Stiamo già preparando l'edizione 2008 del "Premio Internazionale di Giornalismo Vitaliano Brancati" che ampi consensi e lusinghieri apprezzamenti ha ricevuto nell'edizione 2007.
Quest'anno il Presidente dell'Associazione, Gianni Firera ed il Direttore artistico Corrado DiPietro,asssieme al sottoscritto nella qualità di segretario del premio,si sono messi alacramente al lavoro anche se scottati dall'esperienza dello scorso anno.
Difatti la passata edizione, che ha visto la premiazione, fra gli altri, di Gianni Minoli, Paola Salluzzi e Franco Siddi, non ha avuto alcun contributo da parte degli enti pubblici nonostante le assicurazioni ricevute.
Poichè riteniamo che trattasi, così come ha dimostrato la vasta eco avuta sulla stampa nazionale, di una iniziativa culturalmente importante per la nostra città ad un costo irrisorio, riteniamo utile perseverare ed essere fiduciosi che anche gli enti locali siracusani ne scoprano l'importanza.
Con un prossimo comunicato, appena acquisite tutte le disponibilità, vi svelerò i nomi dei premiati per il 2008 che, vi posso assicurare,sono di assoluto rispetto nel panorama giornalistico e culturale italiano.
venerdì 22 agosto 2008
GLI ANZIANI IN VISITA AI SITI ARCHEOLOGICI
Presso i locali della Sovrintendenza di Siracusa ai Beni Culturali si è svolta stamani la conferenza stampa per la presentazione ufficiale del progetto che permette agli anziani della nostra Provincia di visitrare gratuitamente e con percorsi guidati alcuni siti archeologici.
Il progetto s'inquadra nell'ambito di un'iniziativa dell'Assessorato Regionale ai Beni Culturali che, a livello locale, è organizzativamente cutato dalla dottoressa Teresa DiBlasi con un gruppo di collaboratori che hanno frequentato gli staig presso la Sovrintendenza.
Alla conferenza stampa erano presenti sia la sovrintendente arc. Mariella Muti che il dott. Guzzardi che hanno evidenzaito l'importanza dell'iniziativa che permette un'apertura della Sovrintendenza verso l'esterno sfatando così la concezione di istituzione chiusa che ne ha il grande pubblico.
Erano altresì presenti numerosi presidenti di associazioni culturali.
Nel corso del suo intervento la dottoressa DiBlasi ha anche avuto parole di ringraziamento nei miei confronti per la amichevole collaborazione prestata nel contattare alcuni centri anziani della nostra provincia che hanno prenotato le loro visite guidate.
Il progetto s'inquadra nell'ambito di un'iniziativa dell'Assessorato Regionale ai Beni Culturali che, a livello locale, è organizzativamente cutato dalla dottoressa Teresa DiBlasi con un gruppo di collaboratori che hanno frequentato gli staig presso la Sovrintendenza.
Alla conferenza stampa erano presenti sia la sovrintendente arc. Mariella Muti che il dott. Guzzardi che hanno evidenzaito l'importanza dell'iniziativa che permette un'apertura della Sovrintendenza verso l'esterno sfatando così la concezione di istituzione chiusa che ne ha il grande pubblico.
Erano altresì presenti numerosi presidenti di associazioni culturali.
Nel corso del suo intervento la dottoressa DiBlasi ha anche avuto parole di ringraziamento nei miei confronti per la amichevole collaborazione prestata nel contattare alcuni centri anziani della nostra provincia che hanno prenotato le loro visite guidate.
martedì 12 agosto 2008
AL COMUNE SI ASSEGNANO LE DELEGHE ALLA PROVINCIA SI PROFILANO PROBLEMI
Finalmente anche al comune di Siracusa sono state assegnate le deleghe ai vari assessori.
L’auspicio è che ci si metta subito al lavoro nell’interesse della città perchè i problemi non possono aspettare.
La nostra preoccupazione è dovuta al fatto che, fra gli assessori, ve sono alcuni che conoscono poco il funzionamento della macchina amministrativa ed altri che non la conoscono affatto.
Speriamo che imparino presto.
Non sembra si respiri aria politicamente potabile invece in seno all’Amministrazione provinciale dove, agli stessi problemi che si riscontrano per gli assessori al Comune di Siracusa, se ne aggiunge un altro dovuto nientemeno che al Presidente.
Secondo notizie UDC sembra che il presidente ed i partiti della sua maggioranza siano come dei separati in casa perchè viene rimproverata un’eccessiva autonomia decisionale a Nicola Bono.
I critici dicono di essere preoccupati perchè a questa autonomia non si accompagna una sufficiente conoscenza della macchina amministrativa per cui le decisioni non concordate provocano danni politici nei rapporti con la struttura e di sviluppo del territorio nelle scelte operative.
Speriamo che si tratti solo di qualche malinteso altrimenti l’orizzonte non sembra essere foriero di bel tempo.
L’auspicio è che ci si metta subito al lavoro nell’interesse della città perchè i problemi non possono aspettare.
La nostra preoccupazione è dovuta al fatto che, fra gli assessori, ve sono alcuni che conoscono poco il funzionamento della macchina amministrativa ed altri che non la conoscono affatto.
Speriamo che imparino presto.
Non sembra si respiri aria politicamente potabile invece in seno all’Amministrazione provinciale dove, agli stessi problemi che si riscontrano per gli assessori al Comune di Siracusa, se ne aggiunge un altro dovuto nientemeno che al Presidente.
Secondo notizie UDC sembra che il presidente ed i partiti della sua maggioranza siano come dei separati in casa perchè viene rimproverata un’eccessiva autonomia decisionale a Nicola Bono.
I critici dicono di essere preoccupati perchè a questa autonomia non si accompagna una sufficiente conoscenza della macchina amministrativa per cui le decisioni non concordate provocano danni politici nei rapporti con la struttura e di sviluppo del territorio nelle scelte operative.
Speriamo che si tratti solo di qualche malinteso altrimenti l’orizzonte non sembra essere foriero di bel tempo.
sabato 2 agosto 2008
L'UNICA COSA STABILE E' LO STATUS DI PRECARIO
Anche i precari della nostra città hanno manifestato pubblicamente contro gli emendamenti in finanziaria che frappongono ulteriori ostacoli alla possibilità che si arrivi all’agognato lavoro stabile.
Da parte sua il Governo ha cercato di rettificare e rendere meno traumatico il frettoloso emendamento della maggioranza che ha suscitato tante proteste da parte degli interessati e dei partiti di opposizione.
Sicuramente si arriverà ad una riformulazione meno invasiva rispetto all’emendamento originale, ma resta il focolaio attestante la permanenza, anche se sotto traccia, di un incendio di più vaste proporzioni.
Non vi è dubbio, in premessa, che apportare flessibilità alle norme che regolano il lavoro nel nostro ordinamento è importante perchè in una situazione di economia globale è giusto che le aziende interessate possano usufruire di regole comuni ed essere, per quanto possibile, nelle stesse condizioni di partenza rispetto alle altre.
Naturalmente anche il lavoro flessibile deve avere delle regole che possano permettere un intervento di natura sociale a garanzia del lavoratore che effettua, in tempi più o meno brevi, il passaggio da un lavoro ad un altro e deve essere assicurata tutta la copertura normativa dei lavoratori a tempo indeterminato.
Altro conto è invece il lavoro precario sopratutto nei termini come esso si è configurato negli ultimi decenni nel nostro Paese che si connota come compressione dei diritti dei lavoratori che determina una usura della qualità della vita perchè toglie agli interessati ogni progettualità personale e relazionale.
Non possono accendere un mutuo per comprarsi una propria abitazione, non possono usufruire di servizi soggetti alla stabilità del reddito così come non possono programmare serenamente il proprio bilancio familiare.
Difatti, nel contesto in cui operiamo nella situazione lavorativa italiana il precario non può mettere a frutto il proprio titolo di studio, la propria professionalità, dequalifica il proprio profilo personale e non ha un reddito adeguato all’apporto professionale che da alle aziende che, di contro, aumentano i propri profitti anche grazie allo sfruttamento lavorativo ed intellettivo di questi lavoratori.
Una situazione aggravata ulteriormente se questa contesto di precariato, per molte famiglie, diventa la vera stabilità lavorativa senza una sicura prospettiva in termini di stabilità lavorativa e di continuità ed adeguamento del reddito personale.
Ma ancora più grave si configura il fenomeno sia in termini sociali che personali se a sfruttare la situazione di precariato non è l’azienda privata, ma lo Stato che, direttamente o attraverso i suoi Enti periferici, crea e mantiene le forme di precariato per trarne ricchezza il più delle volte indebita.
Difatti i lavoratori precari impegnati nella pubblica amministrazione svolgono, quasi sempre in modo autonomo, le stesse mansioni e lo stesso lavoro di altri dipendenti che, inquadrati nella giusta logica contrattuale, percepiscono un salario molto superiore rispetto a quello dei lavoratori precari.
Vi è già violato il principio costituzionale che dovrebbe garantire uguale retribuzione ed uguali benefici a tutti i cittadini a parità di lavoro svolto.
Altro principio costituzionale violato è quello delle pari opportunità che dovrebbero avere tutti i cittadini nel concorrere , con le stesse condizioni di partenza, alla loro realizzazione personale attraverso l’accesso al mondo del lavoro senza alcuna discriminazione.
Di questa discriminazione, sopratutto nel pubblico impiego, ne sono vittima tutti i cittadini che hanno avuto sbarrata la strada per concorrere ad una lavoro che, di fatto, è stato coperto dal precariato senza l’accesso tramite un concorso, ma spesso frutto del clientelismo dissennato.
Non si tratta solo di un problema politico per cui potremmo avere lo sfizio di individuare il colpevole, ma purtroppo di un”modus operanti” che crea, da una parte, cittadini vittime dell’ingiustizia che gli nega la possibilità di concorrere in modo paritario per l’accesso al mondo del lavoro e, dall’altra parte, eterni clienti politici che, nell’attesa di vedere risolto il loro problema lavorativo in modo stabile per un ritorno di “grazia ricevuta” diventano politicamente asserviti a chi prospetta, anche solo strumentalmente, un bagliore di probabile stabilità lavorativa.
Questa logica perversa, che può essere la punta dell’iceberg di un modo perverso di intendere la gestione della cosa pubblica, porta ad un perpetuarsi dei problemi dell’intera collettività e ad un’assenza di prospettiva e di progettualità sia sociale che politica ed economica che rabbuia qualsiasi scenario di crescita anche democratica.
E’ necessario quindi che, da parte delle forze più attente ai grandi temi della nostra società ed alla prospettiva di sviluppo complessivo del sistema Paese, si veda, in una rivendicazione che pur partendo da valutazioni negative anche sul piano giuridico,ma diventa tuttavia giusta per l’aberrazione del suo negativo processo di evoluzione, un ritrovato spirito di responsabilità ed un nuovo senso del fare politica che la possa riscattare e ritornare a svolgere il suo ruolo originario di servizio e di esclusivo interesse della collettività amministrata.
L'UNICA COSA STABILE E' LO STATUS DI PRECARIO
Anche i precari della nostra città hanno manifestato pubblicamente contro gli emendamenti in finanziaria che frappongono ulteriori ostacoli alla possibilità che si arrivi all’agognato lavoro stabile.
Da parte sua il Governo ha cercato di rettificare e rendere meno traumatico il frettoloso emendamento della maggioranza che ha suscitato tante proteste da parte degli interessati e dei partiti di opposizione.
Sicuramente si arriverà ad una riformulazione meno invasiva rispetto all’emendamento originale, ma resta il focolaio attestante la permanenza, anche se sotto traccia, di un incendio di più vaste proporzioni.
Non vi è dubbio, in premessa, che apportare flessibilità alle norme che regolano il lavoro nel nostro ordinamento è importante perchè in una situazione di economia globale è giusto che le aziende interessate possano usufruire di regole comuni ed essere, per quanto possibile, nelle stesse condizioni di partenza rispetto alle altre.
Naturalmente anche il lavoro flessibile deve avere delle regole che possano permettere un intervento di natura sociale a garanzia del lavoratore che effettua, in tempi più o meno brevi, il passaggio da un lavoro ad un altro e deve essere assicurata tutta la copertura normativa dei lavoratori a tempo indeterminato.
Altro conto è invece il lavoro precario sopratutto nei termini come esso si è configurato negli ultimi decenni nel nostro Paese che si connota come compressione dei diritti dei lavoratori che determina una usura della qualità della vita perchè toglie agli interessati ogni progettualità personale e relazionale.
Non possono accendere un mutuo per comprarsi una propria abitazione, non possono usufruire di servizi soggetti alla stabilità del reddito così come non possono programmare serenamente il proprio bilancio familiare.
Difatti, nel contesto in cui operiamo nella situazione lavorativa italiana il precario non può mettere a frutto il proprio titolo di studio, la propria professionalità, dequalifica il proprio profilo personale e non ha un reddito adeguato all’apporto professionale che da alle aziende che, di contro, aumentano i propri profitti anche grazie allo sfruttamento lavorativo ed intellettivo di questi lavoratori.
Una situazione aggravata ulteriormente se questa contesto di precariato, per molte famiglie, diventa la vera stabilità lavorativa senza una sicura prospettiva in termini di stabilità lavorativa e di continuità ed adeguamento del reddito personale.
Ma ancora più grave si configura il fenomeno sia in termini sociali che personali se a sfruttare la situazione di precariato non è l’azienda privata, ma lo Stato che, direttamente o attraverso i suoi Enti periferici, crea e mantiene le forme di precariato per trarne ricchezza il più delle volte indebita.
Difatti i lavoratori precari impegnati nella pubblica amministrazione svolgono, quasi sempre in modo autonomo, le stesse mansioni e lo stesso lavoro di altri dipendenti che, inquadrati nella giusta logica contrattuale, percepiscono un salario molto superiore rispetto a quello dei lavoratori precari.
Vi è già violato il principio costituzionale che dovrebbe garantire uguale retribuzione ed uguali benefici a tutti i cittadini a parità di lavoro svolto.
Altro principio costituzionale violato è quello delle pari opportunità che dovrebbero avere tutti i cittadini nel concorrere , con le stesse condizioni di partenza, alla loro realizzazione personale attraverso l’accesso al mondo del lavoro senza alcuna discriminazione.
Di questa discriminazione, sopratutto nel pubblico impiego, ne sono vittima tutti i cittadini che hanno avuto sbarrata la strada per concorrere ad una lavoro che, di fatto, è stato coperto dal precariato senza l’accesso tramite un concorso, ma spesso frutto del clientelismo dissennato.
Non si tratta solo di un problema politico per cui potremmo avere lo sfizio di individuare il colpevole, ma purtroppo di un”modus operanti” che crea, da una parte, cittadini vittime dell’ingiustizia che gli nega la possibilità di concorrere in modo paritario per l’accesso al mondo del lavoro e, dall’altra parte, eterni clienti politici che, nell’attesa di vedere risolto il loro problema lavorativo in modo stabile per un ritorno di “grazia ricevuta” diventano politicamente asserviti a chi prospetta, anche solo strumentalmente, un bagliore di probabile stabilità lavorativa.
Questa logica perversa, che può essere la punta dell’iceberg di un modo perverso di intendere la gestione della cosa pubblica, porta ad un perpetuarsi dei problemi dell’intera collettività e ad un’assenza di prospettiva e di progettualità sia sociale che politica ed economica che rabbuia qualsiasi scenario di crescita anche democratica.
E’ necessario quindi che, da parte delle forze più attente ai grandi temi della nostra società ed alla prospettiva di sviluppo complessivo del sistema Paese, si veda, in una rivendicazione che pur partendo da valutazioni negative anche sul piano giuridico,ma diventa tuttavia giusta per l’aberrazione del suo negativo processo di evoluzione, un ritrovato spirito di responsabilità ed un nuovo senso del fare politica che la possa riscattare e ritornare a svolgere il suo ruolo originario di servizio e di esclusivo interesse della collettività amministrata.
Da parte sua il Governo ha cercato di rettificare e rendere meno traumatico il frettoloso emendamento della maggioranza che ha suscitato tante proteste da parte degli interessati e dei partiti di opposizione.
Sicuramente si arriverà ad una riformulazione meno invasiva rispetto all’emendamento originale, ma resta il focolaio attestante la permanenza, anche se sotto traccia, di un incendio di più vaste proporzioni.
Non vi è dubbio, in premessa, che apportare flessibilità alle norme che regolano il lavoro nel nostro ordinamento è importante perchè in una situazione di economia globale è giusto che le aziende interessate possano usufruire di regole comuni ed essere, per quanto possibile, nelle stesse condizioni di partenza rispetto alle altre.
Naturalmente anche il lavoro flessibile deve avere delle regole che possano permettere un intervento di natura sociale a garanzia del lavoratore che effettua, in tempi più o meno brevi, il passaggio da un lavoro ad un altro e deve essere assicurata tutta la copertura normativa dei lavoratori a tempo indeterminato.
Altro conto è invece il lavoro precario sopratutto nei termini come esso si è configurato negli ultimi decenni nel nostro Paese che si connota come compressione dei diritti dei lavoratori che determina una usura della qualità della vita perchè toglie agli interessati ogni progettualità personale e relazionale.
Non possono accendere un mutuo per comprarsi una propria abitazione, non possono usufruire di servizi soggetti alla stabilità del reddito così come non possono programmare serenamente il proprio bilancio familiare.
Difatti, nel contesto in cui operiamo nella situazione lavorativa italiana il precario non può mettere a frutto il proprio titolo di studio, la propria professionalità, dequalifica il proprio profilo personale e non ha un reddito adeguato all’apporto professionale che da alle aziende che, di contro, aumentano i propri profitti anche grazie allo sfruttamento lavorativo ed intellettivo di questi lavoratori.
Una situazione aggravata ulteriormente se questa contesto di precariato, per molte famiglie, diventa la vera stabilità lavorativa senza una sicura prospettiva in termini di stabilità lavorativa e di continuità ed adeguamento del reddito personale.
Ma ancora più grave si configura il fenomeno sia in termini sociali che personali se a sfruttare la situazione di precariato non è l’azienda privata, ma lo Stato che, direttamente o attraverso i suoi Enti periferici, crea e mantiene le forme di precariato per trarne ricchezza il più delle volte indebita.
Difatti i lavoratori precari impegnati nella pubblica amministrazione svolgono, quasi sempre in modo autonomo, le stesse mansioni e lo stesso lavoro di altri dipendenti che, inquadrati nella giusta logica contrattuale, percepiscono un salario molto superiore rispetto a quello dei lavoratori precari.
Vi è già violato il principio costituzionale che dovrebbe garantire uguale retribuzione ed uguali benefici a tutti i cittadini a parità di lavoro svolto.
Altro principio costituzionale violato è quello delle pari opportunità che dovrebbero avere tutti i cittadini nel concorrere , con le stesse condizioni di partenza, alla loro realizzazione personale attraverso l’accesso al mondo del lavoro senza alcuna discriminazione.
Di questa discriminazione, sopratutto nel pubblico impiego, ne sono vittima tutti i cittadini che hanno avuto sbarrata la strada per concorrere ad una lavoro che, di fatto, è stato coperto dal precariato senza l’accesso tramite un concorso, ma spesso frutto del clientelismo dissennato.
Non si tratta solo di un problema politico per cui potremmo avere lo sfizio di individuare il colpevole, ma purtroppo di un”modus operanti” che crea, da una parte, cittadini vittime dell’ingiustizia che gli nega la possibilità di concorrere in modo paritario per l’accesso al mondo del lavoro e, dall’altra parte, eterni clienti politici che, nell’attesa di vedere risolto il loro problema lavorativo in modo stabile per un ritorno di “grazia ricevuta” diventano politicamente asserviti a chi prospetta, anche solo strumentalmente, un bagliore di probabile stabilità lavorativa.
Questa logica perversa, che può essere la punta dell’iceberg di un modo perverso di intendere la gestione della cosa pubblica, porta ad un perpetuarsi dei problemi dell’intera collettività e ad un’assenza di prospettiva e di progettualità sia sociale che politica ed economica che rabbuia qualsiasi scenario di crescita anche democratica.
E’ necessario quindi che, da parte delle forze più attente ai grandi temi della nostra società ed alla prospettiva di sviluppo complessivo del sistema Paese, si veda, in una rivendicazione che pur partendo da valutazioni negative anche sul piano giuridico,ma diventa tuttavia giusta per l’aberrazione del suo negativo processo di evoluzione, un ritrovato spirito di responsabilità ed un nuovo senso del fare politica che la possa riscattare e ritornare a svolgere il suo ruolo originario di servizio e di esclusivo interesse della collettività amministrata.
L'UNICA COSA STABILE E' LO STATUS DI PRECARIO
Anche i precari della nostra città hanno manifestato pubblicamente contro gli emendamenti in finanziaria che frappongono ulteriori ostacoli alla possibilità che si arrivi all’agognato lavoro stabile.
Da parte sua il Governo ha cercato di rettificare e rendere meno traumatico il frettoloso emendamento della maggioranza che ha suscitato tante proteste da parte degli interessati e dei partiti di opposizione.
Sicuramente si arriverà ad una riformulazione meno invasiva rispetto all’emendamento originale, ma resta il focolaio attestante la permanenza, anche se sotto traccia, di un incendio di più vaste proporzioni.
Non vi è dubbio, in premessa, che apportare flessibilità alle norme che regolano il lavoro nel nostro ordinamento è importante perchè in una situazione di economia globale è giusto che le aziende interessate possano usufruire di regole comuni ed essere, per quanto possibile, nelle stesse condizioni di partenza rispetto alle altre.
Naturalmente anche il lavoro flessibile deve avere delle regole che possano permettere un intervento di natura sociale a garanzia del lavoratore che effettua, in tempi più o meno brevi, il passaggio da un lavoro ad un altro e deve essere assicurata tutta la copertura normativa dei lavoratori a tempo indeterminato.
Altro conto è invece il lavoro precario sopratutto nei termini come esso si è configurato negli ultimi decenni nel nostro Paese che si connota come compressione dei diritti dei lavoratori che determina una usura della qualità della vita perchè toglie agli interessati ogni progettualità personale e relazionale.
Non possono accendere un mutuo per comprarsi una propria abitazione, non possono usufruire di servizi soggetti alla stabilità del reddito così come non possono programmare serenamente il proprio bilancio familiare.
Difatti, nel contesto in cui operiamo nella situazione lavorativa italiana il precario non può mettere a frutto il proprio titolo di studio, la propria professionalità, dequalifica il proprio profilo personale e non ha un reddito adeguato all’apporto professionale che da alle aziende che, di contro, aumentano i propri profitti anche grazie allo sfruttamento lavorativo ed intellettivo di questi lavoratori.
Una situazione aggravata ulteriormente se questa contesto di precariato, per molte famiglie, diventa la vera stabilità lavorativa senza una sicura prospettiva in termini di stabilità lavorativa e di continuità ed adeguamento del reddito personale.
Ma ancora più grave si configura il fenomeno sia in termini sociali che personali se a sfruttare la situazione di precariato non è l’azienda privata, ma lo Stato che, direttamente o attraverso i suoi Enti periferici, crea e mantiene le forme di precariato per trarne ricchezza il più delle volte indebita.
Difatti i lavoratori precari impegnati nella pubblica amministrazione svolgono, quasi sempre in modo autonomo, le stesse mansioni e lo stesso lavoro di altri dipendenti che, inquadrati nella giusta logica contrattuale, percepiscono un salario molto superiore rispetto a quello dei lavoratori precari.
Vi è già violato il principio costituzionale che dovrebbe garantire uguale retribuzione ed uguali benefici a tutti i cittadini a parità di lavoro svolto.
Altro principio costituzionale violato è quello delle pari opportunità che dovrebbero avere tutti i cittadini nel concorrere , con le stesse condizioni di partenza, alla loro realizzazione personale attraverso l’accesso al mondo del lavoro senza alcuna discriminazione.
Di questa discriminazione, sopratutto nel pubblico impiego, ne sono vittima tutti i cittadini che hanno avuto sbarrata la strada per concorrere ad una lavoro che, di fatto, è stato coperto dal precariato senza l’accesso tramite un concorso, ma spesso frutto del clientelismo dissennato.
Non si tratta solo di un problema politico per cui potremmo avere lo sfizio di individuare il colpevole, ma purtroppo di un”modus operanti” che crea, da una parte, cittadini vittime dell’ingiustizia che gli nega la possibilità di concorrere in modo paritario per l’accesso al mondo del lavoro e, dall’altra parte, eterni clienti politici che, nell’attesa di vedere risolto il loro problema lavorativo in modo stabile per un ritorno di “grazia ricevuta” diventano politicamente asserviti a chi prospetta, anche solo strumentalmente, un bagliore di probabile stabilità lavorativa.
Questa logica perversa, che può essere la punta dell’iceberg di un modo perverso di intendere la gestione della cosa pubblica, porta ad un perpetuarsi dei problemi dell’intera collettività e ad un’assenza di prospettiva e di progettualità sia sociale che politica ed economica che rabbuia qualsiasi scenario di crescita anche democratica.
E’ necessario quindi che, da parte delle forze più attente ai grandi temi della nostra società ed alla prospettiva di sviluppo complessivo del sistema Paese, si veda, in una rivendicazione che pur partendo da valutazioni negative anche sul piano giuridico,ma diventa tuttavia giusta per l’aberrazione del suo negativo processo di evoluzione, un ritrovato spirito di responsabilità ed un nuovo senso del fare politica che la possa riscattare e ritornare a svolgere il suo ruolo originario di servizio e di esclusivo interesse della collettività amministrata.
giovedì 31 luglio 2008
LA POLTRONA DEL PORTO BLOCCA LA GIUNTA
Purtroppo, nonostante siano stati finalmente indicati i nuovi assessori al Comune di Siracusa e sia già avvenuto il loro giuramento, non possono entrare nel pieno delle loro funzioni perchè i partiti hanno bloccato il Sindaco nell’assegnazione delle deleghe assessoriali.
Praticamente hanno avuto conferita la patente, ma non sanno quale macchina dovranno guidare.
Il casus belli che ha fatto rimettere tutto in discussione e bloccato l’attività del Comune è rappresentato dalla notizia che il presidente della Regione Lombardo ha inviato al Governo nazionale una terna di nomi da cui dovrà essere scelto quello che siederà sulla poltrona dell’autorità portuale di Augusta e non ha segnalato nessun siracusano, ma un palermitano e due catanesi.
Una poltrona molto appetibile per il prestigio, per l’incidente ed importante lavoro che dovrà svolgere nonchè per i milioni di euro che dovrà amministrare blocca gli interessi dell’amministrazione comunale di Siracusa.
Pur condividendo molto, nel caso ci fossero uomini dello stesso livello dei segnalati,le rimostranze e le azioni tese verso la scelta di un siracusano e molto meno le motivazioni personali degli aspiranti presidenti, non posso non constatare come si possa bloccare l’attività di un comune, quale quello di Siracusa che, per l’importanza e la gravità dei suoi problemi, necessita di una Giunta che lavori subito in piena efficienza.
Collegare fra loro i vari problemi, sopratutto se hanno come filo conduttore il soddisfacimento di esigenze di potere e di sottopotere, può portare ad una paralisi che niente ha a che vedere con gli interessi dei cittadini.
Praticamente hanno avuto conferita la patente, ma non sanno quale macchina dovranno guidare.
Il casus belli che ha fatto rimettere tutto in discussione e bloccato l’attività del Comune è rappresentato dalla notizia che il presidente della Regione Lombardo ha inviato al Governo nazionale una terna di nomi da cui dovrà essere scelto quello che siederà sulla poltrona dell’autorità portuale di Augusta e non ha segnalato nessun siracusano, ma un palermitano e due catanesi.
Una poltrona molto appetibile per il prestigio, per l’incidente ed importante lavoro che dovrà svolgere nonchè per i milioni di euro che dovrà amministrare blocca gli interessi dell’amministrazione comunale di Siracusa.
Pur condividendo molto, nel caso ci fossero uomini dello stesso livello dei segnalati,le rimostranze e le azioni tese verso la scelta di un siracusano e molto meno le motivazioni personali degli aspiranti presidenti, non posso non constatare come si possa bloccare l’attività di un comune, quale quello di Siracusa che, per l’importanza e la gravità dei suoi problemi, necessita di una Giunta che lavori subito in piena efficienza.
Collegare fra loro i vari problemi, sopratutto se hanno come filo conduttore il soddisfacimento di esigenze di potere e di sottopotere, può portare ad una paralisi che niente ha a che vedere con gli interessi dei cittadini.
EDY BANDIERA ELETTO PRESIDENTE DELCONSIGLIO COMUANLE DI SIRACUSA
Si è svolta stamane la seduta del nuovo Consiglio Comunale di Siracusa per il suo insediamento e per la elezione del Presidente del Consiglio stesso.
Il nuovo Presidente è EDY BANDIERA che conoscendolo da bambino stimo moltissimo sul piano personale per le sue grandi doti umane e, sul piano politico, ho avuto modo di apprezzarne le doti e l’impegno negli anni trascorsi assieme a Palazzo Vermexio.
Sono sicuro che svolgerà con scrupolo e competenza questo nuovo incarico
Il nuovo Presidente è EDY BANDIERA che conoscendolo da bambino stimo moltissimo sul piano personale per le sue grandi doti umane e, sul piano politico, ho avuto modo di apprezzarne le doti e l’impegno negli anni trascorsi assieme a Palazzo Vermexio.
Sono sicuro che svolgerà con scrupolo e competenza questo nuovo incarico
PRESENTATA IN CASSAZIONE PROPOSTA UDC PER PREFERENZA ALLE POLITICHE
La notizia, a mio avviso importante, è che l’UDC ha depositato in Cassazione il titolo della proposta di iniziativa popolare per la reintroduzione della preferenza nelle elezioni per la Camera dei Deputati.
Si tratta di un importante iniziativa che vira la barra della politica italiana verso i concetti fondamentali del vivere civile e verso la completezza della Democrazia partecipata.
Finalmente gli elettori potranno, se passerà la proposta referendaria, riappropriarsi del loro diritto di scegliere gli uomini che li andranno a rappresentare nel Parlamento italiano.
Si metterà così fine ad una cappa che, non solo sul piano formale, ma sopratutto sostanziale potrebbe soffocare la Democrazia nel nostro Paese.
Il Parlamento ed i rappresentanti del popolo non possono essere l’espressione della volontà di poche persone che hanno le chiavi della loro elezione ed ai bisogni dei quali devono per forza rispondere ed essere asserviti, pena la loro estromissione e la non ricandidatura
Il Parlamento ed i suoi membri devono rispondere al popolo sovrano che li elegge con una scelta diretta attraverso il voto di preferenza.
I parlamentari devono rispondere solamente ai cittadini elettori ed al territorio che li esprime e di cui devono esserne l’espressione più diretta ed autentica.
Anche se tutto ciò dovrebbe essere ovvio in una Democrazia matura, il fatto che si debba ricorrere ad un Referendum per realizzarla la dice lunga sul degrado del nostro sistema democratico.
Non possiamo che essere grati all’ UDC, perchè dimostra ancora una volta di essere Partito di “ valori “ ed io che, in numerosi articoli politici ho evidenziato questa anomalia, non posso che esserne felice.
Si tratta di un importante iniziativa che vira la barra della politica italiana verso i concetti fondamentali del vivere civile e verso la completezza della Democrazia partecipata.
Finalmente gli elettori potranno, se passerà la proposta referendaria, riappropriarsi del loro diritto di scegliere gli uomini che li andranno a rappresentare nel Parlamento italiano.
Si metterà così fine ad una cappa che, non solo sul piano formale, ma sopratutto sostanziale potrebbe soffocare la Democrazia nel nostro Paese.
Il Parlamento ed i rappresentanti del popolo non possono essere l’espressione della volontà di poche persone che hanno le chiavi della loro elezione ed ai bisogni dei quali devono per forza rispondere ed essere asserviti, pena la loro estromissione e la non ricandidatura
Il Parlamento ed i suoi membri devono rispondere al popolo sovrano che li elegge con una scelta diretta attraverso il voto di preferenza.
I parlamentari devono rispondere solamente ai cittadini elettori ed al territorio che li esprime e di cui devono esserne l’espressione più diretta ed autentica.
Anche se tutto ciò dovrebbe essere ovvio in una Democrazia matura, il fatto che si debba ricorrere ad un Referendum per realizzarla la dice lunga sul degrado del nostro sistema democratico.
Non possiamo che essere grati all’ UDC, perchè dimostra ancora una volta di essere Partito di “ valori “ ed io che, in numerosi articoli politici ho evidenziato questa anomalia, non posso che esserne felice.
sabato 26 luglio 2008
Approfondiamo la proposta del Ministro Prestigiac omo AFFIDIAMO ALLE PROVINCE SERVIZI INTERCOMUNALI
Nei giorni scorsi vi è stata una dichiarazione del Ministro Prestigiacomo che ritengo importante anche se non ha avuto l’eco necessaria per farla diventare oggetto di dibattito e di approfondimento.
Si tratta della dichiarazione con la quale evidenziava la necessità del ruolo dell’Ente Provincia e auspicava che le competenze degli ATO venissero assunte da quest’Ente.
Indubbiamente si tratta di un problema molto importante perchè ripropone il ruolo delle province e della loro necessità o meno di sopravvivere nel nostro ordinamento nazionale e regionale.
Secondo me l’Ente provincia può ancora svolgere un ruolo determinante per il riequilibrio dei poteri fra gli Enti locali e per rendere gli interventi sul territorio, che non può più essere solo quello comunale, più rispondente alle esigenze dei cittadini.
Ciò può avvenire sia sul piano degli interventi strutturali che di programmazione così come per la gestione dei servizi che necessitano di interventi finanziari e tecnici non riscontrabili nella ristrettezza delle disponibilità comunale.
Dobbiamo prendere atto che alcuni servizi ai cittadini che prima venivano erogati dai comuni con il raggiungimento di standard qualitativi appena sufficienti, adesso rischiano o il loro abbandono o una qualità sempre più limitata per di più ad un’utenza sempre più ridotta.
Ecco allora che per certi servizi diventa necessaria una programmazione che superi l’ambito comunale, ma accorpi le esigenze di un intero territorio provinciale per renderli più economici , qualitativamente migliori ed indirizzati ad una maggiore fascia di fruitori.
In questi anni si sono fatti dei tentativi di interventi intercomunali in vari settori, dal sociale all’agricoltura, alle zone montane , ai servizi socio-sanitari ,alla gestione delle acque ed a quella dei rifiuti solidi urbani.
Sin sono però create delle nuove infrastrutture tipo consorzi, comunità montane, distretti socio sanitari, società di gestione, ambiti territoriali ottimali ( ATO ) che, in quasi tutti i casi, hanno sostanzialmente fallito il loro compito.
Si sono spesso creati dei veri e propri carrozzoni che hanno incentivato l’occupazione di nuovi posti di sottogoverno, il clientelismo politico con assunzioni spesso non necessarie e con un costo economico per la collettività eccessivo e tale da aumentare in modo esponenziale sia l’esposizione debitoria di queste soprastrutture che i costi dei servizi per i cittadini.
L’esempio più eclatante che fa testo in questi mesi è rappresentato dagli Ato acqua e rifiuti che in poco tempo si sono distinti per disservizi, assunzioni non necessarie ed accumulo di debiti.
Lo stesso Governo regionale ha sentito la necessità di intervenire ridimensionando queste strutture ad una sola unità in ambito provinciale e cancellando tutti i vari consigli di amministrazione onerosi per la collettività.
Certamente i servizi non sono migliorati, ma hanno subìto una drastica riduzione dello standard qualitativo a fronte di un salato riscontro della bolletta individuale di pagamento cui devono far fronte i cittadini.
Basterebbe vedere, come è riscontrabile in questi giorni nella città di Siracusa, lo stato di degrado che caratterizza il servizio di raccolta della spazzatura, sia ibrida che differenziata, con cassonetti stracolmi, maleodoranti, insufficienti e spesso in stato di abbandono.
L’affidare la gestione di tutti i servizi intercomunale alla Provincia permetterebbe una concentrazione delle risorse che assieme ad una univocità di indirizzo gestionale e ad una diminuzione delle spese di gestione potrebbe rispondere alla richiesta da parte dei cittadini di servizi adeguati e di costi contenuti.
Senza parlare poi della possibilità concreta di operare, verso l’Ente Provincia, un serio decentramento delle competenze di funzioni regionali che riguardano il territorio e che adesso trovano ostacolo nella loro rispondenza alle esigenze dei cittadini a causa delle incrostazioni accentratorie che limitano la capacità operativa e l’immediata incidenza decisionale.
Certamente un argomento così importante e dalla caratteristiche istituzionali, politiche ed amministrative così complesse non può trovare una proposta esaustiva con un articolo di stampa, ma abbiamo voluto cogliere questo raggio di luce che ha proiettato sulla materia la proposta del Ministro Prestigiacomo.
Sarebbe quindi opportuno che si desse seguito a ciò per aprire un serio confronto fra le forze politiche e le istituzioni affinchè finalmente questo problema possa trovare la giusta collocazione nell’agenda politica.
Pubblicato sul quotidiano di Siracusa “LIBERTA’” venerdì 25.07.2009
Si tratta della dichiarazione con la quale evidenziava la necessità del ruolo dell’Ente Provincia e auspicava che le competenze degli ATO venissero assunte da quest’Ente.
Indubbiamente si tratta di un problema molto importante perchè ripropone il ruolo delle province e della loro necessità o meno di sopravvivere nel nostro ordinamento nazionale e regionale.
Secondo me l’Ente provincia può ancora svolgere un ruolo determinante per il riequilibrio dei poteri fra gli Enti locali e per rendere gli interventi sul territorio, che non può più essere solo quello comunale, più rispondente alle esigenze dei cittadini.
Ciò può avvenire sia sul piano degli interventi strutturali che di programmazione così come per la gestione dei servizi che necessitano di interventi finanziari e tecnici non riscontrabili nella ristrettezza delle disponibilità comunale.
Dobbiamo prendere atto che alcuni servizi ai cittadini che prima venivano erogati dai comuni con il raggiungimento di standard qualitativi appena sufficienti, adesso rischiano o il loro abbandono o una qualità sempre più limitata per di più ad un’utenza sempre più ridotta.
Ecco allora che per certi servizi diventa necessaria una programmazione che superi l’ambito comunale, ma accorpi le esigenze di un intero territorio provinciale per renderli più economici , qualitativamente migliori ed indirizzati ad una maggiore fascia di fruitori.
In questi anni si sono fatti dei tentativi di interventi intercomunali in vari settori, dal sociale all’agricoltura, alle zone montane , ai servizi socio-sanitari ,alla gestione delle acque ed a quella dei rifiuti solidi urbani.
Sin sono però create delle nuove infrastrutture tipo consorzi, comunità montane, distretti socio sanitari, società di gestione, ambiti territoriali ottimali ( ATO ) che, in quasi tutti i casi, hanno sostanzialmente fallito il loro compito.
Si sono spesso creati dei veri e propri carrozzoni che hanno incentivato l’occupazione di nuovi posti di sottogoverno, il clientelismo politico con assunzioni spesso non necessarie e con un costo economico per la collettività eccessivo e tale da aumentare in modo esponenziale sia l’esposizione debitoria di queste soprastrutture che i costi dei servizi per i cittadini.
L’esempio più eclatante che fa testo in questi mesi è rappresentato dagli Ato acqua e rifiuti che in poco tempo si sono distinti per disservizi, assunzioni non necessarie ed accumulo di debiti.
Lo stesso Governo regionale ha sentito la necessità di intervenire ridimensionando queste strutture ad una sola unità in ambito provinciale e cancellando tutti i vari consigli di amministrazione onerosi per la collettività.
Certamente i servizi non sono migliorati, ma hanno subìto una drastica riduzione dello standard qualitativo a fronte di un salato riscontro della bolletta individuale di pagamento cui devono far fronte i cittadini.
Basterebbe vedere, come è riscontrabile in questi giorni nella città di Siracusa, lo stato di degrado che caratterizza il servizio di raccolta della spazzatura, sia ibrida che differenziata, con cassonetti stracolmi, maleodoranti, insufficienti e spesso in stato di abbandono.
L’affidare la gestione di tutti i servizi intercomunale alla Provincia permetterebbe una concentrazione delle risorse che assieme ad una univocità di indirizzo gestionale e ad una diminuzione delle spese di gestione potrebbe rispondere alla richiesta da parte dei cittadini di servizi adeguati e di costi contenuti.
Senza parlare poi della possibilità concreta di operare, verso l’Ente Provincia, un serio decentramento delle competenze di funzioni regionali che riguardano il territorio e che adesso trovano ostacolo nella loro rispondenza alle esigenze dei cittadini a causa delle incrostazioni accentratorie che limitano la capacità operativa e l’immediata incidenza decisionale.
Certamente un argomento così importante e dalla caratteristiche istituzionali, politiche ed amministrative così complesse non può trovare una proposta esaustiva con un articolo di stampa, ma abbiamo voluto cogliere questo raggio di luce che ha proiettato sulla materia la proposta del Ministro Prestigiacomo.
Sarebbe quindi opportuno che si desse seguito a ciò per aprire un serio confronto fra le forze politiche e le istituzioni affinchè finalmente questo problema possa trovare la giusta collocazione nell’agenda politica.
Pubblicato sul quotidiano di Siracusa “LIBERTA’” venerdì 25.07.2009
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