non in presenza di una ristretta e discreta cerchia di poche persone con cui intratteneva un serio rapporto di amicizia e fiducia e di cui mi onoro d’averne fatto parte.
L’unica evidente presenza pubblica si manifestò quando sostituì il marito alla presidenza del Siracusa calcio dal 1975 al 1978 diventando la prima donna in Italia a ricoprire la carica di presidente di una squadra di calcio ricevendo anche il premio dell’USSI, unione stampa sportiva italiana, che fu assegnato a sportivi e dirigenti meritevoli presso il comune di Cefalù.
Ma riprendiamo il discorso relativo all’impegno politico ed istituzionale di Maria Nicotra Fiorini che, nel 1946, la vede fra le 9 democristiane elette all’Assemblea Costituente assieme ad altre 9 rappresentanti del partito comunista italiano, a 2 socialiste e ad una rappresentante della lista dell’uomo qualunque.
Per la verità la percentuale, inferiore al 4%, delle donne presenti in Assemblea cozzava con la grande partecipazione femminile al voto che si era avuta, soprattutto nel mezzogiorno, a testimonianza di una presa di coscienza politica importante nel momento storico che vedeva nel 1946, la espressione del voto femminile per la prima volta a suffragio universale dopo venti tentativi storici di introduzione della norma andati a vuoto.
Difatti la percentuale delle donne votanti in Sicilia fu dell’86,2 % a fronte dell’84,8 % degli uomini così come in Sardegna fu rispettivamente dell’87,3 % e dell’84,4 %.
A questa alta percentuale di partecipazione femminile contribuirono vari fattori compresa una forte presa di coscienza del ruolo sociale della donna, l’esodo migratorio post bellico che non permise a molti uomini di rientrare nelle sedi d’origine per il voto e l’appello del 1945 di Papa Pio XII alle donne cattoliche a mobilitarsi fortemente.
L’attività delle donne democristiane e della Fiorini Nicotra nell’Assemblea Costituente, si svolse prevalentemente per fare riconoscere alcuni principi fondamentali quali la pari dignità sociale e l’eguaglianza difronte alla legge di tutti i cittadini, la parità di uomini e donne in ambito lavorativo, l’uguaglianza morale e giuridica dei coniugi all’interno del matrimonio e la parità di accesso agli uffici pubblici ed alle cariche elettive in condizioni di uguaglianza.
Come ricorda la prof. Concetta Carrà in una relazione del 2009 su “Donne e Costituente “ – Fu come un’esplosione popolare dell’animo cristiano che vedeva la politica non tanto come la si possa pensare oggi ( fatta di compromessi ), ma come la rivalutazione delle profonde radici cristiane da mettere al servizio della ricostruzione dell’Italia - .
Nella prima legislatura repubblicana, che si svolse dal 26 aprile 1948 al 24 giugno 1953, Maria Nicotra Fiorini rappresentò nuovamente la circoscrizione catanese e svolse un importante lavoro legislativo sia come proponente che come firmataria di numerose proposte di legge ed interrogazioni ed interpellanze.
Fece parte della commissione Giustizia e di quella dei Trasporti nonché della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla miseria in Italia e sui mezzi per combatterla e della Commissione parlamentare di vigilanza sulle condizioni dei detenuti negli stabilimenti carcerari.
Fra le proposte di legge ricordiamo quella sulla concessione della indennità di buonuscita al personale ex ausiliario delle poste e per la protezione degli scolari dai pericoli della tubercolosi. Nonché l’autorizzazione al Ministero dei lavori pubblici per la spesa di lire 19.809.700.000 per case popolari per i terremotati del 28 dicembre del 1908 e del 15 gennaio 1915, la istituzione dei collegi delle infermiere professionali e delle assistenti sanitarie visitatrici e l’organizzazione e la raccolta di fondi per la lotta contro i tumori.
Vi sono poi anche numerosi interventi, sia in aula che in commissione, riguardanti importanti atti legislativi e progetti di legge.
Fra i suoi interventi in aula relativi alla illustrazione di interrogazioni vorrei solo evidenziare quello del 27 ottobre del 1948 relativo ai moti contadini che si verificarono a Lentini il 19 ottobre del 1948 e nei giorni seguenti.
L’interrogazione, di cui è prima firmataria l’on. Maria Nicotra Fiorini e che vede, fra le altre, anche la firma del deputato netino Corrado Terranova, così recita: I sottoscritti chiedono di interrogare il Ministro dell’Interno per conoscere l’esatta versione dei gravi fatti verificatesi nel comune di Lentini durante i quali riportarono ferite agenti e carabinieri, venne invaso il Municipio ed ebbero a subire violenze i rappresentanti del comune, fra cui il sindaco e per conoscere quali provvedimenti siano stati presi - .
Attraverso la lettura dell’intervento della Nicotra Fiorini e dei relatori degli altri gruppi politici che avevano presentato simili interrogazioni si apre uno spaccato della vita contadina post fascista che non si limita solo alla realtà agricola del comune di Lentini, ma fotografa la situazione dei contadini siciliani sempre alla ricerca di una soluzione ai propri atavici problemi che sembrano non trovare mai punti certi di riconoscimento dei diritti che si protraggono nel tempo e si manifestano ciclicamente anche con azioni di grave impatto sociale.
Lentini, come nel tempo anche Portella delle ginestre, Avola ed altri ancora.
Il fatto specifico, che merita un approfondimento ulteriore è stato anche evidenziato di recente in un convegno svoltosi nel 2009 a Lentini.
Esso prende le mosse dalla contestata applicazione della legge sull’imponibile di manodopera in provincia di Siracusa che provocò arresti, feriti, disordini ed assalto alle istituzioni.
Una vita politica della Maria Nicotra Fiorini spesa al servizio delle istituzioni e nell’interesse delle popolazioni di cui aveva ricevuto la fiducia ed il mandato elettorale.
Possiamo tranquillamente affermare che con la scomparsa dell’on. Maria Nicotra Fiorini Verzotto viene meno un politico ed un servitore delle istituzioni che ha saputo dare testimonianza del concetto di servizio della politica così come lo furono tutti coloro che erano animati dagli ideali che professavano e che trasferivano nella gestione della cosa pubblica ed in particolare le rappresentanti del variegato e complesso mondo femminile del dopoguerra.

Pippo Bufardeci               Febbraio 2011

sabato 23 novembre 2019


SIRACUSA: L’INCOMPETENZA AFFOSSA LA POLITICA E L’AMMINISTRAZIONE

In tempi molto ravvicinati la città di Siracusa si è attrezzata per chiudere il fine anno non solo con i tradizionali botti di augurio per il nuovo anno, ma anche con almeno due botti di natura politica.
Il primo, in ordine di tempo, riguarda la decisione del Tar in merito ai presunti brogli elettorali relativi alle passate elezioni comunali per eleggere il sindaco ed il consiglio.
Il secondo attiene, in modo improvviso e non pensabile nella sua genesi, la mancata approvazione del conto consuntivo che porta allo scioglimento del consiglio comunale.
Sono due fatti importanti destinati ad incidere fortemente sulla credibilità della politica locale e sulla preparazione della nostra classe dirigente nonché sulla capacità, degli organismi preposti alla attuazione dei percorsi elettorali, ad assicurare la loro correttezza ed imparzialità.
Intanto in attesa che il Tar, dopo avere rinviato il proprio verdetto nella sua ultima seduta dedicata all’esame della documentazione relativa allo svolgimento dei lavori di scrutinio e di esame delle schede elettorali, elabori la sua definitiva valutazione e relativa sentenza, non possiamo non soffermarci sugli aspetti politici e tecnici di quanto accaduto.
Sul piano politico è necessario ribadire che non è corretto parlare di brogli elettorali addossando la responsabilità a chi ha vinto presupponendo un beneficio per gli stessi in quanto detto beneficio potrebbe addebitarsi anche a chi ha perso.
Ciò perché più che di brogli elettorali relativi a manipolazione di voti, si tratta di gravi errori nella gestione della fase di scrutinio operati nei seggi elettorali che hanno, sicuramente, potuto influire sull’assegnazione dei voti, ma non di un disegno strategico per portare vantaggio a chi è risultato vincitore od a chi non è riuscito ad esserlo.
Aspettiamo quindi la decisione del Tar per capire i comportamenti futuri.
Constatiamo però ulteriormente che il pressappochismo e l’impreparazione di molti dei componenti i seggi elettorali causano già, da alcuni anni, un grave danno alla credibilità delle elezioni medesime ed alla corretta interpretazione matematica della volontà politica degli elettori.
Penso sia necessario che si arrivi ad una seria e concreta modifica dei processi elettorali che possano rendere più corretto e lineare il lavoro post votazione dei seggi elettorali.
Questo deve passare, in modo primario, nel rivedere le norme di scelta di presidenti e scrutatoti dei seggi al fine di aumentare la loro capacità di capire ed elaborare con correttezza e competenza tutti i processi tecnici post elezione e garantire che il cittadino – elettore abbia la giusta garanzia politica e legale e che la propria espressione del voto venga riportata correttamente nella stesura dei verbali di elezione.
La scelta degli scrutatori non può più avvenire con il sistema attuale per cui basta essere solo sorteggiati per fare un determinato lavoro senza una preparazione a svolgerlo.
E’ necessario che si scelgano persone attraverso un albo comunale fra coloro che abbiano frequentato un corso specifico e superato gli esami di idoneità anche in considerazione dell’importanza politica e giuridica e delle conseguenze penali che comporta il lavoro che si va a svolgere all’interno del seggio elettorale.
Tutte queste disfunzioni di natura tecnica potrebbero avere un risvolto politico grave per la stabilità e la credibilità comunale in quanto potrebbero anche portare a nuove elezioni oppure accentuare sospetti, anche interessati, che potranno minare la credibilità di tutto il sistema comune.
L’altro botto di natura ancora più squisitamente politico ed imprevedibile, riguarda il prossimo scioglimento del consiglio comunale di Siracusa.
Il consiglio comunale non approvando il rendiconto finanziario, detto anche bilancio consuntivo, ha prodotto un’autoliquidazione dello stesso perché, in base all’attuale normativa sugli enti locali, si genera l’automatico scioglimento del consiglio comunale medesimo con la mandata a casa di tutti i consiglieri, ma con il permanere ad amministrare sia del Sindaco che della Giunta dallo stesso nominata.
Se i consiglierei, soprattutto di opposizione, avevano in animo di fare un dispetto al Sindaco, hanno ottenuto l’effetto di assegnargli i pieni poteri per gli anni che resteranno per la fine della sindacatura salvo diversi provvedimenti scaturenti dalla sentenza del Tar in merito al controllo degli atti elettorali.
Comunque la si voglia vedere questa situazione non è altro che la visione plastica dell’incapacità e dell’impreparazione di una classe dirigente politica ed amministrativa di questa città che vive sull’improvvisazione e sugli spot rispetto alla conoscenza delle problematiche e della normativa riguardante la gestione di un ente importante quale il comune di una città della valenza di Siracusa.
Gli effetti negativi di questa e la confusione creata da questo nuovo contesto avrà ripercussioni negative non solo nella gestione dell’ente comune, ma anche nella vita quotidiana di ciascuno di noi cittadini che avremo, non solo il danno di essere rappresentati da incapaci o pressappochisti, ma anche la beffa di doverne pagare il conto.
 SR. 19/11/2019                                                                                                           Pippo Bufardeci

PUBBBLICATO SUL GIORNALE TIMEOUT DEL 23/11/2019

mercoledì 4 settembre 2019






Pachino: le origini
Corrado Di Pietro

( Relazione svolta da Corrado di Pietro il 5 ottobre 2013 al convegno da me organizzato, per conto del comune di Pachino, presso il palmento Di Rudinì, " PACHINO - MALTA, RITORNO ALLE ORIGINI" )

Lo studio delle origini della propria città ha interessato molti storici locali, i quali hanno cercato di rintracciare in precise situazioni storiche o in determinati personaggi gli artefici di questa nascita. Anche il mito o le narrazioni leggendarie hanno costituito spesso lo scenario immaginario della nascita di una città, proiettando la storia cittadina in un tempo senza tempo, “In illo tempore” come dicevano i latini. Ciò è dovuto al desiderio di coniugare storia e leggenda in un continuum fantastico, eroico, quasi divino, al fine di dare nobiltà di sangue e di patria alla propria comunità. È il caso di Roma, di Firenze, di Napoli, o per restare fra noi, si potrebbe guardare alle nobili origini di Noto, per mano di Ducezio, il grande re dei Siculi, o di Modica, la cui fondazione si perde nella notte dei tempi e si lega leggendariamente alle fatiche di Ercole o della stessa Siracusa in cui mito e storia si intrecciano indissolubilmente.   
Pachino non ha un’antica origine; appartiene all’epoca moderna, al settecento, e non affonda le sue radici nella leggenda o nella grandezza di re e condottieri. Nacque per volontà di un principe, ma per motivi assai banali come il soddisfacimento dei più antichi e umani desideri: la gloria e il potere.
Nell’ultimo mezzo secolo sono stati scritti numerosi saggi di storia locale, riprendendo e rettificando alcune considerazioni apparse nei primi testi, invero approssimativi, comparsi nella prima metà del novecento. [1]
Questa notevole ricerca ha prodotto almeno due significativi risultati:
1.     sono stati portati alla luce molti documenti storici riguardanti l’edificazione del nostro paese;
2.     è stata tracciata e analizzata quella coscienza di popolo che si forma quando si hanno interessi comuni e condivisi.

La ricerca storica
L’accurata ricerca storica che è stata condotta da studiosi come Pasquale Figura, Giuseppe Drago, Rosa Savarino e, per quanto riguarda le dinamiche socio-economiche, da Nello Lupo, ci consentono di tracciare un profilo serio e documentato dei primi flussi migratori che interessarono la nascita della nostra città.
Pachino nasce nella seconda metà del settecento, quando, dopo il terremoto del 1693, che devastò gran parte della Sicilia orientale, si presentò la necessità di riedificare i centri urbani distrutti. Nacquero così i nuovi e moderni centri di Noto, di Spaccaforno (oggi Ispica), di Palazzolo Acreide, di Solarino che furono ripensati e ricostruiti sullo stesso sito o in altro posto. La prima metà del settecento vide questa grande opera di ricostruzione urbana, la quale si sviluppò secondo i criteri urbanistici e stilistici del secolo precedente, appropriandosi di quell’architettura barocca che aveva già ampiamente attraversato il gusto europeo. Da noi il barocco si evolve lungo linee ora più castigate, mitigate dai primi accenni del neoclassico, ora più simboliche, allorché si libera la fantasia all’avvento di immagini fantastiche, oniriche, mostruose (vedi i balconi del Palazzo Nicolaci a Noto o l’inquietante Villa Palagonia a Bagheria).
Ma il settecento è ancora il secolo d’oro di una nobiltà che detiene il potere quasi assoluto sul popolo e sull’economia isolana e questa aristocrazia di antico lignaggio ha necessità di farsi meglio riconoscere, di farsi ammirare e di collocarsi in modo stabile nella scala gerarchica del potere costituito. Il re è lontano, vive a Napoli, e in Sicilia governa un suo sostituto, il viceré, il quale si avvale di una corte di sua esclusiva nomina e di un parlamento costituito da tre bracci: i nobili, ovvero l’aristocrazia terriera siciliana di più alto grado come principi, marchesi, conti; il clero, ovvero cardinali, vescovi e abati, con esclusione del clero minuto, parrocchiale e campagnolo; i rappresentanti dei comuni, ovvero sindaci e giurati provenienti dalle città demaniali, come Noto. Questi ultimi non riusciranno mai a esprimere e imporre le loro ragioni perché la comunanza di interessi fra nobili e alto clero non permetterà quasi mai di riconoscere i diritti dei cosiddetti “cittadini”.
I contadini, i pastori, i piccoli artigiani accolti nei centri feudali appartenevano ai loro padroni, nell’anima e nel corpo, anche se questi legami si allenteranno sempre di più verso la fine del secolo.
L’appartenenza quindi a una classe parlamentare, vicina agli interessi del re e in grado di imporre una forte visibilità della propria immagine, indusse alcuni nobili a edificare nuovi centri: possibilità, questa, di consentire al nobile fondatore di entrare a pieno titolo nel parlamento siciliano. Nacquero così, nella seconda metà del settecento, le Terre di San Paolo Solarino (1760), ad opera del principe di Pantelleria Giuseppe Antonio Requisenz, e di Pachino, come ora meglio vedremo.
Quindi in questo quadro storico e sociale si inserisce la vicenda della nascita della nostra città.

La nascita di Pachino
Ripetutamente, in diversi anni, don Gaetano Starrabba Calafato, principe di Giardinelli e originario di Piazza Armerina, aveva fatto istanza a re Carlo di Borbone prima e a Ferdinando suo figlio poi, tramite l’onorevole ufficio del viceré Fogliani, per chiedere di edificare, nel suo feudo di Scibini, una Terra che possa riunire in un’organica università tutte le persone già presenti nel feudo e quelle che qui avrebbero voluto trasferirsi, sia dai paesi vicini, sia dall’estero.
La prima richiesta risale al 1755 e la risposta non si era fatta attendere. Infatti il 26 maggio del 1756 giunse la prima licenza che conteneva tre prescrizioni: la prima riguardava la popolazione che doveva esser reclutata, cioè gente di fede cattolica proveniente dalla Grecia, dall’Albania e dall’Illiria; la seconda riguardava il sito dove doveva sorgere la nuova Terra, cioè ad almeno due miglia dal mare; la terza riguardava i quaranta fuochi, cioè il numero minimo dei nuclei familiari necessari alla fondazione della Terra.  
Non fu possibile dare attuazione a questa prima richiesta e, scaduta la licenza, il principe inviò una seconda petizione tendente anche ad alleggerire alcune clausole, in particolare quella riguardante la provenienza della popolazione. La seconda licenza di edificazione arrivò con dispaccio d’Azienda della Real Segreteria di Stato del 1758, ricalcante sostanzialmente i contenuti della prima. Don Gaetano cercò, con bandi e con messaggeri, di attrarre con larghe condizioni di enfiteusi e di una sicura sistemazione la cosiddetta gente cattolica della Grecia, dell’Albania e dell’Illiria, ma solo pochi risposero alla chiamata. Scaduti i termini di questa seconda licenza il principe reiterò ancora una volta la richiesta pregando il generosissimo sovrano di consentirgli di rivolgersi ai maltesi che, certamente, data anche la vicinanza del luogo e dei costumi con la nostra gente di Sicilia, avrebbero meglio potuto valutare l’opportunità di un loro trasferimento.
Il Re risponde ancora una volta positivamente e, con Dispaccio d’Azienda del 21 luglio 1760, consente a Don Gaetano di chiamare ad abitare la nuova Terra i greci cattolici; non più dunque gente d’Albania e dell’Illiria ma solo greci cattolici. Non si parla ancora di maltesi.
Restano ancora ferme le altre due condizioni: quelle del sito che dovrà essere distante due miglia dal mare e quella dei necessari 40 fuochi. Per quanto riguarda il sito, il Principe di Giardinelli ritenne che la parte più elevata del suo feudo Scibini potesse adattarsi bene all’edificazione della nuova città distando quasi due miglia dal mare mentre pensava di risolvere il problema dei 40 fuochi riunendo i vecchi residenti nelle contrade vicine e invitando i maltesi a venire a popolare la nuova Terra.
Più volte Don Gaetano Starrabba inviò a Malta delle speronare per imbarcare coloro che avessero voluto avere un pezzo di terra a Pachino e l’esenzione dei dazi e delle gabelle per 25 anni.
Quindi, in quel momento, nel feudo Scibini si formò una piccola comunità: pastori e contadini provenienti dalle città vicine di Spaccaforno e Noto, da altri centri siciliani e da altri regni, qualche famiglia venne da Malta, ma di greci cattolici neanche l’ombra. Noto e Spaccaforno cominciarono a lamentarsi perché Don Gaetano sottraeva ricchezza di braccia e di denaro alle loro università e mal tolleravano la nascita di un’altra città che potesse ridurre la loro giurisdizione territoriale ed economica.
Intanto gli anni passavano e quel piccolo nucleo di pastori, contadini, piccoli artigiani, marinai, cominciava ad ingrossarsi. Erano passati otto anni da quando Don Gaetano Starrabba aveva avuto il beneplacito del viceré a fondare una Terra nel suo feudo di Scibini. Pachino era sorta con molti stenti e non tutte le condizioni esposte nel decreto regio erano state rispettate. Come si è già detto i paesi vicini si lamentavano di vedersi sottrarre, con la promessa di donativi di case e terre, parecchi dei loro abitanti, venendo quindi ad intaccare le prerogative fiscali e giuridiche di quelle università, che su questi loro abitanti esercitavano lo stesso potere che i nobili facevano gravare sui popolani dei loro feudi. Solo i maltesi avevano risposto ai ripetuti bandi d’invito a popolare la nuova città e non si riusciva a far aumentare in modo significativo la popolazione inurbata, mentre molti tra bovari, mandriani, pastori e contadini preferivano stare sempre fuori dal paese, nei campi e nelle masserie, a guardare i loro armenti o a sorvegliare le colture. Forse i continui furti di bestiame o i saccheggi dei frutti degli alberi, del grano maturo e del cotone inducevano i contadini e i pastori a una continua sorveglianza, tuttavia la gente sparsa per le campagne era di più di quella che abitava in paese.
Lo stesso marchese di Spaccaforno aveva inoltrato al viceré Fogliani diverse lettere di lamentele per questo arrogante arbitrio del principe di Giardinelli e aveva preteso la restituzione di quelle famiglie che si erano rifugiate a Pachino.
Ma ciò che successe a Noto fu ancora più grave e delinea fortemente il carattere del principe di Giardinelli, deciso e spregiudicato, che, pur di raggiungere il suo scopo, tradisce l’onore che l’esercizio del suo potere di giudice gli imponeva.
Don Gaetano apparteneva a quella genìa di individui che, avendo ricevuto per grazia di Dio i larghi benefici della nobiltà, pensavano di poter esercitare impunemente e al di sopra d’ogni altra legge i poteri che gli erano stati conferiti; e brigava e intrigava per riuscire in questo suo scopo e allorché qualche ostacolo gli si parava davanti lui cercava i modi e la maniera di poterlo aggirare, con le buone o con le cattive.
Nessuno pensi, però, che il vanitoso principe di Giardinelli fosse un uomo cattivo e senza cuore. Non procurava del male a nessuno e amministrava la giustizia del mero e misto imperio con discernimento e tolleranza e aveva cominciato veramente a dare le terre del suo feudo ai contadini e i pascoli ai pastori e, tramite il fratello Vincenzo, la comunità pachinese cominciava ad avere una propria identità, almeno urbanistica ed edilizia. Era stato battuto e lastricato con piccole pietre il pianoro grande del centro del paese e attorno ad esso erano state tracciate le strade e su di esse cominciavano ad affacciarsi le prime abitazioni terranee.
Per venire a capo di questa faccenda, spinto dalle pressanti denunce dei comuni di Spaccaforno e Noto, il viceré Fogliani dispose un’indagine accurata sulla popolazione di Pachino e sul rispetto delle clausole imposte dal Re, nei ripetuti decreti.
Verso la fine di maggio giunse a Pachino il delegato del Real Patrimonio don Giuseppe Ruffino, il quale provvide a redigere un “Piano delle Famiglie”; furono registrate le famiglie e le persone singole, le loro provenienze, l’anno in cui erano arrivate nella nuova Terra, il lavoro che svolgevano, i dati anagrafici di ognuno. Fu il primo vero censimento della nuova città e, non potendo fare alcun riscontro effettivo con i registri parrocchiali dell’anno 1763, anno di riferimento di tutta quell’indagine, che illecitamente erano stati sottratti nottetempo dallo stesso principe dalla biblioteca ecclesiastica di Noto, il responso fu favorevole al principe. Quasi tutti gli abitanti dichiararono infatti di trovarsi a Pachino già prima del ’63 e la maggior parte dichiarò di venire da Malta o da altre città fuori regno.
Così il 2 giugno 1768 il delegato don Giuseppe Ruffino inviò al Tribunale del Real Patrimonio il risultato della sua inchiesta: erano stati registrati 47 fuochi esteri ed erano state rispettate anche le altre clausole previste nei vari Regi Decreti sul diritto di popolare una Terra nel feudo Scibini.
Pachino nacque giuridicamente in quei giorni e l’università di Noto dovette inghiottire il rospo e accettare il responso. L’egemonia che Noto aveva esercitato per lunghi secoli su tutto il territorio della Sicilia sud-orientale, sui feudi di tanti nobili e sui coloni che li abitavano, fu limitata e ridotta da quel riconoscimento che tagliava l’intera punta meridionale del suo immenso territorio per far nascere un’autonoma università.
Restava tuttavia un legame fiscale con Noto. Infatti lo jus populandi del 1756 e quello dei successivi decreti era chiaro: Noto doveva continuare a percepire tutte le gabelle dei “regnicoli”, cioè di coloro che appartenevano al Regno di Sicilia, mentre i forestieri potevano assolvere ai loro gravami fiscali direttamente con la nuova università.
Ma ormai Pachino era sorta e la sua storia poteva essere scritta direttamente dai suoi abitanti. Il principe aveva vinto la sua battaglia.

Ma sarebbe miope non considerare alcuni altri aspetti importanti che si legarono alla nascita di Pachino. Una nuova città porta gente e braccia da lavoro. Aumentano le terre messe a coltura, si procede a una bonifica dei luoghi paludosi e malsani, si costruiscono case e palazzi, si dà lavoro a tutti e l’economia del territorio cresce. E con essa crescono le imposte reali e feudali e il regno tutto se ne avvantaggia. Infine la nuova Terra di Pachino sarebbe stata come una ulteriore sentinella in quella zona vasta e dimenticata, spesso preda di scorrerie e di azioni piratesche.
Insomma, se si vuole giudicare la cosa senza pregiudizi, la nascita di Pachino aggiungeva meriti al regno e non sottraeva niente agli altri comuni.
La lingua
Se il nucleo maggiore della gente che popolò la nostra città proveniva da Malta allora bisogna porsi alcune domande: quale lingua parlavano, quali cognomi avevano e questi sono ancora oggi riscontrabili nel nostro territorio, che esperienze portarono in campo agricolo o altro?
Per quanto riguarda la lingua, non avendo trovato nei nostri archivi documenti in quella lingua risalenti alla seconda metà del settecento, scritti da questa gente, possiamo fare solo delle congetture. Per esempio: sappiamo che la lingua maltese nasce dal dialetto arabo di Sicilia; questo dialetto, chiamato mozarabico, si parlò correntemente in Sicilia nei secoli XI e XII, durante la dominazione araba la cui egemonia si estese anche sull’isola maltese. È quindi essenzialmente una lingua semitica, appartenente al ceppo nord africano, molto diverso dal ceppo indoeuropeo al quale appartengono le nostre lingue romanze. “Successivamente, con la conquista normanna, questo dialetto arabo cominciò ad incorporare elementi lessicali e morfologici delle lingue romanze, in particolare dal siciliano e dal latino medievale. Oggi la lingua maltese risulta avere circa il 60% di vocaboli provenienti dall'italiano e soprattutto dal siciliano”.
In linea di massima, le parole di uso corrente, legate alla quotidianità, derivano dall'arabo, termini legati all'amministrazione, all'istruzione, all'arte, alla cultura derivano dal siciliano.
Esempio: dall’arabo derivano termini come dar ("casa"), xemx ("sole"), sajf ("estate"), jum ("giorno"), raġel ("uomo"), mara ("donna"),mentre i invece termini come skolagvernrepubblikanaturapulizija ("polizia"), xjenza ("scienza"), teatru
edukazzjoni e differenza sono chiaramente di derivazione siciliana.
Quindi se la gran parte di vocaboli correnti nella lingua maltese apparteneva al siciliano allora i maltesi che arrivarono a Pachino non fecero molta fatica ad apprendere il nostro dialetto. Il quale aveva già forti caratterizzazioni fonetiche e grammaticali provenienti dalle parlate modicana e notinese, differenti dal resto dei territori delle due attuali province di Ragusa e Siracusa.

I Cognomi
Molti cognomi maltesi ancora resistono nella nostra città, come Lucchese, Meilach, Micalef, Borgh, Azzoppard (che diventa Zuppardi), Cammisuli, Zamit (che diventa Zammitti), Scirè, Mizzi, Attardi, Mallia, Magro, Zara, Sobrera; molti di questi cognomi li troviamo nella lista militare del 1818 del comune di Pachino, la quale riporta, fra gli altri, i nati a Malta nel 1769 ed anni successivi. E sono cognomi in massima parte di lingua italiana o italianizzati. Ma altri cognomi come Brancati, Cassar Scalia, Giardina, Costa, Callari, Cultrera, Di Pietro ricorrono frequentemente già negli anni ottanta e novanta del settecento e li troviamo registrati negli atti parrocchiali dei battesimi.
L’agricoltura
Dal punto di vista agricolo i maltesi affinarono le pratiche di coltivazione e di sfruttamento del cotone, già presentii nel nostro territorio in modo molto rudimentale.
La loro stessa cultura, in parte araba e in parte siciliana, si assimilò velocemente con le nostre tradizioni e il nostro modo di pensare e ben presto, dopo solo pochi decenni dal loro arrivo, i maltesi si integrarono perfettamente nella cultura siciliana.

Conclusioni
Verso la fine del settecento Pachino era già un paese organicamente costruito, con una pianta a scacchiera, secondo i più moderni sistemi urbani del tempo; aveva oltre duemila abitanti, una economia fiorente basata sulla coltivazione e lavorazione del cotone e sulla diffusa pastorizia; la coltivazione della vite faceva il suo timido ingresso, la tonnara di Marzamemi lavorava a pieno regime. Il complesso crogiolo di persone di diversa provenienza si era stemperato in una popolazione coesa dal punto di vista amministrativo ed economico, culturale e sociale. Era sorta davvero una comunità nuova capace di scrivere la propria storia.



[1] Per lungo tempo la bibliografia su Pachino è stata poverissima. Il primo libro organico sulla storia e la cultura del nostro paese fu quello di mons. Simone Sultano, Pachino e i suoi dintorni - Premiata Tipografia Zammit - Noto 1940, riedito a Pachino nel 1968; a questo volume, ricco di notizie e di spunti di vario genere, hanno attinto numerosi altri storici e raccoglitori di usi e tradizioni del nostro paese. Il libro, seppure condizionato dalla retorica del tempo, si fa apprezzare per la buona ricerca documentaria. Dopo un lunghissimo silenzio e dopo innumerevoli fatiche da parte dell’autore spuntano, negli anni settanta, i due libretti ciclostilati in proprio di Pasquale Figura: Pachino: La Vendemmia e Veduta da Poggio San Gaetano, edito nel 1977;  Pachino su Poggio Scibini del 1979. Soprattutto nel secondo si tenta una ricostruzione storica della nascita del nostro paese, corredata di note storiche interessanti a cui attingeranno gli studiosi successivi. Ci sono poi i pregevoli lavori, di stampo archeologico, di Salvatore Ciancio - Gli abitanti del Promontorio di Pachino - Noto 1972, e di Emanuele Umberto Muscova che ha destinato al nostro paese quattro pregevoli opere:  Promontorio di Pachino - dalla cultura paleolitica superiore ai nostri giorni - edito dal Comune di Pachino nel 1987; Promontorium Pachyni - preistoria e storia - edito dalla Cassa Rurale ed Artigiana di Pachino nel 1988;  Pachino sul colle Scibini, approfondita ricerca storica sull’ambiente pachinese, dalla fondazione della città ad oggi, edito dal Comune di Pachino nel 1990; Pachum Phoenicium - Gli insediamenti umani nel territorio pachinese dalla preistoria al paleocristianesimo - pubblicato nel 1994 per conto del Comune di Pachino - Assessorato ai Beni Culturali. Nel 1993 viene pubblicato, a cura di Maria Bugliarisi Di Maio, un famoso manoscritto di Vincenzo Curcio, Storia di Pachino, a oltre sessant’anni dalla sua originaria stesura. A questo manoscritto, che indubbiamente rappresenta la prima ricerca storica su Pachino, hanno attinto un po’ tutti, dal Sultano in poi. Curcio fu un bravo maestro di scuola e proprio in questo suo lavoro ci lascia stupefacenti testimonianze del suo metodo didattico. Inoltre, attraverso i compiti degli alunni e le sue giornaliere notazioni in classe ricostruisce uno spaccato vivo e palpitante della Pachino degli anni ‘20. Un discorso a parte meriterebbe il bel libro di Giuseppe Drago su Gli Starrabba Di Rudinì - fondatori e signori di Pachino - Flaccavento editore Siracusa 1996, pubblicato con il sostegno della Banca di Credito Cooperativo di Pachino. E’ questa la più completa, analitica e puntigliosa ricerca non solo sulla nobile famiglia degli Starrabba ma sulle origini e i primi insediamenti urbani pachinesi. Particolare riferimento viene fatto alla situazione agricola. L’accurata e ricchissima documentazione su cui poggia tutta l’impalcatura del libro lo rende fonte di ricerca e di studio per future opere e certamente quanto di più esaustivo sia stato scritto sul nostro paese.



mercoledì 17 luglio 2019


L’INCLUSIONE MONOLITICA E’  NEGATIVA PER IL PARTITO DEMOCRATICO

Se l’offerta politica che non abbia come marchio la destra si riduce alla sola sinistra, non vi sarà spazio per una maggioranza non di destra perché sarà destinata ad essere minoranza.
Il PD che vuole essere inclusivo di tutte le realtà non di destra commette un grave errore politico e strategico perché offre agli elettori una prospettiva di voto omologata e senza possibilità di scelte diverse all’interno della potenziale maggioranza se non attraverso un dibattito correntizio interno che sarà sempre di parte e marginale.
Le alternative di crescita per il PD, che vuole diventare maggioranza di Governo, non passano attraverso una nostalgica riedizione della sinistra, che l’elettorato ha dimostrato di non apprezzare e votare tantè che la rappresentanza politica a sinistra del PD si è ridotta al lumicino e alla quasi inesistenza, ma attraverso la ricerca di vie nuove sul piano della proposta politica e sulla crescita di alleanze accattivanti per gli elettori.
In tempi immediati, se il PD continua a ripetere che bisogna arrivare ad una crisi di governo, la risposta conseguente, in termini di alleanze, non può che essere quella di un accordo con i cinque stelle anche se attraverso una nuova fase elettorale che possa stemperare gli attuali attriti fra i due partiti.
Senza questo accordo preventivo il PD che continua a proporre come alternativa il solo auspicio della caduta del governo non fa altro che consegnare il Paese alla destra a guida Salvini.
Di contro, con l’attuale situazione, il rischio per un’alleanza PD - 5 stelle è quello della disaffezione e dell’abbandono di fasce di elettorato che non si sentono rappresentate da questi due partiti nella loro totalità e si rifugiano nell’astensione se non in una scelta di centro destra.
Bisogna quindi dare un’alternativa a questa fascia di elettorato molto consistente che non vuole andare a destra con leader Salvini, ma che non vuole nemmeno diventare funzionale ad un disegno strategico elaborato solo da PD e cinque stelle senza una mediazione di sicurezza di una terza forza che non può non avere radici centriste.
L’errore, a mio avviso, che ha commesso Calenda nel destare la speranza, avvalorate da disponibilità di voti di elettori non legati alla storia della sinistra, che ci potesse essere una forza politica capace di rappresentarli anche in uno schieramento avente come alleato il PD, è stato quello di inserirsi nella lista PD non come alleato autonomo, ma come organico allo stesso PD.
Vi sono ancora margini di recupero di Calenda della sua posizione originaria, ma il tempo gioca un ruolo importante.
L’avvento di Zingaretti e la sua strategia di inclusione di tutti i possibili ambienti, ma sotto le bandiere del PD è destinato quindi a consumarsi negativamente alla prima occasione di scontro elettorale.
Bisogna perciò elaborare, assieme ad una valida proposta politica, una strategia di alleanze che possa coinvolgere il maggior numero di istanze e di voti dei cittadini con soggetti politici diversi, ma alleati e che non sono satelliti inclusi nel calderone del partito democratico.
17/07/2019                                                                                                                   Pippo Bufardeci




lunedì 29 aprile 2019

ECCO PERCHE' PACHINO NON HA VOTATO


ECCO PERCHE’ PACHINO NON HA VOTATO A FINE APRILE PER ELEGGERE IL NUOVO SINDACO

Fra i comuni che hanno avuto i seggi aperti per la elezione dei rispettivi sindaci e consigli comunali in Sicilia non c'è stato il comune di Pachino anche se già inserito fra quelli votanti.
Ciò perché il consiglio comunale è stato sciolto per mafia per cui anche il Sindaco e la propria giunta sono stati esonerati dalla gestione del comune che è stata affidata ad una terna di funzionari prefettizi.
Sul piano strettamente elettorale è scattata la clausola che vede il rinvio di qualsiasi elezione degli organismi comunali di almeno diciotto mesi per cui Pachino ha saltato la tornata elettorale del 28 del corrente mese di aprile.
Sempre sul piano strettamente elettorale e tecnico dobbiamo dire che,all'atto della notifica del provvedimento di scioglimento deciso dal consiglio dei ministri, il consiglio comunale di Pachino era legalmente già sciolto ad opera della Regione siciliana in quanto non era stato approvato il bilancio comunale.
La norma regionale prevede che, in caso di non approvazione del bilancio comunale da parte dei consiglieri, il consiglio comunale stesso decade per scioglimento e viene nominato un commissario regionale che ne assume tutte le funzioni. Restano in carica regolarmente sia il sindaco che la giunta comunale.
Questo adempimento la regione siciliana lo aveva già attuato.
Quindi paradossalmente è stato sciolto un organismo già sciolto da oltre due mesi quale il consiglio comunale ed è stata azzerata una amministrazione che, già con provvedimento regionale, andava alle elezioni il vent'otto aprile cioè dopo qualche mese.
Vedendolo politicamente, anche dal punto di vista delle opposizioni che hanno spinto per il provvedimento e gioito per la sua emanazione, non è stato politicamente un buon affare visto che avrebbero potuto conquistare, a distanza di giorni, la maggioranza comunale e gestire il comune di Pachino dimostrando di sapere attuare tutte le cose che avevano chiesto agli amministratori uscenti.
Dovranno aspettare altri diciotto mesi e sperare che il vento continui a soffiare nella loro direzione anche se i cambiamenti del clima politico stanno diventando sempre più repentini in presenza consolidata di un elettorato politicamente sempre più fluido.
Se usciamo dal contesto strettamente politico e dalle strategie interne ai vari partiti e gruppi per accaparrarsi la gestione del potere comunale e apriamo la finestra sull’interesse dei cittadini, non possiamo non constatare che, ancora una volta, sono loro che pagano le conseguenze amministrative e politiche dei vari giochi della classe politica locale.
Innanzitutto l’etichetta di un comune sciolto per mafia diventa una macchia indelebile per tutti con gravi conseguenze sul piano dell’immagine, della credibilità, della correttezza, della socialità e dello sviluppo in quanto, soprattutto da parte dell’opinione pubblica fuori dall’ambito locale e dai potenziali investitori, si rafforza la convinzione che la città di Pachino, nel suo complesso, è foriera di effetti negativi e quindi non degna di qualsiasi tipo di fiducia.
Sul piano strettamente giuridico relativo alla normativa che permette lo scioglimento dei comuni, per motivi riconducibili alla sfera mafiosa, faccio mie le osservazioni del presidente della regione Musumeci che, in una recente intervista in merito rilasciata al quotidiano La Sicilia, rimarcava la necessità di una rivisitazione dell’intera normativa al fine di dare maggiore consistenza alle motivazioni che portano all’attuazione di un atto così grave rispetto all’espressione democratica della volontà popolare e agli organismi preposti alla gestione ed attuazione dell’atto stesso.
Come si sa la decisione dello scioglimento non necessita di atti concreti da parte della magistratura che dimostrino la mafiosità diretta degli amministratori o di sentenze in merito da parte della magistratura stessa, ma il concetto su cui si basa l’atto di scioglimento è di natura preventiva rispetto ad una ipotesi di possibile presenza mafiosa e gli organismi competenti sono di natura amministrativa e politica.
Difatti le indagini che portano alla individuazione di eventuale possibilità che possano esistere collusioni mafiose vengono svolte da funzionari prefettizi e lo scioglimento viene deliberato dal consiglio dei ministri.
Pur non mettendo in discussione la serietà degli organismi attualmente preposti alla elaborazione della decisione di scioglimento dei consigli comunali per motivazioni d’ordine mafioso, sarebbe più credibile, agli occhi dei cittadini, che dette decisioni venissero assunte da organismi riconducibili alla magistratura che, più di qualsiasi altro organismo, ha la giusta e corretta visione del fenomeno, delle sue conseguenze e della sua gravità.
Intanto, con la normativa attuale, il comune di Pachino ed i suoi cittadini, devono cucirsi addosso l’onta della mafiosità e soprattutto devono meditare affinchè, pur in presenza di elementi ed atti delinquenziali, nel paese, indifendibili e non ignorabili, si attuino sempre, sul piano delle scelte personali e collettive, atti che abbiano sempre la legalità come stella polare dell'agire.

Siracusa 24 – 04 -2019                                                                     Pippo Bufardeci