martedì 8 febbraio 2022

 

DALLA DEMOCRAZIA ELETTIVA ALLA PARTECIPATA

Il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica non si è caratterizzato solo per lo stravolgimento politico che si è creato, ma soprattutto per ciò che ha rappresentato sul piano del rapporto fra i cittadini elettori e gli eletti.

Nella prima repubblica il cittadino elettore non solo sceglieva il proprio rappresentante nelle istituzioni attraverso la individuazione di un nome fra i tanti proposti, avvalendosi della segnatura della propria preferenza, ma concorreva a determinare la composizione della stessa lista attraverso una partecipazione attiva.

La partecipazione attiva si estrinsecava nell’ambito delle strutture dei partiti attraverso le tante assemblee ai vari livelli territoriali e statutari, ma anche attraverso le varie associazioni rappresentative delle esigenze sociali, economiche e categoriali.

Il sistema proporzionale assicurava, pur con i suoi limiti, la individuazione dei candidati, la scelta del singolo rappresentante e la rappresentanza delle varie articolazioni della società.

Questo sistema assicurava un rapporto diretto e continuo fra il territorio, l’eletto ed i suoi elettori.

Il sistema maggioritario e l’assenza della espressione della preferenza hanno determinato le condizioni dell’arroccamento fra gruppi anche disomogenei al loro interno, ma sommatisi elettoralmente per garantire l’aspetto matematico e non politico e per poter vincere le elezioni.

Dalla democrazia rappresentativa e partecipata siamo passati alla democrazia solamente elettiva.

L’organizzazione piramidale dei gruppi politici ha portato la proposta politica a rivedersi in un personaggio leader del gruppo capace di dettare le indicazioni di voto senza una proposta politica condivisa con le comunità che si vogliono rappresentare e senza alcuna partecipazione dei cittadini.

I cittadini hanno smesso di conoscere e di riconoscersi nell’eletto loro rappresentante perché è stato scelto dall’alto, spesso lontano dal territorio e preoccupato solo di ossequiare il capo che lo dovrebbe rimettere in lista e gli elettori devono solo fare un segno della croce sulla scheda.

Le prossime elezioni, indipendentemente dalla data di svolgimento, continueranno a perpetuare questo atipico sistema elettorale che è ritenuto meno importante dei sondaggi e dà solo parvenze di democrazia in quanto la cosiddetta stabilità, quasi mai verificatesi, è ritenuta, strumentalmente, meno importante della democrazia

Sono consapevole che, allo stato delle cose, difficilmente verrà cambiato il sistema elettorale a favore dei cittadini elettori perché toglierebbe il potere monarchico al capo squadra e la gioia di avere sudditi al posto degli elettori.

Solo se avessero il coraggio di fare ciò che dicono e non fanno mai, si potrebbe concretizzare un grande passo avanti verso la partecipazione dei cittadini alla determinazione della propria rappresentanza con una semplice modifica alla legge elettorale.

Basterebbe, allo stato, inserire il sistema del ballottaggio fra i due candidati che, nel collegio, hanno ottenuto i due maggiori quozienti, come avviene per i sindaci, e si ripristinerebbe in parte la capacità di scelta degli elettori, un rapporto più diretto fra eletto e territorio e un impegno istituzionale con maggiore conoscenza delle problematiche locali. Male cose semplici non sono di questo mondo.

Pippo Bufardeci

lunedì 17 gennaio 2022


 

SCUOLA SUPERIORE A QUATTRO ANNI: PROPOSTA PER ALTRI MILLE LICEI E ISTITUTI TECNICI

MA L’AZIONE A PUNTATE CREA DISPARITA’ FRA STUDENTI. MEGLIO TUTTI SUBITO.

Nel 2017 il Ministro Fedeli introdusse la sperimentazione del “Liceo Breve” al fine di permettere l’adeguamento delle scuole superiori italiane alla stragrande maggioranza dei paesi europei che anticipano di un anno l’iscrizione universitaria e quindi l’immissione dei giovani nel mondo del lavoro.

Ciò è possibile passando dagli attuali cinque anni a quattro senza diminuzione dei programmi.

Nell’anno scolastico 2018-2019le classi interessate erano circa 100 che si sono raddoppiate nell’anno successivo permettendo a migliaia di studenti italiani di accedere all’università con un anno di anticipo rispetto ad altri studenti e quindi anche con la possibilità di entrare nel mondo del lavoro con un anno di anticipo rispetto agli altri soggetti del percorso ordinario.

L’attuale ministro della pubblica istruzione, Patrizio Bianchi, ha proposto che, per il 2022, ne possano usufruire altri mille licei ed istituti tecnici.

Il consiglio superiore della pubblica istruzione esprime parere negativo perché ritiene che, “al momento, non vi siano le condizioni per procedere ad ulteriori ampliamenti delle classi coinvolte”.

A questo punto, secondo me, il gioco diventa discriminante nei confronti di tutti gli altri studenti che non usufruiscono della riduzione degli anni della scuola superiore e della possibilità di anticipare il loro ingresso nel mondo del lavoro.

Senza considerare che, questa disparità di trattamento fra gli studenti, è anche anticostituzionale perché lede il concetto di parità di diritti fra tutti i cittadini.

Difatti avremmo tutti gli studenti degli istituti interessati alla sperimentazione, che potrebbe durare decenni, in una posizione di vantaggio di studio e di lavoro rispetto a tutti gli altri.

Quindi sarebbe il caso di finire la sperimentazione ed introdurre per tutti gli istituti superiori la durata di quattro anni anziché di cinque adattandoci agli altri paesi europei e togliendo la disparità fra studenti, sia per quanto attiene il tempo del diploma e sia per avere la stessa possibilità e le stesse condizioni, per potersi immettere nel mondo del lavoro.

(Pippo Bufardeci)

 

 

 

 

giovedì 13 gennaio 2022

 L’IRA DI MUSUMECI È DA BAMBINO CAPRICCIOSO

La elezione dei rappresentanti siciliani per l’assemblea che dovrà eleggere il nuovo Presidente della Repubblica, ci ha dato l’immagine del presidente della nostra regione, Nello Musumeci, simile ad un bambino capriccioso che piange se non vince al giuoco con gli altri bambini.
Non sta scritto da nessuna parte che il presidente di una qualsiasi regione debba essere parte insostituibile dei grandi elettori che devono eleggere il Presidente della Repubblica altrimenti nella costituzione sarebbe stato indicato come membro di diritto.
Ma egli, come gli altri, deve passare attraverso una libera elezione dei componenti l’assemblea regionale. In una elezione, che non prevede obblighi di maggioranza o di opposizione, può essere eletto chiunque faccia parte dell’assemblea regionale.
Lui è stato eletto in terza posizione, ma nessuna legge gli garantisce il posto più alto del podio anche perché, in fase di votazione, anche del Presidente della Repubblica, tutti i voti valgono uno.
La sua reazione è stata da bambino viziato perché ha messo in crisi il Governo, ha sbraitato contro tutti e contro tutto, ha dato valore ricattatorio al voto stesso ed ha sciorinato epiteti gravi contro i deputati votanti senza una motivazione né politica né istituzionale.
Ha incentrato tutto sul suo ego ferito. Perché non ha avuto una simile reazione quando i suoi decreti o provvedimenti di Governo sono stati bocciati dalla maggioranza che doveva difenderli?
Sicuramente una brutta caduta di stile, di rispetto della volontà dell’aula, del diritto di qualsiasi deputato di votare secondo i propri convincimenti su atti che non impegnano su nessuna solidarietà di Governo quale è da considerare la elezione dei delegati siciliani al voro presidenziale.
Quindi caro presidente Nello Musumeci, non faccia il bambino offeso e capriccioso e, se ne è capace, continui a lavorare per la Sicilia che per adesso lei rappresenta e per la quale è stato votato e non per sbraitare inesistente lesa maestà.
(PIPPO BUFARDECI)

giovedì 30 dicembre 2021

 DALLA DEMOCRAZIA ELETTIVA  ALLA PARTECIPATA

Il passaggio dalla prima alla seconda Repubblica non si è caratterizzato solo per lo stravolgimento politico che si è creato, ma soprattutto per ciò che ha rappresentato sul piano del rapporto fra i cittadini elettori e gli eletti.

Nella prima repubblica il cittadino elettore non solo sceglieva il proprio rappresentante nelle istituzioni attraverso la individuazione di un nome fra i tanti proposti, avvalendosi della segnatura della propria preferenza, ma concorreva a determinare la composizione della stessa lista attraverso una partecipazione attiva.

La partecipazione attiva si estrinsecava nell’ambito delle strutture dei partiti attraverso le tante assemblee ai vari livelli territoriali e statutari, ma anche attraverso le varie associazioni rappresentative delle esigenze sociali, economiche e categoriali.

Il sistema proporzionale assicurava, pur con i suoi limiti, la individuazione dei candidati, la scelta del singolo rappresentante e la rappresentanza delle varie articolazioni della società.

Questo sistema assicurava un rapporto diretto e continuo fra il territorio, l’eletto ed i suoi elettori.

Il sistema maggioritario e l’assenza della espressione della preferenza hanno determinato le condizioni dell’arroccamento fra gruppi anche disomogenei al loro interno, ma sommatisi elettoralmente per garantire l’aspetto matematico e non politico e per poter vincere le elezioni.

Dalla democrazia rappresentativa e partecipata siamo passati alla democrazia solamente elettiva.

L’organizzazione piramidale dei gruppi politici ha portato la proposta politica a rivedersi in un personaggio leader del gruppo capace di dettare le indicazioni di voto senza una proposta politica condivisa con le comunità che si vogliono rappresentare e senza alcuna partecipazione dei cittadini.

I cittadini hanno smesso di conoscere e di riconoscersi nell’eletto loro rappresentante perché è stato scelto dall’alto, spesso lontano dal territorio e preoccupato solo di ossequiare il capo che lo dovrebbe rimettere in lista e gli elettori devono solo fare un segno della croce sulla scheda.

Le prossime elezioni, indipendentemente dalla data di svolgimento, continueranno a perpetuare questo atipico sistema elettorale che è ritenuto meno importante dei sondaggi e dà solo parvenze di democrazia in quanto la cosiddetta stabilità, quasi mai verificatesi, è ritenuta, strumentalmente, meno importante della democrazia

Sono consapevole che, allo stato delle cose, difficilmente verrà cambiato il sistema elettorale a favore dei cittadini elettori perché toglierebbe il potere monarchico al capo squadra e la gioia di avere sudditi al posto degli elettori.

Solo se avessero il coraggio di fare ciò che dicono e non fanno mai, si potrebbe concretizzare un grande passo avanti verso la partecipazione dei cittadini alla determinazione della propria rappresentanza con una semplice modifica alla legge elettorale.

Basterebbe, allo stato, inserire il sistema del ballottaggio fra i due candidati che, nel collegio, hanno ottenuto i due maggiori quozienti, come avviene per i sindaci, e si ripristinerebbe in parte la capacità di scelta degli elettori, un rapporto più diretto fra eletto e territorio e un impegno istituzionale con maggiore conoscenza delle problematiche locali. Male cose semplici non sono di questo mondo.

Pippo Bufardeci

 

 

 

 

 

 

sabato 2 ottobre 2021

 


GLI ARTIGLI DELLA LEGA SUL PROGETTO INTEL IN SICILIA

IL LAVORO VA SEMPRE AL NORD? TACCIONO I SICULI-LEGHISTI

 





Il progetto della multinazionale Intel di posizionare un proprio stabilimento di microelettronica in Italia, nell’ambito della strategia europea per lo sviluppo, l’occupazione e la competitività della propria economia, ha già evidenziato gli artigli leghisti che, per bocca del ministro leghista allo sviluppo economico Giorgetti, assegnano prioritariamente al Piemonte questa opportunità di ulteriore sviluppo.

Si fanno quindi benedire tutti i proclami leghisti a favore del Sud e della Sicilia e dimostrano la falsità di un’azione politica che, puntando sulla consolidata storica disponibilità servile degli ascari locali, mira solamente a raccogliere quanti più consensi possibili al Sud per utilizzarli a favore degli interessi esclusivi del Nord.

Eppure questa volta non possono dirci che vogliamo costruire cattedrali nel deserto. Non possono dirci che non abbiamo pronti i siti necessari per l’insediamento. Non possono dirci che non abbiamo le esperienze, le competenze, i centri di ricerca idonei, le professionalità, le competenze universitarie e persino il capitale umano ai vari livelli da utilizzare.

Il sito dell’Etna Valley, dove già opera da molti anni la STMicroelectronis ed altre aziende già impegnate nel settore strategico della nanotecnologia e della microelettronica, così come la zona industriale del siracusano, come ha proposta il sindaco di Priolo Pippo Gianni, con le sue strutture ed i suoi capannoni già disponibili, potrebbero in sinergia, rappresentare le condizioni più idonee per l’allocazione del sito della INTEL.

Potrebbe essere questa una concreta e fattibile soluzione per determinare le migliori condizioni di sviluppo per il Sud e la Sicilia basato sull’innovazione tecnologica e sulla produzione di elementi fondanti per l’economia del futuro.

Eppure c’è chi, come la Lega, lavora sempre per depredare il Sud e la Sicilia a favore degli interessi del Nord lasciando lo sviluppo economico del nostro territorio all’elemosina del reddito di cittadinanza anche se, a parole, ne chiede la soppressione, ma nei fatti ci impedisce di superarlo con lo sviluppo serio, vero e concreto e con la conseguente occupazione frutto di lavoro stabile e prospettico.

Su tutto questo la pseudo classe politica meridionale, passata velocemente al servizio degli interessi elettorali della Lega, tace senza ritegno.

Questo treno importante non può passare con la passività complice dei meridionali, ma deve essere difeso con le unghie ed i denti perché potrebbe essere definitivamente l’ultimo.

Basta con le logiche dei partiti e con gli interessi di bottega, ma necessita una strategia d’insieme per impedire ulteriore arretratezza del meridione e depauperamento del suo tessuto umano.

Sr 02/10/2021                                                                  PIPPO BUFARDECI

 

domenica 6 giugno 2021

 

GLI ELETTORI POLITICAMENETE ZOMBI RATIFICANO QUELLO DECISO DA ALTRI

 

Una amministrazione comunale qualsiasi ed il sindaco, in particolare, deve essere l’espressione diretta di un territorio che non è soltanto ricevere il consenso dei cittadini, ma deve conoscere i problemi del comune che deve amministrare ed i cittadini devono riconoscersi in chi li amministra.

Da qualche decennio a questa parte i cittadini votano un determinato candidato senza averlo scelto e, spesso, senza nemmeno conoscerlo.

Ciò perché siamo passati, in tutte le elezioni, tranne che per le regionali dove resiste il proporzionale e la preferenza, dalla democrazia della partecipazione alla democrazia del consenso.

I cittadini elettori non scelgono chi li deve amministrare attraverso la conoscenza e la scelta, con una preferenza diretta, per affidagli le sorti del proprio comune o degli altri organismi elettivi.

I cittadini sono solo chiamati a dare il loro consenso alle scelte operate da altri senza alcuna possibilità di intervento in fase di votazione per cui è come se inserissero nell’urna una scheda già votata.

L’elettore diventa quindi non più colui che incide sulla sostanza della scelta politica che opera votando, ma un campione statistico che assegna agli eletti ed ai partiti la percentuale di voti che li fa eleggere o sconfiggere.

E l’eletto non risponde più ai cittadini elettori, ma a coloro che lo hanno indicato per il compito ratificato dagli elettori senza altra alternativa possibile.

Né possiamo dire che l’alternativa è rappresentata dagli altri candidati perché anche loro sono scelti senza alcuna partecipazione dei cittadini e comunque l’alternativa improntata solo sul paino dei singoli soggetti elimina le motivazioni culturale e la visione sociale che i candidati devono possedere per le proposte di soluzione dei problemi inserite nei loro programmi.

Lo sfacelo dei partiti e dei gruppi portatori di istanze culturali e politiche hanno determinato un modo di aggregazione del consenso sul piano del leader o del gruppo di interessi momentanei secondo un sistema di tifoseria e non di aggregazione su idee e prospettive.

Siamo passati da una democrazia partecipata ad una democrazia del semplice consenso alle scelte immodificabili operate da soggetti che decidono senza essersi sottoposti al giudizio dei cittadini. Vedi il ruolo svolto da Bertini, per il PD, nell’ultima crisi di Governo senza che avesse mai avuto un’investitura da parte dei soci di quel partito o dai suoi elettori o dagli organismi interni.

Basta anche seguire il balletto delle candidature per le prossime elezioni amministrative, soprattutto per i comuni a forte consistenza di popolazione per rendersi conto dell’aberrazione dei metodi usati per la scelta deli candidati sindaci.

I grandi assenti sono solo i cittadini che non partecipano a nessuna scelta in quanto è strettamente di competenza di personaggi, organismi appiccicaticci, di interessi vari di gruppi politici, economici o di varia natura che determinano la candidatura e poi l’azione funzionale nell’ente pubblico del soggetto che va mandato, come un corpo estraneo, al cospetto del falsificato consenso del cittadino che scimmiotta il suo diritto primario di scelta.

Anche la situazione della città di Siracusa rappresenta un caso anomalo di investitura politica di un rapporto cittadini – sindaco la cui azione non passa attraverso nessun controllo popolare, anche se avverrebbe tramite gli eletti in consiglio comunale, perché un commissario esterno non è né il popolo né portatore di interessi della cittadinanza che si amministra.

E’ chiaro che dal punto di vista giuridico l’attuale Sindaco di Siracusa non lede nessuna norma, ma politicamente è menomato perché la sua rappresentanza delle istanze popolari non può passare solo attraverso i componenti la giunta municipale da lui stesso scelti o suggeriti o imposti da gruppi esterni così come il rapporto con un funzionario esterno a Siracusa, che svolge il ruolo di commissario, non può sostituire il consiglio comunale come organismo di rappresentanza delle istanze dei cittadini.

Bisogna che la normativa che sopraintende alle situazioni regolamentari verificatesi a Siracusa con l’autoscioglimento, per dolo del consiglio comunale, deve prevedere una immediata rielezione del consiglio decaduto magari impedendo la rielezione dei consiglieri che ne hanno provocato la decadenza.

Ma una politica nominativa di leader senza partecipazione della base e senza i fondamentali culturali di una ideologia che aggreghi e faccia partecipare i cittadini e non i tifosi del momento, hanno la volontà di cambiare ed eliminare le gravi distorsioni del sistema?

Pensiamo proprio di no.

 

Siracusa 17/05/2021                                                                     Pippo Bufardeci

 

domenica 17 gennaio 2021

mercoledì 30 dicembre 2020

 

DOPO ELEZIONI E REFERENDUM, ADESSO L’ITALIA REALE

 

l’abbuffata elettorale ha attraversato il Paese e la politica con la solita scia di inutili discussioni frutto del degrado in cui si trova ormai la società italiana nel suo complesso.

Tutti vincitori, tutti capaci di essere gli unici depositari del consenso e della volontà dei cittadini, tutti con il carniere pieno di ricette miracolose per risolvere i problemi del Paese, ma nessuno in grado di indicare una prospettiva concreta e fattibile di ripresa del nostro sistema sociale ed economico.

Tutto questo in una fase storica che dovrà necessariamente distinguersi per la capacità di individuare e realizzare una visione strategica del progetto di crescita del nostro Paese alla luce del futuro riassetto degli equilibri mondiali.

Ciò dopo la forte crisi economica che abbiamo vissuto nel decennio precedente e la subdola incidenza del coronavirus che dobbiamo metabolizzare come un tornado non solo di natura sanitaria, ma sociale, economico e politico – istituzionale.

Serve quindi un Governo che abbandoni i retaggi di natura ideologica su alcune scelte importanti che rischiano di bloccare decisioni capaci di incidere su vitali settori del sistema Paese e serve soprattutto una visione del fare che non punti a mettere l’etichetta di questa o di quella forza che sostiene l’esecutivo, ma l’insieme della maggioranza che ne permette la tenuta.

Per fare questo serve una riquadratura organizzativa e propositiva di tutte le forze politiche capaci di privilegiare il progetto complessivo di crescita dell’intero Paese non subordinato agli interessi dei territori forti né agli slogans ad effetto.

Ma serve anche una opposizione che si cimenti per essere forza di Governo e non semplicemente barricadiera, amplificatrice di timori e paure o conflittuale con tutti e su tutto.

E’ difficile costruire dopo che si è distrutto anche da parte di chi si ritiene capace di risolvere tutti i problemi.

Ritengo che nei due schieramenti di governo e di opposizione ci siano forze politiche ed elementi singoli capaci di svolgere un ruolo di moderazione e di azione che veda come prioritario l’interesse del Paese rispetto a quello delle singole forze politiche.

Il confronto sulle strategie da mettere in campo e sulle cose da fare diventa ancora più necessario ed utile se si considera che, alla fine della tornata elettorale, finita in parità numerica, il rapporto Stato Regioni non può essere imposto da nessuno in quanto la variegata gestione politica delle regioni, impone un confronto serrato, ma serio e conducente allo sviluppo globale dell’intera comunità nazionale.

Le recenti elezioni hanno anche evidenziato una debolezza politica del Governo che, paradossalmente, diventa la sua forza d’azione in quanto l’esito del referendum che diminuisce il numero dei parlamentari assicura una durata d’azione che potrà portare fino alla data di chiusura costituzionale della legislatura.

Ecco perché, da parte del Governo, è necessario rendere noto il programma di cose da fare con tempi e finanziamenti individuati per permettere il controllo da parte delle opposizioni, ma soprattutto da parte dei cittadini che devono essere partecipi e corresponsabili degli sforzi che necessita l’attuale momento storico per rimettere in carreggiata, tutti insieme, il veicolo Italia.                                                                                 

Ma assieme alla individuazione dei progetti di sviluppo da realizzare, bisogna che il Governo elabori una nuova normativa sugli enti locali che ne permetta il funzionamento e la capacità finanziaria per rispondere ai problemi del mantenimento della struttura e dei servizi da erogare ai cittadini.

La normativa deve dare assicurazioni che non venga mai meno il controllo popolare dell’ente locale in quanto essendo il primo organo costituzionale che si confronta con le esigenze dei cittadini non può subire, per normative poco accorte come lo scioglimento o per motivi di mafia non appurati da organismi della magistratura o per negligenza degli amministratori e consiglieri che determinano lo scioglimento degli Enti, si possa arrivare a gestioni solitarie dei sindaci o di commissari nominati per gestire comunità senza confronto con i cittadini.

 Nell’un caso o nell’altro bisogna che, rimasti solo i sindaci, si provveda all’immediata rielezione dei consigli comunali o nel caso dei commissari si elegga una rappresentanza cittadina capace di essere attiva sia nel controllo che nelle proposte.

In tutti e due i casi si eviterebbe il sospetto che, senza un controllo istituzionale da parte dei cittadini, si possa avere il sospetto che l’interlocuzione non controllata democraticamente possa lasciare la gestione dell’Ente all’influenza di gruppi economici, massonici o delinquenziali che potrebbero avere vita più facile nel convincere pochi esponenti delle istituzioni.

Anzi, gli organismi elettivi, a livello locale, dovrebbero essere più numerosi nel numero dei rappresentanti per evitare connivenze dei pochi e indicare una normativa chiara su compiti e responsabilità.

Anche l’aspetto giuridico relativo al compenso va inquadrato come attività di servizio del consigliere verso il proprio paese e remunerato solo con il gettone di presenza nelle riunioni di consiglio comunale.

Vi è molta carne al fuoco che presuppone capacità politica e gestionale da parte dei rappresentanti dei cittadini che devono essere, non solo preparati al ruolo che dovranno svolgere, ma anche scelti direttamente dagli elettori con la preferenza e non nominati dai capi e capetti di turno dei partiti.

 Pippo Bufardeci 28/09/2020

(Per il periodico Timeout di Siracusa)

 

 

 

 

 

 

sabato 31 ottobre 2020

 

SENATO DELLA REPUBBLICA

XVIII LEGISLATURA

 

 

DISEGNO DI LEGGE

d'iniziativa del Senatore Faraone

 

 

 

Riconoscimento del luogo familiare di origine



 

( Su mia proposta il sen. Davide Faraone, presidente del gruppo del Senato di Italia Viva, ha presentato il disegno di legge con il quale si propone che i comuni riprendano il loro diritto di registrare i propri cittadini come nati nel comune di provenienza e non come imposizione del luogo di nascita nel comune in cui è ubicato l'ospedale nel quale viene effettuato il parto)

 

Onorevoli Senatrici e Senatori. - Il presente disegno di legge mira a tutelare il diritto di ogni individuo al riconoscimento del luogo familiare di origine e, al contempo, a preservarne il radicamento territoriale.

Con la presente proposta di legge, pertanto, si mira a tutelare la duplice finalità di contrastare l'imposizione del comune di nascita, inteso come luogo ove è ubicato l'ospedale nel quale è avvenuto il parto, a favore di una libera scelta tra il suddetto e il comune familiare di origine e, al contempo, di evitare la perdita della memoria storica delle molteplici piccole realtà che da sempre caratterizzano il nostro Paese.

L'anagrafe è un registro della popolazione, una fonte informativa di primaria importanza che adempie a molteplici scopi, quali fini statistici, elettorali, tributari, ma soprattutto, tramite la denuncia della nascita dei neonati, fornisce uno stato giuridico e conferisce una identità a questi ultimi, inquadrandoli in un determinato territorio.

Sebbene l'istituzione dell'anagrafe, nella sua più moderna accezione, costituisca un fatto relativamente recente, questa affonda in realtà le sue radici in tempi ben più remoti, riconducibili ai tempi della pratica dei censimenti.

Difatti, nonostante avessero una portata più limitata e scopi non del tutto analoghi, già nell'antico Egitto, nell'antica Grecia e nell'antica Roma furono messi a punto sistemi di rilevazione e di registrazione censuaria al fine di stilare delle liste che consentissero di determinare la numerosità della popolazione, la loro composizione sociale e i mutamenti demografici, a fini tributari, militari, etc.

Tale pratica cominciò a decadere nel Medio Evo, quando i censimenti non furono più effettuati su vasti territori ma piuttosto su singole località, per poi ripresentarsi con maggior vigore con il Concilio di Trento del 1563, grazie al quale le rilevazioni demografiche divennero uno strumento utilizzato in maniera diffusa e sistematica.

In Italia il servizio anagrafico, funzionante sulla base di registri comunali della popolazione e dotato di un apposito ufficio di riferimento denominato "Ufficio delle Anagrafi", fu istituito con il regio decreto del 31 dicembre 1864, n. 2015. Tuttavia, l'implementazione di tale servizio risultò più ardua della sua stessa istituzione e così, prima che divenne effettivamente ed uniformemente operativo su tutto il territorio nazionale, furono adottati altri regi decreti e si dovette attendere fino al 1873, quando venne pubblicato il nuovo regolamento.

Ad oggi, funzione dell'anagrafe è quella di registrare nominativamente gli abitanti di un determinato Comune, sia come singoli individui sia come componenti di un nucleo familiare, illustrandone anche le caratteristiche naturali e sociali, allo scopo di rilevare i mutamenti demografici.

Alla luce delle funzioni fondamentali ricoperte dall'anagrafe, la legge italiana prevede l'obbligo di denunciare la nascita dei neonati entro il termine di tre giorni dalla nascita direttamente presso la struttura sanitaria nella quale è nato, oppure entro dieci giorni presso l'ufficio di stato civile del comune dove è avvenuta la nascita o in quello del comune di residenza dei genitori, in conformità con quanto disposto dall'articolo 30, comma 4, del decreto del Presidente della Repubblica del 3 novembre 2000, n. 396.

Tuttavia, se i genitori del neonato sono residenti in un comune differente rispetto a quello dove è ubicata la struttura sanitaria in cui è avvenuta la nascita, l'ufficiale di stato civile trascrive d'ufficio l'atto nel comune di residenza dei genitori. Ciò che ne consegue è che il neonato viene registrato come nato in un comune diverso rispetto a quello dove viene iscritta la sua residenza.

Considerato che la primaria funzione dell'anagrafe è quella di attribuire un riconoscimento e uno stato giuridico al neonato, appare paradossale conferire a quest'ultimo un comune di nascita differente da quello dove avrà luogo la sua prima residenza e che, soprattutto, non coincide con la sua identità geografica.

Tale situazione, lungi dall'essere sporadica, si verifica costantemente in moltissime realtà presenti sull'intero territorio nazionale e, per la precisione, ogni qualvolta la nascita avvenga in un Comune privo di una struttura ospedaliera o comunque sprovvisto di una struttura adeguatamente attrezzata.

Tale fenomeno, però, si è andato ulteriormente intensificando nel tempo, in seguito all'adozione di una serie di provvedimenti regionali che si inseriscono nel quadro del "Patto per la salute 2010-2012" siglato il 3 dicembre 2009 tra Governo, Regioni e Province autonome di Trento e di Bolzano, finalizzato a promuovere un processo di riorganizzazione delle reti regionali di assistenza ospedaliera, al fine di migliorare la qualità dei servizi e delle prestazioni offerte e di ottimizzare e non disperdere le risorse a disposizione.

In particolare, l'allegato 1 dell'accordo della conferenza unificata del 16 dicembre 2010, ai sensi dell'articolo 9 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, prevede il mantenimento o l'attivazione dei punti nascita in base a degli standard prettamente quantitativi, fissando a 1000 nascite annuali il parametro cui tendere, prevedendo delle eccezioni per i punti nascita con numerosità inferiore, ma comunque non al di sotto di 500 parti annui, sulla base di motivate valutazioni legate alla specificità territoriali.

In conseguenza della chiusura dei punti nascita impossibilitati a rispettare la suddetta soglia, unitamente al fatto che le pratiche di assistenza domiciliari alla nascita sono oramai da tempo in disuso, si assiste a un flusso sempre più abbondante delle future madri costrette a spostarsi dai propri comuni di residenza verso comuni di maggiori dimensioni muniti di strutture ospedaliere adeguate a prestare assistenza al parto.

Di conseguenza, i casi di discrasia tra il luogo di origine, ovvero il luogo di provenienza della propria famiglia, e quello di nascita, sono destinati ad aumentare nel tempo.

Tale situazione non è però rimasta priva di conseguenze, in quanto ha determinato un ingorgo anagrafico, oltre a tangibili incongruenze storico-sociali.

L'ingorgo anagrafico è dovuto al fatto che i genitori dei nuovi nati sono obbligati ad indicare quale luogo di nascita il comune in cui è ubicato l'ospedale. Tra i principali problemi riscontrabili e imputabili a tale ingorgo anagrafico, vi è che in tali comuni si registra uno scostamento tra le nuove nascite che vengono registrate e le persone che sono effettivamente residenti, generando significativi effetti distorsivi anche a fini statistici. Inoltre, ciò comporta un disfunzionamento amministrativo per tutti i cittadini residenti in un comune diverso da quello di nascita, in quanto, per qualsiasi pratica che necessita del documento di nascita, devono richiederlo nel comune di ubicazione dell'ospedale.

Infine, tale situazione crea e alimenta tangibili incongruenze storico-sociali. Difatti, si sta manifestando una situazione paradossale: da un lato, vi è la volontà politica di rivalorizzare i borghi e i piccoli paesi, anche attraverso una politica di mantenimento degli iscritti nelle rispettive anagrafi, dall'altro, la scelta di far coincidere il comune di nascita con quello ove è ubicato l'ospedale piuttosto che con quello di residenza familiare rende le località più piccole dei paesini fantasma, con borghi che non avranno nessun ricordo storico futuro, privi di cittadini e con solo meri residenti.

Pertanto i comuni di piccole dimensioni, se la situazione dovesse rimanere immutata, sarebbero destinati alla perdita della propria memoria storica, assoggettati a un ineluttabile fenomeno di sparizione delle nascite, mentre al contempo, i neonati, continuerebbero a essere privati di un comprovato legame con il vero luogo di origine della propria famiglia.

Con il presente progetto di legge, pertanto, si intende tutelare il diritto di ogni individuo di scegliere se mantenere o meno il proprio luogo familiare di origine, e porre in tal modo rimedio ad una esigenza sentita da moltissimi cittadini attualmente privati della facoltà di scegliere.

Nello specifico, l'articolo 1 della presenta proposta di legge si compone di tre commi. Il primo comma attribuisce ai genitori la facoltà di indicare, nella dichiarazione di nascita di cui all'articolo 30, comma 1, del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, il luogo familiare di origine, in aggiunta al comune ove è ubicato l'ospedale nel quale è effettivamente avvenuta la nascita.

Il secondo comma espone cosa si intende per "luogo familiare di origine", specificando che esso coincide con la residenza dei genitori o, previo accordo, di uno solo di essi; qualora invece non venga raggiunto un accordo, non è possibile indicare il luogo familiare di origine e deve essere indicato solo il luogo effettivo di nascita.

Il terzo comma puntualizza che, qualora i genitori scelgano di avvalersi della facoltà di indicare anche il luogo familiare di origine, il nuovo nato dovrà essere iscritto all'anagrafe del comune corrispondente.

L'articolo 2, invece, inquadra sistematicamente e coordina le norme con quanto già disposto in materia di anagrafe e di ordinamento dello stato civile dal regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000 n. 396, adottato sulla base delle disposizioni di cui al comma 12 dell'articolo 2 della legge 15 maggio 1997, n. 127.

L'articolo 3, infine, prevede la clausola di invarianza finanziaria, in quanto dall'attuazione della presente legge non derivano nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.


 

DISEGNO DI LEGGE

 

Articolo 1

(Istituzione del luogo familiare di origine)

1. Al fine di tutelare il diritto al riconoscimento del luogo di origine della propria famiglia e di preservare il radicamento territoriale con il luogo di origine, nella dichiarazione di nascita di cui all'articolo 30, comma 1, del regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, da rendere all'ufficiale di stato civile, è attribuita ai genitori la facoltà di indicare il luogo familiare di origine, in aggiunta al comune ove è ubicato l'ospedale nel quale è avvenuta la nascita.

2. Il luogo familiare di origine corrisponde al comune italiano ove risiedono i genitori, o uno solo di essi. Nel caso in cui i genitori non risiedano nello stesso comune, il luogo familiare di origine è stabilito di comune accordo. In mancanza di accordo, è dichiarato solo il luogo ove è avvenuta la nascita. Se la dichiarazione di nascita è resa da uno solo dei genitori, il luogo familiare di origine corrisponde alla residenza di quest'ultimo. Agli effetti della presente legge, per la residenza si applica l'articolo 43, secondo comma, del codice civile.

3. Qualora i genitori scelgano di avvalersi della facoltà di cui al comma 1, il figlio viene iscritto all'anagrafe del comune corrispondente.

 

Articolo 2

(Adeguamento delle norme regolamentari)

1. Entro tre mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, con regolamento ai sensi dell'articolo 17, comma 2, della legge 23 agosto 1988, n. 400, previo parere delle competenti Commissioni parlamentari, sono apportate le necessarie modifiche al regolamento di cui al decreto del Presidente della Repubblica 3 novembre 2000, n. 396, al fine di coordinarne le disposizioni con quelle della presente legge.

2. Entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge, il Ministero della giustizia, con proprio decreto, di concerto con il Ministero dell'interno, provvede all'adeguamento dei modelli dei documenti di identità e delle certificazioni di nascita, anagrafiche e di stato civile alle disposizioni introdotte dalla presente legge.

 

Articolo 3

(Clausola di invarianza finanziaria)

1. Dall'attuazione della presente legge non devono derivare nuovi o maggiori oneri a carico della finanza pubblica.

venerdì 16 ottobre 2020

 


LA FILOSOFIA SBAGLIATA DELLA SPAZZATURA

 

Molti amministratori non hanno capito che l’aspetto più visibile su cui giocano la loro reputazione di bravi o cattivi amministratori sta nella gestione del servizio della spazzatura.

E’ questo il comparto più evidente dove è più visibile ai cittadini il rapporto spesa – servizio che, essendo sotto gli occhi di tutti, determina un continuo controllo indiretto da parte dei cittadini nel doppio ruolo di usufruitori del servizio e di pagatori dello stesso.

Come si sa la bolletta è il frutto, diviso fra tutti gli utenti, del costo complessivo che sostiene il comune in un anno per tutti i servizi, diretti ed indiretti, per tenere in piedi il carrozzone del servizio di spazzatura.

Più il comune spende in un anno, più alta sarà la bolletta per i cittadini perché non si tratta di una tassa stabilita a priori, ma di un costo e di una spesa variabili.

La filosofia che, da qualche anno, ha prevalso nella raccolta della spazzatura in molte città italiane, è quella della raccolta porta a porta che, a mio avviso, si è dimostrata incapace di assicurare la pulizia delle città.

Essa si basa sul concetto degli abitanti che usufruiscono di un servizio a giorni stabiliti per conferire la diversa tipologia della spazzatura in appositi contenitori sparsi su tutto il territorio comunale al servizio esclusivo dei nuclei familiari autonomi e dei condomini.

Questa filosofia riempie le città di innumerevoli contenitori che deturpano ancora di più, non elimina, ma aumenta la visione di spazzatura conferita in contenitori pieni da giorni e non impedisce i sacchetti lasciati in ogni dove.

Sono anche convinti che, avendo un adempimento ogni giorno, non ci dovremmo spostare da casa nostra se non per qualche ora ed essere sempre puntuali nella consegna dei sacchetti o dei contenitori.

Per la ditta di raccolta diventa più oneroso effettuare fermate e svuotamento in ogni porta della città con costi maggiori che si riversano sulla bolletta dei cittadini.

Bisogna mettere i cittadini nelle condizioni di essere puliti con una organizzazione idonea che giustifichi le multe che devono essere fatte a coloro che continuano a sporcare dopo che, a causa del servizio razionalizzato, non esistono più alibi.

Altro aspetto trascurato per le città ed i comuni su cui si riversano cittadini di altri paesi per turismo o brevi soste è l’assenza di un servizio diretto a questa fascia di utenti provvisori che, non avendo dove conferire la loro momentanea spazzatura, la riversano in ogni dove sporcando ancora di più la città ed aumentando ancora di più il costo della bolletta finale dei cittadini che pagano.

E’ in ogni caso necessario che si creino parecchie zone di raccolta con cassonetti e cassoni dove conferire la spazzatura, sia differenziata che non, ed evitare la squallida visione di tanti contenitori sporchi e strapieni in ogni momento della giornata e potere usare il pugno duro nei confronti dei menefreghisti che non avrebbero più nessun alibi in merito alla mancanza di posti dove conferire.

E’ chiaro che queste zone di conferimento non avrebbero necessità di personale stabile, ma solo l’esigenza che la ditta ne operi lo svuotamento con continuità rapportata alla tipologia di quanto conferito.

 Se poi il cittadino vuole lo sconto bolletta, potrà sempre utilizzare i centri comunali di conferimento come avviene adesso. Comunque vista l’esperienza alquanto negativa, non si potrà continuare ancora così.

             Sr. 16/10/2020                                                Pippo Bufardeci