lunedì 6 giugno 2022

 


 

QUALE TURISMO PER PACHINO

                                          Bozza del mio intervento al Convegno del 5/5/2022                           

Ex Cinema Diana Pachino

 

Da molti anni ci siamo chiesti quale tipo di turismo si poteva sviluppare a Pachino.

Il risultato è stato che mentre la classe politica e dirigente se lo chiedeva il contenitore vuoto di turismo si è riempito da solo con effetti positivi, ma anche con altri negativi.

Il tutto lasciato alla buona volontà dei singoli, ma soprattutto agli interessi dei molti che privilegiavano il lato economico a scapito di un progetto complessivo di sviluppo turistico obiettivo e rapportato ai veri interessi della comunità.

È mancata l’iniziativa pubblica capace di indirizzare lo sviluppo e la classe politica locale, come spesso è nelle abitudini di molti pachinesi, è andata a rimorchio delle iniziative degli altri comuni e spesso cercando di scimmiottare modalità ed iniziative che non gli si addicevano.

(Vedasi il rapporto con il comune di Noto che non ha dimostrato seriamente alcun interesse a cooperare con il comune di Pachino per lo sviluppo del proprio territorio che, nella parte nord e fino dentro Marzamemi, rappresenta la vera anima, purtroppo negativa, di qualsiasi processo di sviluppo. Basti pensare all’atteggiamento di Noto quando si è cercato di stipulare un accordo per la gestione del territorio che ha visto questo comune solo interessato agli introiti delle tasse che agli investimenti strutturali)

Sarebbe necessario che il comune, attraverso tutte le forze e le realtà interessate al turismo del nostro paese e coloro che sono interpreti del nostro sviluppo locale, elaborasse una specie di piano regolatore del turismo nel territorio pachinese individuando le diverse potenzialità e le idonee soluzioni operative.

Tutto quest’impegno deve essere indirizzato alla valorizzazione del territorio pachinese.

 

 

VALORIZZAZIONE DEL TERRITORIO

 

Per valorizzazione del territorio intendo puntare a creare condizioni di sviluppo del territorio comunale di Pachino, possibilmente in sinergia con il comune di Portopalo, perché è ciò che ci appartiene, che va valorizzato come impegno primario e non rimorchiati nelle indicazioni che altri comuni, come Noto, possono fare senza la necessità dell’apporto di Pachino in quanto non soggetto abilitato a decidere su problematiche e territori che non sono le sue. (Vedi Vendicari, San Lorenzo, Reitani, Spinazza e la stessa gestione della nuova destinazione della ferrovia.)

Quindi una responsabilità diretta di Pachino nell’appropriarsi di ciò che gli appartiene e prendersi la responsabilità di lavorare per cercare soluzioni capaci di coordinare lo sviluppo territoriale del turismo assumendosi tutte le sue responsabilità di classe dirigente politica, istituzionale, economica e culturale.

Ma che cosa ha Pachino che, a mio avviso, può valorizzare lavorando seriamente per uno sviluppo armonico e rispondente alle esigenze della sua comunità in sinergia con tutte le categorie interessate?

Secondo me sono almeno quattro le vie maestre da percorrere nell’immediato per dare corpo, creatività e serietà ad un progetto di sviluppo turistico del nostro territorio.

AMBIENTE – PRESENZE STORICHE – AGRICOLTURA – TRADIZIONI. 

 

AMBIENTE:

 

Non vi è dubbio che il nostro territorio presenta importanti aspetti paesaggistici da valorizzare e salvaguardare, ma soprattutto rendere fruibili a coloro che intendono svolgere percorsi culturali e turistici a contatto con la Natura e con tutto ciò che noi possiamo offrire.

Il sole, il mare, le paludi, la fauna, le saline, le caratteristiche morfologie della nostra costa, vedasi la zona delle Concerie che racchiude anche valenze storiche importanti, da cui prende il nome, come l’antica grotta della concia delle pelli.

Determinare le condizioni per l’accesso al mare da parte di tutti attraverso una idonea viabilità che si possa sposare con l’ambiente naturale sarebbe importante soprattutto se si controllassero con maggiore efficienza gli obbrobri dovuti all’abusivismo e all’utilizzo di molti tratti della costa per usi impropri per il settore agricolo (leggasi plastica delle serre interrata), per terrapieni fino al bagnasciuga a protezione di costruzioni che spesso deturpano le nostre coste ed ogni altro intervento illegale spesso sotto gli occhi di tutti.

(Personalmente sono stato favorevolmente colpito ed appoggio l’iniziativa di molti cittadini che, liberatesi dall’atavico torpore misto ad indifferenza per la cosa pubblica, stanno portando avanti il problema della protezione delle nostre coste e delle nostre paludi.

Così come altri gruppi si stanno spendendo in positivo per altre iniziative importanti per la collettività e che stanno sensibilizzando l’opinione pubblica verso il concetto che ciò che è pubblico è responsabilità di tutti noi e non qualcosa che non ci appartiene).

Spero anche i politici e gli amministratori pachinesi capiscano ciò e lottino, da subito, per la istituzione di una riserva naturale a protezione delle nostre paludi e di tutto quello che rappresentano in modo notevole per il nostro territorio, per l’ambiente, per il turismo e lo sviluppo economico. 

 

PRESENZE STORICHE

 

Negli ultimi anni, grazie al lavoro di ricerca storica di alcuni volenterosi studiosi locali del nostro passato e della nostra storia, l’ignoranza della nostra storia locale dovuta alla non conoscenza sta lasciando il posto ad un interesse sempre più marcato e consapevole del grande patrimonio storico che nasconde il nostro territorio.

Esso va approfondito e valorizzato per la conoscenza dei cittadini di Pachino, ma soprattutto per renderlo fruibile ai flussi turistici e capace di generare iniziative e riscontri economici per i nostri giovani e coloro che intendono investire su una proposta turistica che si fregia anche di un passato storico importante.

Mi riferisco, ad esempio, alla zona archeologica di contrada Cugni, alla grotta di Calafarina, alle torri di avvistamento, alla zona delle Concerie, del Cavittuni, alla Senia dei Corsari, alle Latomia, all’Isola delle Correnti ed altri luoghi, magari meno conosciuti come la zona Burgio, che potrebbero suscitare un vasto interesse.

Marzamemi

Naturalmente non dimentico la parte pachinese di Marzamemi che è diventata, negli ultimi anni, la locomotiva turistica non solo del nostro territorio, ma dell’intera zona sud della nostra provincia per notorietà non secondaria alla stessa Noto o Siracusa.

Ma Marzamemi ha dei problemi che vanno affrontati subito con serietà e saggezza per evitare che la locomotiva diventi obsoleta e i suoi vagoni solo luoghi mangerecci e di sballo per un’utenza incontrollata e spesso violenta che non vogliamo e non possiamo accettare perché incancrenisce lo sviluppo prima ancora che esso possa prendere il volo.

Tutta questa proposta culturale, se sviluppata in sinergia con il comune di Portopalo mettendo in rete tutto il grande patrimonio culturale, paesaggistico, storico ed ambientale che esso rappresenta, può determinare una proposta turistica importante, caratteristica, affascinante.

 

AGRICOLTURA

 

Potrebbe sembrare strano, ma la nostra storia agricola e la sua presenza attuale nel contesto economico nazionale potrebbe dare un forte contributo allo sviluppo turistico del nostro territorio ed avere anche un riscontro in termini di conoscenza e valorizzazione della propria produzione e quindi anche in termini economici.

Anche per questo settore ci vorrebbe un convegno a sé stante e la brevità del tempo concessomi non mi permette di essere esaustivo.

I nostri pilastri agricoli sono:

Da una parte la nostra tradizione vinicola e, dall’altra, la nuova caratteristica importante per l’agricoltura pachinese e cioè il pomodoro ciliegino che con grande impegno e sacrifici portano avanti molti agricoltori locali, anche e soprattutto, attraverso le strutture delle cooperative agricole e il Consorzio IGP del pomodorino di Pachino.

Bisogna fare sinergia fra questi due importanti filoni agricoli pachinesi e la proposta turistica quale nuovo ed importante volano economico di prospettiva.

Ciò perché lo sviluppo di un territorio non può basarsi su una sola direttrice, ma su diverse e sinergiche linee di sviluppo che siano complementari e solidali nel senso che possono assieme determinare sviluppo e, nel contempo, difendere il tessuto economico territoriale anche nei momenti di difficoltà di un comparto che può essere, economicamente, integrato da un altro non in crisi.

Nel contesto turistico l’agricoltura può dare un grosso contributo di natura storica e di evidenza del territorio attraverso i suoi prodotti.

Natura storica.

Personalmente seguo da anni e continuo ad apprezzare l’importante lavoro che svolge l’associazione Vivivimum Pachino presieduta da Walter Guarrasi sia dal punto di vista storico che per la ripresa della proposta commerciale del Vino di Pachino.

Dal punto di vista storico sta agendo su due direttive.

La prima riguarda la riscoperta e la valorizzazione delle presenze storiche che ancora esistono numerose nel nostro territorio.

Mi riferisco, in particolare, al censimento in atto dei palmenti ancora integri che esistono nel nostro territorio, sia all’interno del perimetro urbano che fuori per poterli mettere in rete al servizio turistico ed enogastronomico.

Si parla di circa 30 palmenti di cui quasi la metà nel centro urbano.

In questo contesto, mettiamo da parte il palmento Di Rudinì, che necessita di un discorso a sé stante e che va subito recuperato come contenitore culturale e vanno ricercati i finanziamenti per la fruibilità delle parti ancora non resi disponibili che riguardano la produzione e lo stoccaggio del vino, così come abbiamo fatto nel passato con il progetto europeo denominato Ecomuseo del Mediterraneo.

Non possiamo però non parlare dell’abnegazione con cui l’amico Nele Nobile ha portato avanti, da solo e senza l’aiuto delle istituzioni, la meritoria iniziativa del museo del vino dove la storia del lavoro pachinese si fonde con l’unica ed importante risorsa della terra che per molti anni ha rappresentato il simbolo sociale ed economico di Pachino e cioè il Nero Pachino ed il Rosso Pachino.

Etichette che lo stesso Nobile, assieme all’Associazione ViviVinum Pachino di Walter Guarrasi ed altri produttori stanno riportando nel contesto vinicolo nazionale anche come rivalutazione storica di una primogenitura vinicola che, altre realtà territoriali non a vocazione vinicola, cercano di fare propria.

Anche dal punto di vista pubblicitario, come proposto qualche decennio fa, le confezioni del ciliegino per il mondo potrebbero contenere riferimenti al vino e quelle del vino al ciliegino e, tutti e due, alle bellezze del territorio di origine per la valorizzazione turistica.

 

 

TRADIZIONI

 

L’ultima strada da percorrere, ma ultima solo in via esplicativa del progetto di sviluppo turistico del nostro territorio, è rappresentata dalle nostre tradizioni.

Tradizioni che sono importanti non solo per i cittadini di Pachino, ma lo possono essere per tutti coloro che, come turisti, studiosi o curiosi, intendono conoscerle e capirle.

Anche in questo comparto culturale pachinese, vi è stato, in questi ultimissimi anni, un interesse sempre maggiore ed approfondito da parte di alcuni studiosi pachinesi che, con conferenze e pubblicazioni varie, hanno permesso di ampliare l’offerta culturale delle tradizioni pachinesi e orientali lungo la strada dell’utilizzo ai fini culturali e turistici.

C’è quindi una riscoperta di ciò che siamo stati nel tempo e di ciò che possiamo ancora offrire, ma non c’è un’offerta fruibile sia per le nostre giovani generazioni che per i turisti.

Bisogna quindi concretizzare come offerta turistica ciò che le nostre tradizioni religiose, agricole, culinarie ed artigiane possono offrire ed essere volano di sviluppo e di arricchimento economico.

Anche qui, per ciò che ci ha unito nei secoli e che ancora ci unisce, non si può non lavorare in sinergia con il comune di Portopalo e con le associazioni ed i gruppi che studiano, approfondiscono ed offrono il nostro essere stati ed il nostro modo di rapportarci che ci ha permesso di svilupparci come comunità.

 

Quindi per concludere:

Quindi, in conclusione, finiamola col detto del passato che abbiamo le spiagge più belle del mondo, intendendo per mondo le quattro contrade che conosciamo noi, o abbiamo il vino migliore del mondo e poi lo mettiamo nelle botti piene di tartaro e lo facciamo diventare aceto, che la nostra agricoltura ha i prodotti migliori del mondo, ma poi non li facciamo conoscere e restano nelle nostre campagne.

Che siamo un paese pulito ed accogliente, ma abbiamo la spazzatura in ogni angolo e l’acqua non arriva nei nostri rubinetti.

DOBBIAMO AFFRONTARE IL NUOVO CON COMPETENZA, SERIETA’ E CON UN PROGETTO CONCRETO, SERIO E CREDIBILE

PERCIO’

1)   Lavoriamo prima sul nostro territorio che è l’unico in cui siamo deputati a decidere e poi diventiamo interlocutori con gli altri

2)   Iniziamo a concretizzare dei rapporti sinergici con il comune di Portopalo quale interlocutore privilegiato e riferimento naturale per qualsiasi piano di sviluppo della zona cui insieme ci riferiamo

3)   Valorizziamo i luoghi del sapere e del vedere (Cultura ed Ambiente)

4)   Favoriamo il coinvolgimento delle varie associazioni per la elaborazione, la conoscenza e la diffusione di un progetto condiviso disviluppo

5)   Iniziamo una vera e seria sinergia fra pubblico e privato

6)   Mettiamo in atto tutto ciò che riguarda i Servizi ed i Trasporti nel nostro territorio e quelli provinciali e regionali perché non si può avere alcuno sviluppo se non arrivano autobus a sufficienza, se le corse domenicali dei pullman regionali, quindi pubblici e pagati anche con i nostri soldi, arrivano tardi e partono presto rispondendo ad esigenze di spesa e non di apporto allo sviluppo di un territorio.

7)   Gli amministratori non fate la politica del cortile, ma pensate e lavorate tenendo presente che fuori dalle beghe, dal nostro cortiletto, dalla nostra piazza esiste un mondo vario ed articolato che ci appartiene e va affrontato con serietà, competenza, capacità di relazionarsi, studio e proposte credibili e non con beghe puerili che fanno solo danno al nostro paese ed ai suoi cittadini.

 

                                                                       Pippo Bufardeci

 

 

 

 

 

sabato 21 maggio 2022

 


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“Lampi di racconti” non sono solo il frutto della brevità degli stessi, ma ciò che si schiude nella nostra mente al loro inizio di lettura che può dare una interpretazione diversa dalla realtà narrativa.
Il tutto attraverso un uso quasi ambiguo delle parole che avallano una prima impressione di lettura consentita dallo scorrimento veloce della narrazione della breve storia che sembra dar credito a ciò che noi pensiamo rispetto a ciò che in realtà leggiamo.
È, quindi, la metafora della vita stessa che dà senso e sostanza ad una realtà che non è quella cui assistiamo, ma quella che crediamo possa essere secondo l’interpretazione data dal nostro modo di assimilarla rispetto a ciò che invece si manifesta come avvenimento reale.
Siamo in presenza di racconti che, per essere compresi e capirne la loro trama ed il loro fine, vanno letti a ritroso partendo dalla realtà accertata.
La fine della storia è l’unico modo per togliere alle parole, e alla storia stessa, la lettura del nostro subconscio e riportare alla loro effettiva valenza il significato delle parole e della storia raccontata.
Ne consegue che siamo in presenza di un umorismo diverso che si manifesta alla fine del racconto e si amplifica nella rilettura dello stesso.
Mette cioè il lettore nella valutazione ilare fra la trama che la sua psiche gli aveva suggerito e quella che gli svela la realtà alla fine del racconto.
“Lampi di racconti” non sono solo il frutto della brevità degli stessi, ma ciò che si schiude nella nostra mente al loro inizio di lettura che può dare una interpretazione diversa dalla realtà narrativa.
Il tutto attraverso un uso quasi ambiguo delle parole che avallano una prima impressione di lettura consentita dallo scorrimento veloce della narrazione della breve storia che sembra dar credito a ciò che noi pensiamo rispetto a ciò che in realtà leggiamo.
È, quindi, la metafora della vita stessa che dà senso e sostanza ad una realtà che non è quella cui assistiamo, ma quella che crediamo possa essere secondo l’interpretazione data dal nostro modo di assimilarla rispetto a ciò che invece si manifesta come avvenimento reale.
Siamo in presenza di racconti che, per essere compresi e capirne la loro trama ed il loro fine, vanno letti a ritroso partendo dalla realtà accertata.
La fine della storia è l’unico modo per togliere alle parole, e alla storia stessa, la lettura del nostro subconscio e riportare alla loro effettiva valenza il significato delle parole e della storia raccontata.
Ne consegue che siamo in presenza di un umorismo diverso che si manifesta alla fine del racconto e si amplifica nella rilettura dello stesso.
Mette cioè il lettore nella valutazione ilare fra la trama che la sua psiche gli aveva suggerito e quella che gli svela la realtà alla fine del racconto.

 

mercoledì 13 aprile 2022


 

LA DONNA DELLO SBARCADERO 

Scivolava lentamente l’antica ed usurata barca di fattura siracusana che conduceva i pochi passeggeri dal piazzale delle poste allo sbarcadero di porto Lachio sotto i lenti colpi del consumato remo del vecchio pescatore che tutti chiamavano ‘zu Natali”.

Chi saliva su quella barca per andare al mercato generale o “a duana”, come lo chiamavano i vecchi pensionati e le massaie siracusane, non doveva avere fretta.

Tutti sapevano che u ‘zu Natali” accarezzava il mare e parlava con la barca che aveva condiviso con lui i sogni e i dolori di una lunga vita passata a solcare il mare con amore e rispetto.

Essere in barca con lui era come sfogliare una lunga enciclopedia dedicata al mare, alla sua vita ed ai personaggi che gli avevano fatto contorno.

Molti di loro erano ancora abbarbicati ai remi delle altre barche che anch’esse solcavano le acque di quello che fu una volta il porto marmoreo dei romani e che ormai tutti individuavano come quello dello sbarcadero.

La melma e le erbacce avevano sostituito i lunghi lastroni del vecchio marmo di una antica Siracusa che amava la forza e la bellezza ed era da tutti rispettata.

Nel loro giornaliero andirivieni, in quelle poche centinaia di metri di ogni corsa, i vecchi marinai si incrociavano e si salutavano più volte scambiandosi anche parole di scherno o notizie sul tempo, sulla corsa o sui fatti giornalieri.

Spesso, non essendoci molto da fare per i giovani di quella Siracusa degli inizi anni sessanta, soprattutto se erano giornate senza scuola ed impegni, prendevo la barca dello ‘zu Natali” per una traversata di piacere rilassante e gioiosa inebriata dall’odore del mare.

Si scivolava lentamente sull’acqua appiattita senza onde perchè scossa soltanto dal fendere del remo.

I vecchi pensionati parlavano del tempo, dei loro ricordi di gioventù, delle tasse, delle cose che a loro giudizio non erano state fatte, ma soprattutto la loro conversazione si concentrava sulla pensione troppo bassa che non li faceva campare e quel Governo ladro che aveva l’unico scopo di fottere la povera gente.

Ma si potevano anche acquisire informazioni su dove si poteva comprare il pesce fresco, il pane buono e casareccio, il vino senza acqua aggiunta e l’immancabile piccante argomento pieno di particolari inediti di donne leggere ed uomini cornuti.

La Siracusa degli inizi anni sessanta era ancora concentrata sull’isolotto di Ortigia che tutti chiamavano “u scogghiu” ed in poche fasce di case nella zona della vecchia borgata, dove la via delle passeggiate era quella denominata in onore della battaglia del Piave della prima guerra mondiale.

Tutt’intorno le vecchie case sorte nel periodo fascista con l’interramento della spiaggia e la copertura rattoppata dei corsi d’acqua che dalle zone alte, dopo avere percorso decine di chilometri dalla loro partenza dagli iblei, si riversavano sul tratto di mare di fronte la vecchia Ortigia.                                                         

 Spesso durante il periodo delle piogge e con il mare mosso si allagava tutto perché l’acqua salata entrava nelle fogne e fuoriusciva dai tombini.

Un perenne odore maleodorante impregnava tutta l’area dello sbarcadero e dell’arsenale greco perché un vecchio tubo disteso su piccoli piloni di cemento riversava in mare la pubblica fogna a qualche centinaio di metri dal porto piccolo.

La zona dove adesso vi è il parco naturale di Akradina, sotto gli impianti della cittadella dello sport, era un largo spiazzo da campagna abbandonata che tutti chiamavano “Testa o Re”.

Nei periodi delle gite di Pasqua o Ascensione, veniva riempito di famiglie festanti che si facevano la scampagnata fuori porta, così come lo spiazzo dove sorge il santuario della Madonna delle lacrime serviva per dare calci al pallone.

Non si trovava una stanza da affittare nemmeno a peso d’oro perché il fenomeno dell’industrializzazione sempre crescente, con migliaia di posti di lavoro disponibili, aveva attirato a Siracusa persone da tutta la Sicilia ed anche dal “continente”.

Quelle poche case esistenti rimasero un miraggio di molti in attesa dell’urbanizzazione selvaggia attraverso la quale muratori di campagna dei paesi della provincia, si trasformarono in imprenditori e si arricchirono.

Assieme a loro molti politicanti, dando vita alla nuova classe borghese cittadina anche se mai accolta con simpatia dalla consolidata classe dominante siracusana fatta di nobili decaduti e di borghesi post guerra.

Spesso nei contratti di locazione insisteva la clausola che gli affittanti dovevano dichiarare di non avere figli per evitare che l’immobile, controllato continuamente dal proprietario per difenderne l’integrità anche se dato in affitto, subisse danni.

Non furono in pochi a sottoscrivere quell’impegno anche se sapevano di non poterlo onorare e spesso, sotto lo sguardo vigile del proprietario, facevano entrare in casa i figli nascosti nei bauli della propria povera roba che portavano dai luoghi di provenienza in quella città di Archimede che era diventata il nuovo Eldorado.

Anche il vecchio dialetto del “siracusano do scogghiu “, come venivano individuati gli ortigiani doc, faceva sempre più fatica ad emergere dai tanti dialetti che si potevano sentire in ogni angolo della città provenienti anche dai più remoti paesini della Sicilia.

Mentre l’onda spingeva lentamente quella barca imbalsamata sulla leggera schiuma provocata al contatto con il verde remo che fendeva l’acqua con i colori della siracusana Lucia, il mio sguardo di passeggero distratto e pensieroso, si posò su una lontana sembianza di donna.

Come la famosa Sirenetta, la vedevo seduta su una delle tre colonnine di marmo modicano che delimitava la zona dello sbarco dei passeggeri dal mare nel tentativo di evitare che qualcuno potesse finire la sua corsa nelle acque dello sbarcadero.

Mi sembrò subito un volto conosciuto quello della donna, quasi appollaiata sulla colonna centrale, che dava l’impressione di portare negli occhi una grande tristezza e un’aria sperduta come se vedesse quel cotesto per la prima volta ed in esso si smarrisse.                                                         

 Eppure non riuscivo a dare una rispondenza temporale ed una motivazione per cui quel volto e quegli occhi mi sembrassero così familiari da non farmi più pensare ad altro che a concentrarmi per cercare di ricordare e capire.

Un pò per timidezza ed un pò per potere osservare meglio senza essere visto, mi fermai vicino al casello della ferrovia che attraversava quelle case periferiche da cui potevo osservare ogni movimento sullo spiazzale dello sbarcadero.

Ogni volta che accanto alla donna sfilavano i passeggeri che salivano o scendevano dalle barche lei accorciava la gonna con il movimento delle gambe come se volesse sedersi meglio sulla colonnina lasciando scoperta una parte di sé.

Gli occhi gli si riempivano di una ammaliante dolcezza che cedeva però subito il posto alla tristezza dopo ogni flusso di quelle sagome veloci di persone indaffarate.

Ogni tanto uno sguardo fuggevole di uomini con le mogli al braccio copriva il suo corpo e l’attenzione di qualche ragazzo apparentemente distratto si faceva sempre più prossima ed interessata.

Ma quel viso e quello sguardo mi dicevano sempre più che ci eravamo incontrati e strizzavo la memoria per fare uscire il giusto ricordo fino a che un veloce fotogramma non si trasformò in un film.

Era proprio lei.

La ragazza biondina figlia dell’acquaiolo del mio paese che con le trecce, la gonna rattoppata e le gambe penzolanti dal carro sporco, cantava canzoni della tradizione popolare per rendere meno noiose le ore trascorse ad attraversare le strade polverose del paese.

Il padre trasportava otri d’acqua per le famiglie che glieli richiedevano per riempire grandi e vecchie giare di terracotta.

Della possibilità di avere un acquedotto comunale nessuno ne aveva mai sentito parlare fra quelle case del paese appollaiate su tre collinette dove, l’odore della cottura della verdura selvatica e dei legumi dei terreni più aridi non adatti al vino, sembrava coprire la miseria che imperava da generazioni.

“Luisella pigghia i sordi “era la rauca voce del padre che faceva saltare la ragazzina dal carro per porgere la mano alla contadina che aveva chiesto una caputa d’acqua e doveva pagare con le poche sgualcite lire che teneva arrotolate strette all’interno dello stringipetto per la paura di perderle o farsele rubare.

La ragazzina raccoglieva quel piccolo tesoro come si trattasse di una reliquia importante, ma già sapeva che sarebbe finito nella tasca del proprietario dell’unica osteria del paese che il padre frequentava tutte le sere, fino ad essere posseduto dai fumi dell’alcool e riportato a casa proprio da Luisella.

Era un compito che svolgeva diligentemente tutte le sere anche se, durante il tragitto dall’osteria a casa le sue piccole guance diventavano rosse dagli schiaffi che il padre non le lesinava.

Era cresciuta prima degli altri coetanei quella gracile e bella bambina che certamente non aveva di che gioire dello squarcio di vita che il Signore le aveva già riservato.                                                          

 Un giorno sparì dal paese e non se ne seppe più niente, e a noi bambini mancò molto quel gioioso passaggio del carro dell’acqua che faceva parte della coreografia dei nostri giuochi e quella piccola bambina bionda che era inconsapevolmente diventata una nostra compagna di strada.

Si parlò della morte del padre e della miseria della famiglia, così come si diffuse la voce che la lontana “Merica” l’aveva accolta nel proprio territorio.

Passarono molti anni e una casuzza della strada del basalatu accolse Luisella che, nel frattempo, era diventata donna, ed alla bellezza aveva aggiunto un’affascinante fattezza femminile che avvolgeva in abiti dediti più alla miseria che al lusso.

Le solite comari che trascorrono le giornate a farsi i fatti degli altri, raccontarono con dovizia di particolari, l’intervallo di vita trascorso fra la partenza ed il ritorno al proprio paese.

Le altre persone che ascoltavano il racconto facevano eco alle loro conclusioni, in modo corale, con la parola dialettale “mischina”.

“Mischina”, racchiudeva in sè le pene patite da quell’angelo mai sbocciato, che l’aveva visto sposare un uomo molto più grande di lei con lo stesso amore per il vino del padre, e che sperperava i dollari americani fra vizi e donne, lasciando Luisella sempre nel suo perenne stato di miseria.

Nel basalatu non aveva soldi né pane per sfamarsi e faceva ogni tanto la criata per dare qualcosa da mangiare ai quattro figli che ricordavano il soggiorno mericano accanto a quell’uomo dal forte odore di vino.

Ma aveva una cosa dove madre Natura non era stata misera con lei e le aveva concesso con generosità.

La bellezza e le sue fattezze che con timidezza cercava di fare apprezzare, seduta su quella colonna dello sbarcadero, a qualche passante distratto o in compagnia che la degnava solo di uno sguardo accattivante ma non interessato.

Trascorsero decine di minuti ed alla colonna di finto marmo che sorreggeva il suo corpo, fece pariglia la robusta sembianza di un uomo che si stagliò davanti a lei quasi a volerle togliere anche quel tiepido raggio di sole che, colpendola, la rendeva ancora più radiosa.

Aveva le braccia tatuate con i pupi che solevano stamparsi coloro che avevano sostato nelle patrie galere ed un grosso anello al dito faceva da pariglia ad una collana che, come una catena galeotta, le scendeva dal collo.

La prese con un braccio, scambiò qualche breve parola e la spinse dentro una macchina dove altri due amici l’accolsero schiamazzando.

Dal finestrino si vide per un po’ voltarsi con lo sguardo verso lo sbarcadero, guardando il mare solcato dalle barche lente che lo fendevano con remi e che, come Luisella, avrebbero potuto spingere la barca della vita verso lidi d’amore, ma erano stati destinati a vivere ed invecchiare in un mare melmoso stancamente solcato, sotto la flebile forza delle braccia do “zu Natali”, che lentamente aspettava la fine del suo vivere di misero pescatore.

                                                                                           Pippo Bufardeci

 

 

 

 

domenica 3 aprile 2022

 

 IL TURISMO CULTURALE A PACHINO: PROGRAMMARE E REALIZZARE

Penso che sarebbe importante, per Pachino, dare vita a delle e giornate di studio sul tipo di turismo che vogliamo fare e sulle iniziative che, sia i privati che il Comune, dovrebbero sviluppare nell’ambito di una programmazione confacente con l’indirizzo scelto.

Altrimenti saremmo sempre imbrigliati nella logica del caos più assoluto dove ciascuno, pensando solo al proprio orticello o al proprio interesse, si inventa unico detentore delle doti di grande stratega turistico.





Ritengo quindi che, a queste e giornate di studio, dovrebbero partecipare tutti i soggetti che operano nel settore o che siano capaci di programmare azioni ed interventi nell’interesse esclusivo di una strategia di sviluppo seria e realizzabile.

Sono convinto che l’offerta turistica debba essere differenziata in rapporto alle peculiarità territoriali, paesaggistiche, della cultura, delle tradizioni, del mare e dell’agricoltura che possono rappresentare una seria proposta di Pachino ai potenziali turisti interessati a visitare il nostro territorio.

Il tutto con un insieme di servizi concordati fra pubblico e privato per evitare la giungla caotica delle iniziative slegate e spesso inconcludenti.

Sono convinto altresì che il settore del turismo culturale deve rappresentare un punto di forza dell’offerta turistica complessiva del territorio.

In questo settore è necessario ridare rapida funzionalità al Palmento Di Rudinì per fargli riprendere l’importante ruolo, sia storico che di contenitore culturale, per Pachino e di dare vita ad un corollario di altre iniziative stabili per ampliare ulteriormente l’offerta.

Mi riferisco, in particolare, al migliore utilizzo dell’ex carcere quale contenitore vero di arte contemporanea, alla concretizzazione della proposta più volte approfondita con gli amici di ViviVinum Pachino, di un itinerario che metta in rete i numerosi palmenti ancora esistenti all’interno del territorio urbano e le varie cantine di produzione, ad una maggiore valorizzazione del patrimonio archeologico presente nel nostro territorio.

Ritengo altresì interessane portare all’attenzione dei turisti l’importante ruolo svolto e che ancora svolge nel settore della cinematografia quale location unica e inimitabile il nostro paesaggio e le nostre valenze strutturali.

Basti ricordare l’ultima presenza con La stagione della caccia di Camilleri oltre alle numerose scene girate per le varie rappresentazioni del commissario Montalbano ed ai film che sono entrati a far parte della storia cinematografica del nostro Paese e non solo.

Mi riferisco a Sud di Gabriele Salvatores, L’Avventura di Michelangelo Antonioni, Mario e il mago di Brandaeur, Il Viaggio di Vittorio De Sica e Kaos dei fratelli Taviani.

Per non parlare degli spot pubblicitari che, soprattutto negli ultimi anni, hanno utilizzato la location di Marzamemi da parte di importanti società commerciali che hanno reclamizzato i loro prodotti in abbinamento alle nostre accattivanti bellezze.

Per valorizzare, ricordare e incentivare questo importante settore culturale e turistico a vantaggio del nostro territorio sarebbe fondamentale dare vita ad un museo che, attraverso la cartellonistica, le descrizioni, le visioni multimediali ed altro, potrebbe rappresentare un importantissimo volano di attrazione turistica e di ritorno economico – lavorativo per l’intero territorio.

La struttura da utilizzare potrebbe essere l’ex istituto scolastico di Marzamemi che, attraverso i fondi del PNNR, avrebbe la possibilità di essere adattato al nuovo compito.

Quindi lavoriamo su idee e progetti di forte interesse comune e incidenti nel contesto economico e culturale del nostro territorio per una proposta turistica che sia la più ampia e la più redditiva possibile e per una presa di coscienza, da parte dell’Amministrazione di turno, che non è più tempo di vegetare ed attendere, ma è tempo dello studio, dell’azione e della fattibilità.

03/04/2022                                                                                               Pippo Bufardeci 

 

 

 

domenica 27 marzo 2022

 

              PACHINO: UN CONSIGLIO NON RICHIESTO PER LA SINDACA


Il rischio c’è ed è concreto. A Pachino la confusione politica regna sovrana, ma anche il dilettantismo e l’egocentrismo di parecchi consiglieri comunali.

Con le condizioni attuali si rischia un tirare a campare inconcludente ed un periodo nefasto per l’intera comunità pachinese che avrebbe bisogno di un’azione seria ed incisiva da parte dell’amministrazione comunale.

Con la difficile situazione economica e sociale non possiamo permetterci il lusso di un nuovo lungo commissariamento dell’attività comunale né, tantomeno, di inutili lotte politiche che spesso si fanno per il soddisfacimento di un ego personale o per dimostrare di essere esperti vassalli di padroncini politici non casalinghi.

In questo contesto la Sindaca ha il dovere, sia pure con le sue mancanze ed inesperienza, di prendere in mano la situazione ed indicare i giusti obiettivi che si devono raggiungere nell’esclusivo interesse della città.

Innanzitutto deve puntare politicamente sul consiglio comunale per coinvolgere i consiglieri, sia di maggioranza che di opposizione, in un progetto realistico e condiviso senza steccati né chiusure che sarebbero solo negative.

Sul piano amministrativo deve puntare sull’azione seria e sulla collaborazione dei dipendenti comunali che gestiscono le varie strutture ed hanno più conoscenza dei problemi e delle normative di molti consiglieri comunali, assessori o consulenti vari.

Incontrare quindi, settore per settore, i dipendenti per fare stilare un quadro realistico delle situazioni pregresse, dei progetti già in itinere e portarli a compimento perché potrebbero essere quelli con maggiori possibilità di rapida realizzazione. Contemporaneamente individuare, con i dirigenti comunali che per questi compiti sono pagati, le iniziative che possono essere prese nei vari comparti amministrativi,e preparare le idonee documentazioni per concretizzarle con la richiesta dei relativi finanziamenti.

Avuto questo quadro realistico della situazione amministrativa del comune di Pachino, si inizi un confronto serio, veloce e coinvolgente con la rappresentanza politica, anche di opposizione, per eventuali integrazioni e nuove proposte fattibili per formalizzare tutti gli atti amministrativi per la loro concretizzazione.

Nell’attuale contesto, per costruire qualcosa di concreto, bisogna puntare sui lavoratori che conoscono anche un po’ del loro mestiere piuttosto che su filosofi più abituati alle inconcludenti meditazioni che alla concretezza del lavoro in un comune disastrato.

Bisogna coinvolgere e non escludere. Non estromettere, ma ascoltare. Non dare senso all’ego personale o degli amici, ma pensare agli interessi generali.

Solo così avrà ancora senso continuare senza finire nel baratro.   (Pippo Bufardeci)

 

 

 

giovedì 10 marzo 2022

 

Ex sindaco di Pachino Bufardeci racconta in un libro 20 anni della DC siracusana

 


Ventanni di storia della Dc siracusana, raccontata dall'ex sindaco di Pachino Pippo Bufardeci.

Il libro narra un periodo ventennale che va dal 1965 al 1985 attraverso il racconto autobiografico dell’autore che inizia con il primo tentativo di iscrizione alla Dc e termina con la sua ultima candidatura alle elezioni provinciali del 1985.

Il libro si snoda attraverso un percorso all’interno della DC con fatti, personaggi, proposte politiche e proiezioni nei vari enti e nel tessuto sociale della provincia di Siracusa che ripropongono l’importanza di uomini e impegni di una comunità politica che ha determinato condizioni di sviluppo del nostro territorio.
Il libro ha già avuto un’ottima accoglienza da parte dell’ambiente ex democristiano e non solo perché è, storiograficamente, una pietra miliare della diccì di Siracusa e non solo.
E’ in vendita in molte librerie della provincia e prenotabile in qualsiasi libreria in Italia e nei vari store on line.
Sicuramente ci sarà un secondo volume che tratterà il periodo finale dell’esperienza democristiana ed il dopo Dc con le nuove formazioni politiche, i nuovi personaggi e il diverso rapporto fra eletto ed elettori.
Pippo Bufardeci è nato 75 anni fa a Pachino.

Ha ricoperto diverso ruoli in politica oltre ad essere stato funzionario della Direzione centrale della Democrazia Cristiana.

Sposato e padre di 3 figli, dal 1980 al 1985 Consigliere Provinciale eletto nel Collegio di Noto nella lista della Democrazia Cristiana.

Dal 1987 al 1992 eletto Consigliere Comunale nel Comune di Pachino – lista D.C. con l’incarico di Capogruppo Consiliare.

Dal gennaio 1991 al novembre 1991 eletto Sindaco di Pachino.
Successivamente è stato pure assessore al Comune di Pachino con la delega alle Politiche Sociali, Lavori Pubblici, Turismo, Sviluppo Economico, Cimitero e Presidente della Commissione per le pratiche del terremoto del 1990.

Nel giugno del 2004 è stato anche consigliere comunale a Siracusa.

 

DAL QUOTIDIANO DI INFORMAZIONE ONLINE: NUOVO SUD.IT

 

martedì 8 febbraio 2022

 

DALLA DEMOCRAZIA ELETTIVA ALLA PARTECIPATA

Il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica non si è caratterizzato solo per lo stravolgimento politico che si è creato, ma soprattutto per ciò che ha rappresentato sul piano del rapporto fra i cittadini elettori e gli eletti.

Nella prima repubblica il cittadino elettore non solo sceglieva il proprio rappresentante nelle istituzioni attraverso la individuazione di un nome fra i tanti proposti, avvalendosi della segnatura della propria preferenza, ma concorreva a determinare la composizione della stessa lista attraverso una partecipazione attiva.

La partecipazione attiva si estrinsecava nell’ambito delle strutture dei partiti attraverso le tante assemblee ai vari livelli territoriali e statutari, ma anche attraverso le varie associazioni rappresentative delle esigenze sociali, economiche e categoriali.

Il sistema proporzionale assicurava, pur con i suoi limiti, la individuazione dei candidati, la scelta del singolo rappresentante e la rappresentanza delle varie articolazioni della società.

Questo sistema assicurava un rapporto diretto e continuo fra il territorio, l’eletto ed i suoi elettori.

Il sistema maggioritario e l’assenza della espressione della preferenza hanno determinato le condizioni dell’arroccamento fra gruppi anche disomogenei al loro interno, ma sommatisi elettoralmente per garantire l’aspetto matematico e non politico e per poter vincere le elezioni.

Dalla democrazia rappresentativa e partecipata siamo passati alla democrazia solamente elettiva.

L’organizzazione piramidale dei gruppi politici ha portato la proposta politica a rivedersi in un personaggio leader del gruppo capace di dettare le indicazioni di voto senza una proposta politica condivisa con le comunità che si vogliono rappresentare e senza alcuna partecipazione dei cittadini.

I cittadini hanno smesso di conoscere e di riconoscersi nell’eletto loro rappresentante perché è stato scelto dall’alto, spesso lontano dal territorio e preoccupato solo di ossequiare il capo che lo dovrebbe rimettere in lista e gli elettori devono solo fare un segno della croce sulla scheda.

Le prossime elezioni, indipendentemente dalla data di svolgimento, continueranno a perpetuare questo atipico sistema elettorale che è ritenuto meno importante dei sondaggi e dà solo parvenze di democrazia in quanto la cosiddetta stabilità, quasi mai verificatesi, è ritenuta, strumentalmente, meno importante della democrazia

Sono consapevole che, allo stato delle cose, difficilmente verrà cambiato il sistema elettorale a favore dei cittadini elettori perché toglierebbe il potere monarchico al capo squadra e la gioia di avere sudditi al posto degli elettori.

Solo se avessero il coraggio di fare ciò che dicono e non fanno mai, si potrebbe concretizzare un grande passo avanti verso la partecipazione dei cittadini alla determinazione della propria rappresentanza con una semplice modifica alla legge elettorale.

Basterebbe, allo stato, inserire il sistema del ballottaggio fra i due candidati che, nel collegio, hanno ottenuto i due maggiori quozienti, come avviene per i sindaci, e si ripristinerebbe in parte la capacità di scelta degli elettori, un rapporto più diretto fra eletto e territorio e un impegno istituzionale con maggiore conoscenza delle problematiche locali. Male cose semplici non sono di questo mondo.

Pippo Bufardeci

lunedì 17 gennaio 2022


 

SCUOLA SUPERIORE A QUATTRO ANNI: PROPOSTA PER ALTRI MILLE LICEI E ISTITUTI TECNICI

MA L’AZIONE A PUNTATE CREA DISPARITA’ FRA STUDENTI. MEGLIO TUTTI SUBITO.

Nel 2017 il Ministro Fedeli introdusse la sperimentazione del “Liceo Breve” al fine di permettere l’adeguamento delle scuole superiori italiane alla stragrande maggioranza dei paesi europei che anticipano di un anno l’iscrizione universitaria e quindi l’immissione dei giovani nel mondo del lavoro.

Ciò è possibile passando dagli attuali cinque anni a quattro senza diminuzione dei programmi.

Nell’anno scolastico 2018-2019le classi interessate erano circa 100 che si sono raddoppiate nell’anno successivo permettendo a migliaia di studenti italiani di accedere all’università con un anno di anticipo rispetto ad altri studenti e quindi anche con la possibilità di entrare nel mondo del lavoro con un anno di anticipo rispetto agli altri soggetti del percorso ordinario.

L’attuale ministro della pubblica istruzione, Patrizio Bianchi, ha proposto che, per il 2022, ne possano usufruire altri mille licei ed istituti tecnici.

Il consiglio superiore della pubblica istruzione esprime parere negativo perché ritiene che, “al momento, non vi siano le condizioni per procedere ad ulteriori ampliamenti delle classi coinvolte”.

A questo punto, secondo me, il gioco diventa discriminante nei confronti di tutti gli altri studenti che non usufruiscono della riduzione degli anni della scuola superiore e della possibilità di anticipare il loro ingresso nel mondo del lavoro.

Senza considerare che, questa disparità di trattamento fra gli studenti, è anche anticostituzionale perché lede il concetto di parità di diritti fra tutti i cittadini.

Difatti avremmo tutti gli studenti degli istituti interessati alla sperimentazione, che potrebbe durare decenni, in una posizione di vantaggio di studio e di lavoro rispetto a tutti gli altri.

Quindi sarebbe il caso di finire la sperimentazione ed introdurre per tutti gli istituti superiori la durata di quattro anni anziché di cinque adattandoci agli altri paesi europei e togliendo la disparità fra studenti, sia per quanto attiene il tempo del diploma e sia per avere la stessa possibilità e le stesse condizioni, per potersi immettere nel mondo del lavoro.

(Pippo Bufardeci)

 

 

 

 

giovedì 13 gennaio 2022

 L’IRA DI MUSUMECI È DA BAMBINO CAPRICCIOSO

La elezione dei rappresentanti siciliani per l’assemblea che dovrà eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, ci ha dato l’immagine del presidente della nostra regione, Nello Musumeci, simile ad un bambino capriccioso che piange se non vince al giuoco con gli altri bambini.
Non sta scritto da nessuna parte che il presidente di una qualsiasi regione debba essere parte insostituibile dei grandi elettori che devono eleggere il Presidente della Repubblica altrimenti nella costituzione sarebbe stato indicato come membro di diritto.
Ma egli, come gli altri, deve passare attraverso una libera elezione dei componenti l’assemblea regionale. In una elezione, che non prevede obblighi di maggioranza o di opposizione, può essere eletto chiunque faccia parte dell’assemblea regionale.
Lui è stato eletto in terza posizione, ma nessuna legge gli garantisce il posto più alto del podio anche perché, in fase di votazione, anche del Presidente della Repubblica, tutti i voti valgono uno.
La sua reazione è stata da bambino viziato perché ha messo in crisi il Governo, ha sbraitato contro tutti e contro tutto, ha dato valore ricattatorio al voto stesso ed ha sciorinato epiteti gravi contro i deputati votanti senza una motivazione né politica né istituzionale.
Ha incentrato tutto sul suo ego ferito. Perché non ha avuto una simile reazione quando i suoi decreti o provvedimenti di Governo sono stati bocciati dalla maggioranza che doveva difenderli?
Sicuramente una brutta caduta di stile, di rispetto della volontà dell’aula, del diritto di qualsiasi deputato di votare secondo i propri convincimenti su atti che non impegnano su nessuna solidarietà di Governo quale è da considerare la elezione dei delegati siciliani al voro presidenziale.
Quindi caro presidente Nello Musumeci, non faccia il bambino offeso e capriccioso e, se ne è capace, continui a lavorare per la Sicilia che per adesso lei rappresenta e per la quale è stato votato e non per sbraitare inesistente lesa maestà.
(PIPPO BUFARDECI)

giovedì 30 dicembre 2021

 DALLA DEMOCRAZIA ELETTIVA  ALLA PARTECIPATA

Il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica non si è caratterizzato solo per lo stravolgimento politico che si è creato, ma soprattutto per ciò che ha rappresentato sul piano del rapporto fra i cittadini elettori e gli eletti.

Nella prima repubblica il cittadino elettore non solo sceglieva il proprio rappresentante nelle istituzioni attraverso la individuazione di un nome fra i tanti proposti, avvalendosi della segnatura della propria preferenza, ma concorreva a determinare la composizione della stessa lista attraverso una partecipazione attiva.

La partecipazione attiva si estrinsecava nell’ambito delle strutture dei partiti attraverso le tante assemblee ai vari livelli territoriali e statutari, ma anche attraverso le varie associazioni rappresentative delle esigenze sociali, economiche e categoriali.

Il sistema proporzionale assicurava, pur con i suoi limiti, la individuazione dei candidati, la scelta del singolo rappresentante e la rappresentanza delle varie articolazioni della società.

Questo sistema assicurava un rapporto diretto e continuo fra il territorio, l’eletto ed i suoi elettori.

Il sistema maggioritario e l’assenza della espressione della preferenza hanno determinato le condizioni dell’arroccamento fra gruppi anche disomogenei al loro interno, ma sommatisi elettoralmente per garantire l’aspetto matematico e non politico e per poter vincere le elezioni.

Dalla democrazia rappresentativa e partecipata siamo passati alla democrazia solamente elettiva.

L’organizzazione piramidale dei gruppi politici ha portato la proposta politica a rivedersi in un personaggio leader del gruppo capace di dettare le indicazioni di voto senza una proposta politica condivisa con le comunità che si vogliono rappresentare e senza alcuna partecipazione dei cittadini.

I cittadini hanno smesso di conoscere e di riconoscersi nell’eletto loro rappresentante perché è stato scelto dall’alto, spesso lontano dal territorio e preoccupato solo di ossequiare il capo che lo dovrebbe rimettere in lista e gli elettori devono solo fare un segno della croce sulla scheda.

Le prossime elezioni, indipendentemente dalla data di svolgimento, continueranno a perpetuare questo atipico sistema elettorale che è ritenuto meno importante dei sondaggi e dà solo parvenze di democrazia in quanto la cosiddetta stabilità, quasi mai verificatesi, è ritenuta, strumentalmente, meno importante della democrazia

Sono consapevole che, allo stato delle cose, difficilmente verrà cambiato il sistema elettorale a favore dei cittadini elettori perché toglierebbe il potere monarchico al capo squadra e la gioia di avere sudditi al posto degli elettori.

Solo se avessero il coraggio di fare ciò che dicono e non fanno mai, si potrebbe concretizzare un grande passo avanti verso la partecipazione dei cittadini alla determinazione della propria rappresentanza con una semplice modifica alla legge elettorale.

Basterebbe, allo stato, inserire il sistema del ballottaggio fra i due candidati che, nel collegio, hanno ottenuto i due maggiori quozienti, come avviene per i sindaci, e si ripristinerebbe in parte la capacità di scelta degli elettori, un rapporto più diretto fra eletto e territorio e un impegno istituzionale con maggiore conoscenza delle problematiche locali. Male cose semplici non sono di questo mondo.

Pippo Bufardeci