mercoledì 4 settembre 2019






Pachino: le origini
Corrado Di Pietro

( Relazione svolta da Corrado di Pietro il 5 ottobre 2013 al convegno da me organizzato, per conto del comune di Pachino, presso il palmento Di Rudinì, " PACHINO - MALTA, RITORNO ALLE ORIGINI" )

Lo studio delle origini della propria città ha interessato molti storici locali, i quali hanno cercato di rintracciare in precise situazioni storiche o in determinati personaggi gli artefici di questa nascita. Anche il mito o le narrazioni leggendarie hanno costituito spesso lo scenario immaginario della nascita di una città, proiettando la storia cittadina in un tempo senza tempo, “In illo tempore” come dicevano i latini. Ciò è dovuto al desiderio di coniugare storia e leggenda in un continuum fantastico, eroico, quasi divino, al fine di dare nobiltà di sangue e di patria alla propria comunità. È il caso di Roma, di Firenze, di Napoli, o per restare fra noi, si potrebbe guardare alle nobili origini di Noto, per mano di Ducezio, il grande re dei Siculi, o di Modica, la cui fondazione si perde nella notte dei tempi e si lega leggendariamente alle fatiche di Ercole o della stessa Siracusa in cui mito e storia si intrecciano indissolubilmente.   
Pachino non ha un’antica origine; appartiene all’epoca moderna, al settecento, e non affonda le sue radici nella leggenda o nella grandezza di re e condottieri. Nacque per volontà di un principe, ma per motivi assai banali come il soddisfacimento dei più antichi e umani desideri: la gloria e il potere.
Nell’ultimo mezzo secolo sono stati scritti numerosi saggi di storia locale, riprendendo e rettificando alcune considerazioni apparse nei primi testi, invero approssimativi, comparsi nella prima metà del novecento. [1]
Questa notevole ricerca ha prodotto almeno due significativi risultati:
1.     sono stati portati alla luce molti documenti storici riguardanti l’edificazione del nostro paese;
2.     è stata tracciata e analizzata quella coscienza di popolo che si forma quando si hanno interessi comuni e condivisi.

La ricerca storica
L’accurata ricerca storica che è stata condotta da studiosi come Pasquale Figura, Giuseppe Drago, Rosa Savarino e, per quanto riguarda le dinamiche socio-economiche, da Nello Lupo, ci consentono di tracciare un profilo serio e documentato dei primi flussi migratori che interessarono la nascita della nostra città.
Pachino nasce nella seconda metà del settecento, quando, dopo il terremoto del 1693, che devastò gran parte della Sicilia orientale, si presentò la necessità di riedificare i centri urbani distrutti. Nacquero così i nuovi e moderni centri di Noto, di Spaccaforno (oggi Ispica), di Palazzolo Acreide, di Solarino che furono ripensati e ricostruiti sullo stesso sito o in altro posto. La prima metà del settecento vide questa grande opera di ricostruzione urbana, la quale si sviluppò secondo i criteri urbanistici e stilistici del secolo precedente, appropriandosi di quell’architettura barocca che aveva già ampiamente attraversato il gusto europeo. Da noi il barocco si evolve lungo linee ora più castigate, mitigate dai primi accenni del neoclassico, ora più simboliche, allorché si libera la fantasia all’avvento di immagini fantastiche, oniriche, mostruose (vedi i balconi del Palazzo Nicolaci a Noto o l’inquietante Villa Palagonia a Bagheria).
Ma il settecento è ancora il secolo d’oro di una nobiltà che detiene il potere quasi assoluto sul popolo e sull’economia isolana e questa aristocrazia di antico lignaggio ha necessità di farsi meglio riconoscere, di farsi ammirare e di collocarsi in modo stabile nella scala gerarchica del potere costituito. Il re è lontano, vive a Napoli, e in Sicilia governa un suo sostituto, il viceré, il quale si avvale di una corte di sua esclusiva nomina e di un parlamento costituito da tre bracci: i nobili, ovvero l’aristocrazia terriera siciliana di più alto grado come principi, marchesi, conti; il clero, ovvero cardinali, vescovi e abati, con esclusione del clero minuto, parrocchiale e campagnolo; i rappresentanti dei comuni, ovvero sindaci e giurati provenienti dalle città demaniali, come Noto. Questi ultimi non riusciranno mai a esprimere e imporre le loro ragioni perché la comunanza di interessi fra nobili e alto clero non permetterà quasi mai di riconoscere i diritti dei cosiddetti “cittadini”.
I contadini, i pastori, i piccoli artigiani accolti nei centri feudali appartenevano ai loro padroni, nell’anima e nel corpo, anche se questi legami si allenteranno sempre di più verso la fine del secolo.
L’appartenenza quindi a una classe parlamentare, vicina agli interessi del re e in grado di imporre una forte visibilità della propria immagine, indusse alcuni nobili a edificare nuovi centri: possibilità, questa, di consentire al nobile fondatore di entrare a pieno titolo nel parlamento siciliano. Nacquero così, nella seconda metà del settecento, le Terre di San Paolo Solarino (1760), ad opera del principe di Pantelleria Giuseppe Antonio Requisenz, e di Pachino, come ora meglio vedremo.
Quindi in questo quadro storico e sociale si inserisce la vicenda della nascita della nostra città.

La nascita di Pachino
Ripetutamente, in diversi anni, don Gaetano Starrabba Calafato, principe di Giardinelli e originario di Piazza Armerina, aveva fatto istanza a re Carlo di Borbone prima e a Ferdinando suo figlio poi, tramite l’onorevole ufficio del viceré Fogliani, per chiedere di edificare, nel suo feudo di Scibini, una Terra che possa riunire in un’organica università tutte le persone già presenti nel feudo e quelle che qui avrebbero voluto trasferirsi, sia dai paesi vicini, sia dall’estero.
La prima richiesta risale al 1755 e la risposta non si era fatta attendere. Infatti il 26 maggio del 1756 giunse la prima licenza che conteneva tre prescrizioni: la prima riguardava la popolazione che doveva esser reclutata, cioè gente di fede cattolica proveniente dalla Grecia, dall’Albania e dall’Illiria; la seconda riguardava il sito dove doveva sorgere la nuova Terra, cioè ad almeno due miglia dal mare; la terza riguardava i quaranta fuochi, cioè il numero minimo dei nuclei familiari necessari alla fondazione della Terra.  
Non fu possibile dare attuazione a questa prima richiesta e, scaduta la licenza, il principe inviò una seconda petizione tendente anche ad alleggerire alcune clausole, in particolare quella riguardante la provenienza della popolazione. La seconda licenza di edificazione arrivò con dispaccio d’Azienda della Real Segreteria di Stato del 1758, ricalcante sostanzialmente i contenuti della prima. Don Gaetano cercò, con bandi e con messaggeri, di attrarre con larghe condizioni di enfiteusi e di una sicura sistemazione la cosiddetta gente cattolica della Grecia, dell’Albania e dell’Illiria, ma solo pochi risposero alla chiamata. Scaduti i termini di questa seconda licenza il principe reiterò ancora una volta la richiesta pregando il generosissimo sovrano di consentirgli di rivolgersi ai maltesi che, certamente, data anche la vicinanza del luogo e dei costumi con la nostra gente di Sicilia, avrebbero meglio potuto valutare l’opportunità di un loro trasferimento.
Il Re risponde ancora una volta positivamente e, con Dispaccio d’Azienda del 21 luglio 1760, consente a Don Gaetano di chiamare ad abitare la nuova Terra i greci cattolici; non più dunque gente d’Albania e dell’Illiria ma solo greci cattolici. Non si parla ancora di maltesi.
Restano ancora ferme le altre due condizioni: quelle del sito che dovrà essere distante due miglia dal mare e quella dei necessari 40 fuochi. Per quanto riguarda il sito, il Principe di Giardinelli ritenne che la parte più elevata del suo feudo Scibini potesse adattarsi bene all’edificazione della nuova città distando quasi due miglia dal mare mentre pensava di risolvere il problema dei 40 fuochi riunendo i vecchi residenti nelle contrade vicine e invitando i maltesi a venire a popolare la nuova Terra.
Più volte Don Gaetano Starrabba inviò a Malta delle speronare per imbarcare coloro che avessero voluto avere un pezzo di terra a Pachino e l’esenzione dei dazi e delle gabelle per 25 anni.
Quindi, in quel momento, nel feudo Scibini si formò una piccola comunità: pastori e contadini provenienti dalle città vicine di Spaccaforno e Noto, da altri centri siciliani e da altri regni, qualche famiglia venne da Malta, ma di greci cattolici neanche l’ombra. Noto e Spaccaforno cominciarono a lamentarsi perché Don Gaetano sottraeva ricchezza di braccia e di denaro alle loro università e mal tolleravano la nascita di un’altra città che potesse ridurre la loro giurisdizione territoriale ed economica.
Intanto gli anni passavano e quel piccolo nucleo di pastori, contadini, piccoli artigiani, marinai, cominciava ad ingrossarsi. Erano passati otto anni da quando Don Gaetano Starrabba aveva avuto il beneplacito del viceré a fondare una Terra nel suo feudo di Scibini. Pachino era sorta con molti stenti e non tutte le condizioni esposte nel decreto regio erano state rispettate. Come si è già detto i paesi vicini si lamentavano di vedersi sottrarre, con la promessa di donativi di case e terre, parecchi dei loro abitanti, venendo quindi ad intaccare le prerogative fiscali e giuridiche di quelle università, che su questi loro abitanti esercitavano lo stesso potere che i nobili facevano gravare sui popolani dei loro feudi. Solo i maltesi avevano risposto ai ripetuti bandi d’invito a popolare la nuova città e non si riusciva a far aumentare in modo significativo la popolazione inurbata, mentre molti tra bovari, mandriani, pastori e contadini preferivano stare sempre fuori dal paese, nei campi e nelle masserie, a guardare i loro armenti o a sorvegliare le colture. Forse i continui furti di bestiame o i saccheggi dei frutti degli alberi, del grano maturo e del cotone inducevano i contadini e i pastori a una continua sorveglianza, tuttavia la gente sparsa per le campagne era di più di quella che abitava in paese.
Lo stesso marchese di Spaccaforno aveva inoltrato al viceré Fogliani diverse lettere di lamentele per questo arrogante arbitrio del principe di Giardinelli e aveva preteso la restituzione di quelle famiglie che si erano rifugiate a Pachino.
Ma ciò che successe a Noto fu ancora più grave e delinea fortemente il carattere del principe di Giardinelli, deciso e spregiudicato, che, pur di raggiungere il suo scopo, tradisce l’onore che l’esercizio del suo potere di giudice gli imponeva.
Don Gaetano apparteneva a quella genìa di individui che, avendo ricevuto per grazia di Dio i larghi benefici della nobiltà, pensavano di poter esercitare impunemente e al di sopra d’ogni altra legge i poteri che gli erano stati conferiti; e brigava e intrigava per riuscire in questo suo scopo e allorché qualche ostacolo gli si parava davanti lui cercava i modi e la maniera di poterlo aggirare, con le buone o con le cattive.
Nessuno pensi, però, che il vanitoso principe di Giardinelli fosse un uomo cattivo e senza cuore. Non procurava del male a nessuno e amministrava la giustizia del mero e misto imperio con discernimento e tolleranza e aveva cominciato veramente a dare le terre del suo feudo ai contadini e i pascoli ai pastori e, tramite il fratello Vincenzo, la comunità pachinese cominciava ad avere una propria identità, almeno urbanistica ed edilizia. Era stato battuto e lastricato con piccole pietre il pianoro grande del centro del paese e attorno ad esso erano state tracciate le strade e su di esse cominciavano ad affacciarsi le prime abitazioni terranee.
Per venire a capo di questa faccenda, spinto dalle pressanti denunce dei comuni di Spaccaforno e Noto, il viceré Fogliani dispose un’indagine accurata sulla popolazione di Pachino e sul rispetto delle clausole imposte dal Re, nei ripetuti decreti.
Verso la fine di maggio giunse a Pachino il delegato del Real Patrimonio don Giuseppe Ruffino, il quale provvide a redigere un “Piano delle Famiglie”; furono registrate le famiglie e le persone singole, le loro provenienze, l’anno in cui erano arrivate nella nuova Terra, il lavoro che svolgevano, i dati anagrafici di ognuno. Fu il primo vero censimento della nuova città e, non potendo fare alcun riscontro effettivo con i registri parrocchiali dell’anno 1763, anno di riferimento di tutta quell’indagine, che illecitamente erano stati sottratti nottetempo dallo stesso principe dalla biblioteca ecclesiastica di Noto, il responso fu favorevole al principe. Quasi tutti gli abitanti dichiararono infatti di trovarsi a Pachino già prima del ’63 e la maggior parte dichiarò di venire da Malta o da altre città fuori regno.
Così il 2 giugno 1768 il delegato don Giuseppe Ruffino inviò al Tribunale del Real Patrimonio il risultato della sua inchiesta: erano stati registrati 47 fuochi esteri ed erano state rispettate anche le altre clausole previste nei vari Regi Decreti sul diritto di popolare una Terra nel feudo Scibini.
Pachino nacque giuridicamente in quei giorni e l’università di Noto dovette inghiottire il rospo e accettare il responso. L’egemonia che Noto aveva esercitato per lunghi secoli su tutto il territorio della Sicilia sud-orientale, sui feudi di tanti nobili e sui coloni che li abitavano, fu limitata e ridotta da quel riconoscimento che tagliava l’intera punta meridionale del suo immenso territorio per far nascere un’autonoma università.
Restava tuttavia un legame fiscale con Noto. Infatti lo jus populandi del 1756 e quello dei successivi decreti era chiaro: Noto doveva continuare a percepire tutte le gabelle dei “regnicoli”, cioè di coloro che appartenevano al Regno di Sicilia, mentre i forestieri potevano assolvere ai loro gravami fiscali direttamente con la nuova università.
Ma ormai Pachino era sorta e la sua storia poteva essere scritta direttamente dai suoi abitanti. Il principe aveva vinto la sua battaglia.

Ma sarebbe miope non considerare alcuni altri aspetti importanti che si legarono alla nascita di Pachino. Una nuova città porta gente e braccia da lavoro. Aumentano le terre messe a coltura, si procede a una bonifica dei luoghi paludosi e malsani, si costruiscono case e palazzi, si dà lavoro a tutti e l’economia del territorio cresce. E con essa crescono le imposte reali e feudali e il regno tutto se ne avvantaggia. Infine la nuova Terra di Pachino sarebbe stata come una ulteriore sentinella in quella zona vasta e dimenticata, spesso preda di scorrerie e di azioni piratesche.
Insomma, se si vuole giudicare la cosa senza pregiudizi, la nascita di Pachino aggiungeva meriti al regno e non sottraeva niente agli altri comuni.
La lingua
Se il nucleo maggiore della gente che popolò la nostra città proveniva da Malta allora bisogna porsi alcune domande: quale lingua parlavano, quali cognomi avevano e questi sono ancora oggi riscontrabili nel nostro territorio, che esperienze portarono in campo agricolo o altro?
Per quanto riguarda la lingua, non avendo trovato nei nostri archivi documenti in quella lingua risalenti alla seconda metà del settecento, scritti da questa gente, possiamo fare solo delle congetture. Per esempio: sappiamo che la lingua maltese nasce dal dialetto arabo di Sicilia; questo dialetto, chiamato mozarabico, si parlò correntemente in Sicilia nei secoli XI e XII, durante la dominazione araba la cui egemonia si estese anche sull’isola maltese. È quindi essenzialmente una lingua semitica, appartenente al ceppo nord africano, molto diverso dal ceppo indoeuropeo al quale appartengono le nostre lingue romanze. “Successivamente, con la conquista normanna, questo dialetto arabo cominciò ad incorporare elementi lessicali e morfologici delle lingue romanze, in particolare dal siciliano e dal latino medievale. Oggi la lingua maltese risulta avere circa il 60% di vocaboli provenienti dall'italiano e soprattutto dal siciliano”.
In linea di massima, le parole di uso corrente, legate alla quotidianità, derivano dall'arabo, termini legati all'amministrazione, all'istruzione, all'arte, alla cultura derivano dal siciliano.
Esempio: dall’arabo derivano termini come dar ("casa"), xemx ("sole"), sajf ("estate"), jum ("giorno"), raġel ("uomo"), mara ("donna"),mentre i invece termini come skolagvernrepubblikanaturapulizija ("polizia"), xjenza ("scienza"), teatru
edukazzjoni e differenza sono chiaramente di derivazione siciliana.
Quindi se la gran parte di vocaboli correnti nella lingua maltese apparteneva al siciliano allora i maltesi che arrivarono a Pachino non fecero molta fatica ad apprendere il nostro dialetto. Il quale aveva già forti caratterizzazioni fonetiche e grammaticali provenienti dalle parlate modicana e notinese, differenti dal resto dei territori delle due attuali province di Ragusa e Siracusa.

I Cognomi
Molti cognomi maltesi ancora resistono nella nostra città, come Lucchese, Meilach, Micalef, Borgh, Azzoppard (che diventa Zuppardi), Cammisuli, Zamit (che diventa Zammitti), Scirè, Mizzi, Attardi, Mallia, Magro, Zara, Sobrera; molti di questi cognomi li troviamo nella lista militare del 1818 del comune di Pachino, la quale riporta, fra gli altri, i nati a Malta nel 1769 ed anni successivi. E sono cognomi in massima parte di lingua italiana o italianizzati. Ma altri cognomi come Brancati, Cassar Scalia, Giardina, Costa, Callari, Cultrera, Di Pietro ricorrono frequentemente già negli anni ottanta e novanta del settecento e li troviamo registrati negli atti parrocchiali dei battesimi.
L’agricoltura
Dal punto di vista agricolo i maltesi affinarono le pratiche di coltivazione e di sfruttamento del cotone, già presentii nel nostro territorio in modo molto rudimentale.
La loro stessa cultura, in parte araba e in parte siciliana, si assimilò velocemente con le nostre tradizioni e il nostro modo di pensare e ben presto, dopo solo pochi decenni dal loro arrivo, i maltesi si integrarono perfettamente nella cultura siciliana.

Conclusioni
Verso la fine del settecento Pachino era già un paese organicamente costruito, con una pianta a scacchiera, secondo i più moderni sistemi urbani del tempo; aveva oltre duemila abitanti, una economia fiorente basata sulla coltivazione e lavorazione del cotone e sulla diffusa pastorizia; la coltivazione della vite faceva il suo timido ingresso, la tonnara di Marzamemi lavorava a pieno regime. Il complesso crogiolo di persone di diversa provenienza si era stemperato in una popolazione coesa dal punto di vista amministrativo ed economico, culturale e sociale. Era sorta davvero una comunità nuova capace di scrivere la propria storia.



[1] Per lungo tempo la bibliografia su Pachino è stata poverissima. Il primo libro organico sulla storia e la cultura del nostro paese fu quello di mons. Simone Sultano, Pachino e i suoi dintorni - Premiata Tipografia Zammit - Noto 1940, riedito a Pachino nel 1968; a questo volume, ricco di notizie e di spunti di vario genere, hanno attinto numerosi altri storici e raccoglitori di usi e tradizioni del nostro paese. Il libro, seppure condizionato dalla retorica del tempo, si fa apprezzare per la buona ricerca documentaria. Dopo un lunghissimo silenzio e dopo innumerevoli fatiche da parte dell’autore spuntano, negli anni settanta, i due libretti ciclostilati in proprio di Pasquale Figura: Pachino: La Vendemmia e Veduta da Poggio San Gaetano, edito nel 1977;  Pachino su Poggio Scibini del 1979. Soprattutto nel secondo si tenta una ricostruzione storica della nascita del nostro paese, corredata di note storiche interessanti a cui attingeranno gli studiosi successivi. Ci sono poi i pregevoli lavori, di stampo archeologico, di Salvatore Ciancio - Gli abitanti del Promontorio di Pachino - Noto 1972, e di Emanuele Umberto Muscova che ha destinato al nostro paese quattro pregevoli opere:  Promontorio di Pachino - dalla cultura paleolitica superiore ai nostri giorni - edito dal Comune di Pachino nel 1987; Promontorium Pachyni - preistoria e storia - edito dalla Cassa Rurale ed Artigiana di Pachino nel 1988;  Pachino sul colle Scibini, approfondita ricerca storica sull’ambiente pachinese, dalla fondazione della città ad oggi, edito dal Comune di Pachino nel 1990; Pachum Phoenicium - Gli insediamenti umani nel territorio pachinese dalla preistoria al paleocristianesimo - pubblicato nel 1994 per conto del Comune di Pachino - Assessorato ai Beni Culturali. Nel 1993 viene pubblicato, a cura di Maria Bugliarisi Di Maio, un famoso manoscritto di Vincenzo Curcio, Storia di Pachino, a oltre sessant’anni dalla sua originaria stesura. A questo manoscritto, che indubbiamente rappresenta la prima ricerca storica su Pachino, hanno attinto un po’ tutti, dal Sultano in poi. Curcio fu un bravo maestro di scuola e proprio in questo suo lavoro ci lascia stupefacenti testimonianze del suo metodo didattico. Inoltre, attraverso i compiti degli alunni e le sue giornaliere notazioni in classe ricostruisce uno spaccato vivo e palpitante della Pachino degli anni ‘20. Un discorso a parte meriterebbe il bel libro di Giuseppe Drago su Gli Starrabba Di Rudinì - fondatori e signori di Pachino - Flaccavento editore Siracusa 1996, pubblicato con il sostegno della Banca di Credito Cooperativo di Pachino. E’ questa la più completa, analitica e puntigliosa ricerca non solo sulla nobile famiglia degli Starrabba ma sulle origini e i primi insediamenti urbani pachinesi. Particolare riferimento viene fatto alla situazione agricola. L’accurata e ricchissima documentazione su cui poggia tutta l’impalcatura del libro lo rende fonte di ricerca e di studio per future opere e certamente quanto di più esaustivo sia stato scritto sul nostro paese.



mercoledì 17 luglio 2019


L’INCLUSIONE MONOLITICA E’  NEGATIVA PER IL PARTITO DEMOCRATICO

Se l’offerta politica che non abbia come marchio la destra si riduce alla sola sinistra, non vi sarà spazio per una maggioranza non di destra perché sarà destinata ad essere minoranza.
Il PD che vuole essere inclusivo di tutte le realtà non di destra commette un grave errore politico e strategico perché offre agli elettori una prospettiva di voto omologata e senza possibilità di scelte diverse all’interno della potenziale maggioranza se non attraverso un dibattito correntizio interno che sarà sempre di parte e marginale.
Le alternative di crescita per il PD, che vuole diventare maggioranza di Governo, non passano attraverso una nostalgica riedizione della sinistra, che l’elettorato ha dimostrato di non apprezzare e votare tantè che la rappresentanza politica a sinistra del PD si è ridotta al lumicino e alla quasi inesistenza, ma attraverso la ricerca di vie nuove sul piano della proposta politica e sulla crescita di alleanze accattivanti per gli elettori.
In tempi immediati, se il PD continua a ripetere che bisogna arrivare ad una crisi di governo, la risposta conseguente, in termini di alleanze, non può che essere quella di un accordo con i cinque stelle anche se attraverso una nuova fase elettorale che possa stemperare gli attuali attriti fra i due partiti.
Senza questo accordo preventivo il PD che continua a proporre come alternativa il solo auspicio della caduta del governo non fa altro che consegnare il Paese alla destra a guida Salvini.
Di contro, con l’attuale situazione, il rischio per un’alleanza PD - 5 stelle è quello della disaffezione e dell’abbandono di fasce di elettorato che non si sentono rappresentate da questi due partiti nella loro totalità e si rifugiano nell’astensione se non in una scelta di centro destra.
Bisogna quindi dare un’alternativa a questa fascia di elettorato molto consistente che non vuole andare a destra con leader Salvini, ma che non vuole nemmeno diventare funzionale ad un disegno strategico elaborato solo da PD e cinque stelle senza una mediazione di sicurezza di una terza forza che non può non avere radici centriste.
L’errore, a mio avviso, che ha commesso Calenda nel destare la speranza, avvalorate da disponibilità di voti di elettori non legati alla storia della sinistra, che ci potesse essere una forza politica capace di rappresentarli anche in uno schieramento avente come alleato il PD, è stato quello di inserirsi nella lista PD non come alleato autonomo, ma come organico allo stesso PD.
Vi sono ancora margini di recupero di Calenda della sua posizione originaria, ma il tempo gioca un ruolo importante.
L’avvento di Zingaretti e la sua strategia di inclusione di tutti i possibili ambienti, ma sotto le bandiere del PD è destinato quindi a consumarsi negativamente alla prima occasione di scontro elettorale.
Bisogna perciò elaborare, assieme ad una valida proposta politica, una strategia di alleanze che possa coinvolgere il maggior numero di istanze e di voti dei cittadini con soggetti politici diversi, ma alleati e che non sono satelliti inclusi nel calderone del partito democratico.
17/07/2019                                                                                                                   Pippo Bufardeci




lunedì 29 aprile 2019

ECCO PERCHE' PACHINO NON HA VOTATO


ECCO PERCHE’ PACHINO NON HA VOTATO A FINE APRILE PER ELEGGERE IL NUOVO SINDACO

Fra i comuni che hanno avuto i seggi aperti per la elezione dei rispettivi sindaci e consigli comunali in Sicilia non c'è stato il comune di Pachino anche se già inserito fra quelli votanti.
Ciò perché il consiglio comunale è stato sciolto per mafia per cui anche il Sindaco e la propria giunta sono stati esonerati dalla gestione del comune che è stata affidata ad una terna di funzionari prefettizi.
Sul piano strettamente elettorale è scattata la clausola che vede il rinvio di qualsiasi elezione degli organismi comunali di almeno diciotto mesi per cui Pachino ha saltato la tornata elettorale del 28 del corrente mese di aprile.
Sempre sul piano strettamente elettorale e tecnico dobbiamo dire che,all'atto della notifica del provvedimento di scioglimento deciso dal consiglio dei ministri, il consiglio comunale di Pachino era legalmente già sciolto ad opera della Regione siciliana in quanto non era stato approvato il bilancio comunale.
La norma regionale prevede che, in caso di non approvazione del bilancio comunale da parte dei consiglieri, il consiglio comunale stesso decade per scioglimento e viene nominato un commissario regionale che ne assume tutte le funzioni. Restano in carica regolarmente sia il sindaco che la giunta comunale.
Questo adempimento la regione siciliana lo aveva già attuato.
Quindi paradossalmente è stato sciolto un organismo già sciolto da oltre due mesi quale il consiglio comunale ed è stata azzerata una amministrazione che, già con provvedimento regionale, andava alle elezioni il vent'otto aprile cioè dopo qualche mese.
Vedendolo politicamente, anche dal punto di vista delle opposizioni che hanno spinto per il provvedimento e gioito per la sua emanazione, non è stato politicamente un buon affare visto che avrebbero potuto conquistare, a distanza di giorni, la maggioranza comunale e gestire il comune di Pachino dimostrando di sapere attuare tutte le cose che avevano chiesto agli amministratori uscenti.
Dovranno aspettare altri diciotto mesi e sperare che il vento continui a soffiare nella loro direzione anche se i cambiamenti del clima politico stanno diventando sempre più repentini in presenza consolidata di un elettorato politicamente sempre più fluido.
Se usciamo dal contesto strettamente politico e dalle strategie interne ai vari partiti e gruppi per accaparrarsi la gestione del potere comunale e apriamo la finestra sull’interesse dei cittadini, non possiamo non constatare che, ancora una volta, sono loro che pagano le conseguenze amministrative e politiche dei vari giochi della classe politica locale.
Innanzitutto l’etichetta di un comune sciolto per mafia diventa una macchia indelebile per tutti con gravi conseguenze sul piano dell’immagine, della credibilità, della correttezza, della socialità e dello sviluppo in quanto, soprattutto da parte dell’opinione pubblica fuori dall’ambito locale e dai potenziali investitori, si rafforza la convinzione che la città di Pachino, nel suo complesso, è foriera di effetti negativi e quindi non degna di qualsiasi tipo di fiducia.
Sul piano strettamente giuridico relativo alla normativa che permette lo scioglimento dei comuni, per motivi riconducibili alla sfera mafiosa, faccio mie le osservazioni del presidente della regione Musumeci che, in una recente intervista in merito rilasciata al quotidiano La Sicilia, rimarcava la necessità di una rivisitazione dell’intera normativa al fine di dare maggiore consistenza alle motivazioni che portano all’attuazione di un atto così grave rispetto all’espressione democratica della volontà popolare e agli organismi preposti alla gestione ed attuazione dell’atto stesso.
Come si sa la decisione dello scioglimento non necessita di atti concreti da parte della magistratura che dimostrino la mafiosità diretta degli amministratori o di sentenze in merito da parte della magistratura stessa, ma il concetto su cui si basa l’atto di scioglimento è di natura preventiva rispetto ad una ipotesi di possibile presenza mafiosa e gli organismi competenti sono di natura amministrativa e politica.
Difatti le indagini che portano alla individuazione di eventuale possibilità che possano esistere collusioni mafiose vengono svolte da funzionari prefettizi e lo scioglimento viene deliberato dal consiglio dei ministri.
Pur non mettendo in discussione la serietà degli organismi attualmente preposti alla elaborazione della decisione di scioglimento dei consigli comunali per motivazioni d’ordine mafioso, sarebbe più credibile, agli occhi dei cittadini, che dette decisioni venissero assunte da organismi riconducibili alla magistratura che, più di qualsiasi altro organismo, ha la giusta e corretta visione del fenomeno, delle sue conseguenze e della sua gravità.
Intanto, con la normativa attuale, il comune di Pachino ed i suoi cittadini, devono cucirsi addosso l’onta della mafiosità e soprattutto devono meditare affinchè, pur in presenza di elementi ed atti delinquenziali, nel paese, indifendibili e non ignorabili, si attuino sempre, sul piano delle scelte personali e collettive, atti che abbiano sempre la legalità come stella polare dell'agire.

Siracusa 24 – 04 -2019                                                                     Pippo Bufardeci                                                           











lunedì 25 marzo 2019


NON RALLEGRIAMOCI SE I 5 STELLE PERDONO

Anche le elezioni in Basilicata confermano il trend registratosi nelle precedenti elezioni e cioè che il centro destra a trazione Lega continua a vincere, i cinquestelle continuano a perdere ed il partito democratico è ancora alla ricerca della strada perduta.
Se analizziamo nello specifico vediamo che nel centro destra diventa sempre più marginale il ruolo di Forza Italia con la politica ondivaga che la fa andare contro la metà pentastellata del Governo, il richiamo accorato alla Lega per riportarla di nuovo ad una alleanza di Governo di centrodestra e la funzione di sgabello in tutte le elezioni amministrative e regionali.
Fratelli d’Italia sempre fermo su una linea di galleggiamento a pelo d’acqua che non le assicura una seria autonomia elettorale capace da sola di farle superare le varie percentuali di sbarramento nelle diverse elezioni e il desiderio di un patto sempre più a destra con la Lega per assicurarsi un minimo di sopravvivenza politica.
La Lega, con tutta una serie di affabulazioni politiche, viaggia con percentuali elettorali da lei mai viste e con la possibilità di scegliere sia la strategia politica che i comprimari per realizzare ciò che ad essa è funzionale in un progetto strategico che, nel suo scenario, ha solo il soddisfacimento e la concretizzazione degli interessi del Nord.
I cinque stelle continuano a perdere perché pagano l’inesperienza politica ed amministrativa di cui sono portatori che vorrebbero sopperire con la volontà di fare e con il retaggio del movimentismo che spesso è utile per le azioni della protesta d’assalto che della gestione politica del mantenimento delle posizioni in un difficile contesto di governo. Le situazioni ed i fatti amministrativi non hanno bisogno di parole, ma di azioni concrete e coordinate nell’ambito di una strategia che deve tenere conto della complessità dei problemi e della loro interfacciabilità con realtà diverse e distanti.
Quindi, secondo me, i cinque stelle devono intestarsi fatti concreti che interessano i cittadini ed essere anche portatori seri delle istanze del sud che rappresenta il terreno politico dove realizzare i loro teoremi di un gruppo che viene dal basso e dovrebbe avere a cuore i problemi dei più emarginati nel contesto di sviluppo del Paese.
Il partito democratico è ancora alla ricerca di una propria identità politica e progettuale che non può portare a nessun risultato di concreta coagulazione di consensi fino a quando non avrà chiarito ruoli e prospettive nel contesto sociale dei nostri tempi che non digerisce ritorni di nicchia alle parole chiavi post fascismo o sessantottine avulse dai nuovi contesti.
Il PD non può riproporsi per il futuro proponendo un quadro statico di divisioni fra destra e sinistra ed affidando la propria crescita ad un ritorno di coagulo fra tutte le varie sfaccettature storiche della vecchia sinistra perché si chiuderebbe in una nicchia ideologizzata ad esaurimento in quanto i giovani non si dividono più sulle ideologie, ma sulle proposte di crescita e di sviluppo.
Deve invece riappropriarsi di una strategia moderna e realistica per il nostro Paese che deve avere come base la rappresentanza delle istanze delle persone e dei territori che maggiormente soffrono lo stato di abbandono sociale o di sviluppo in cui si trovano.
Le politiche vere di sviluppo, che vanno realizzate senza assuefazioni alle direttive austere, devono essere la condizione base di soluzione dei problemi dei singoli e della loro prospettiva di crescita personale e sociale nelle nuove dimensioni dello sviluppo.
Dal punto di vista politico – elettorale il PD deve andare oltre la logica autoreferenziale del bipolarismo che lo porta ad essere, come conseguenza il centro pilota di se stesso che pensa di potere fare a meno delle alleanze, ma deve cercare le alleanze soprattutto fuori dalla galassia dei gruppuscoli di sinistra che, a differenza di questi ultimi, potrebbero portare voti di elettori che non voterebbero a sinistra perché culturalmente fuori da quella logica della visione pseudo marxista della storia e del nostro tempo.
Il PD non deve cercare di diventare un partito di centro perchè non ne sarebbe capace, ma un agevolatore della crescita di uno schieramento di centro non ideologizzato, ma appunto per questo, capace di coinvolgere elettori nuovi ed astensionisti che non voterebbero un PD egemonico ed autoreferenziale, ma sarebbero disponibili a lavorare, in sinergia, ad un comune programma di sviluppo credibile e realizzabile.
Ed infine, perché no, prevedere anche che, sulla base di un programma di difesa degli interessi delle persone e dei territori meno avvantaggiati, in un quadro di sviluppo complessivo dell’Italia e fuori dalla logica esclusivamente legata agli interessi economici dei più forti, si possano realizzare anche alleanze con il Movimento cinque stelle.
che, nel frattempo, abbia capito le difficoltà dell’amministrare e l’utilizzo meno spavaldo del movimentismo rispetto alla concretezza, alla proposta politica conducente ed alla strategia contrapposta a chi vuole arrecare danni alla democrazia mettendo in ciclo tutti i gruppuscoli politicamente emarginati per i loro proclami anti democratici.
Ecco perché, pur non avendo mai votato e non condividendo molte proposte ed azioni dei cinque stelle, non mi rallegro per le loro sconfitte elettorali, ma penso che sia meglio dialogare sempre con chi non ha come obiettivo il sovvertimento delle regole democratiche né l’esercizio di un potere unilaterale verso le espressioni democratiche del nostro ordinamento.
SR 25/03/2019                                                                                                  Pippo Bufardeci



sabato 23 febbraio 2019

POLITICA E PARTITI A SIRACUSA
DALL’ANNO SCORSO AD OGGI

Nel corso dell’anno che si è appena concluso vi sono stati molti importanti avvenimenti di natura
politica che si stanno proiettando sull’iniziato del 2019.
Sul piano nazionale il più dirompente è stato il concretizzarsi di un asse populista che ha portato
alla nascita di un Governo che ha rotto tutti gli schemi della logica politica con effetti prorompenti
nel quadro politico che si dimostrano sia di natura potenzialmente positiva che negativa.
La velocità del cambio degli scenari politici e di posizionamento istituzionale delle varie forze che
si contendono il supporto elettorale è così ampia e amplificata che fa scordare l’oggi per proiettarci
subito in dinamiche del divenire per cui ne potremmo parlare nel seguito delle pubblicazioni del
giornale.
Vorrei pertanto trattare per primo ciò che è successo nella nostra città nelle ultime elezioni per la
elezione del nuovo sindaco e della nuova amministrazione comunale.
Tutto lasciava prevedere che i risultati elettorali sarebbero stati una grande onoranza funebre per il
centrosinistra ed in particolare, del PD che esprimeva il sindaco uscente Garozzo diventato il
terminale di tutti gli attacchi negativi delle forze politiche e delle civiche che non facevano parte
della sua alleanza elettorale.
Di contro si aveva l’impressione che lo schieramento rappresentativo delle forze del centrodestra
avrebbe corso per pura formalità in quanto era molto corposo l’accredito di una tranquilla vittoria.
Questo accredito era maggiormente avvalorato dal fatto che si prospettava una candidatura a
Sindaco della città dell’ex deputato regionale ed assessore comunale Enzo Vinciullo le cui doti
politiche ed amministrative sono ampiamente riconosciute da una fascia maggioritaria di elettori
siracusani e non solo.
Che cosa succede invece.
Il centro destra non accetta la candidatura di Vinciullo perché vuole puntare sulla ripresentazione
dell’avvocato Ezechia Paolo Reale già battuto nel precedente ballottaggio con l’uscente Garozzo.
Di contro il centrosinistra fa una mossa strategica importante che vede la rinuncia di Garozzo a
candidarsi cedendo al suo vice Italia il testimone.
I risultati li conosciamo.
Il centro destra non candida Vinciullo e punta su Reale di cui è conosciuta la sua scarsa sintonia con
l’elettorato siracusano, vista la precedente sconfitta elettorale e visto l’atteggiamento politico che
escludeva Vinciullo che gode dei favori elettorali di moltissimi cittadini siracusani e che avrebbe
potuto rappresentare un sicuro candidato vincente e accettato dall’elettorato.
L’unica possibilità di vittoria del candidato sindaco Reale era perciò affidata alle liste di supporto
che, con i loro candidati, avrebbero potuto permettere una vittoria al primo turno ed evitata
l’incognita del ballottaggio.
Questa vittoria, se pur sfiorata, non avviene al primo turno perché il candidato Sindaco Reale
prende addirittura meno voti del totale delle liste che lo appoggiavano.

Era comunque tale il divario numerico fra il candidato del centro destra ed il candidato del centro
sinistra che il ballottaggio viene affrontato con la convinzione che il centrodestra aveva solo
rinviato, di due settimane, i festeggiamenti della vittoria.
Eppure il centrosinistra riesce a vincere il ballottaggio ed eleggere, da posizione minoritaria qual
era, il proprio sindaco alla guida della città di Siracusa.
Perché è successo?
Non certamente per l’appoggio delle liste civiche che erano state contrapposte al centro sinistra e
che sono andati ad occupare alcuni seggi assessoriali.
Il centro sinistra vince per autoeliminazione del centro destra.
Questa autoeliminazione viaggia sui due binari molto noti dei lati deboli dello schieramento.
Il primo lato debole è da ricercarsi nella consolidata diserzione, da parte degli elettori del centro
desta, delle urne del ballottaggio che spesso ha giocato brutti scherzi ai candidati dell’aria politica di
riferimento.
Il secondo lato debole è da ricercarsi nella poca empatia del candidato Reale nel rapporto diretto
con l’elettorato, così come è emerso, nelle due fasi, e che i candidati per il consiglio comunale
hanno cercato i voti solo per loro facendo raccogliere al candidato sindaco solo quelli che gli
arrivavano come sponda alla preferenza individuale.
Con questa situazione non sarà possibile, per quello che resterà nel centro destra siracusano, alcuna
vittoria senza un chiarimento complessivo dei ruoli dei vari schieramenti ed una candidatura che
deve risultare valore aggiunto per lo schieramento stesso.
Il centro sinistra, nel riassumersi la responsabilità della continuità della conduzione della cosa
pubblica, deve stare molto attento e gestire l’amministrazione comunale con grande efficacia
coinvolgendo anche le forze disponibili in Consiglio comunale fuori da ogni logica di compenso
politico, ma nell’interesse della città.
Naturalmente, in questo esame, non ci siamo dimenticati dei cinque stelle che, nelle elezioni
comunali, sono stati l’unica forza capace di competere con gli altri due schieramenti, ma
soccombente perché vittima del proprio principio di non alleanza.
Si sa però che alle comunali, o si è in grado di avere il vento in poppa localmente con un valido
candidato credibile, oppure a nulla servono gli input esterni tipo elezioni politiche.
I cinque stelle, alla mancanza di un candidato di per se forte elettoralmente ed alla loro decisione
politica di non allearsi con altri, anche la loro poca dimestichezza con le tecniche elettorali.
L’unico modo che hanno le opposizioni di sgonfiare localmente i voti dei cinque stelle è quello
messo in atto dai partiti di centro destra e centrosinistra e cioè mettere in campo il maggior numero
possibile di liste.
Ciò perché la ricerca del voto da parte dei candidati, che avviene soprattutto anche con il rapporto di
parentela e di amicizia fra candidato ed elettori, porta questi ultimi a votare fuori dal contesto di
appartenenza politica togliendo consensi al proprio partito di riferimento a vantaggio dell’amico o
del parente locale.

Con questo sistema un movimento cinque stelle non apparentato ha poche possibilità di vincere a
livello locale.
Occorre quindi, da parte di tutti gli attori politici, una riflessione su ciò che è successo e, da parte di
tutti a lavorare per l’interesse della città e dei cittadini che è ancora un impegno che non può essere
ritenuto desueto.
Infine le cronache degli ultimi mesi relative ai presunti brogli elettorali, dovuti a errori nei seggi, ha
riacceso il dibattito politico locale come se ci potesse essere una sostituzione automatica fra il
sindaco eletto e il primo non eletto.
I presunti brogli non sono automaticamente il frutto di comportamenti illeciti dei vincitori.
Fino a quando i componenti dei seggi vengono scelti in base al sorteggio, senza alcuna verifica
delle conoscenze giuridiche ed operative relative ai seggi ed alla responsabilità dei vari attori e
senza alcun corso preventivo di formazione, ci saranno sempre e saranno dovuti, non tanto alla
malafede, ma all’incompetenza, all’ignoranza ed alla incapacità dei prescelti.
Se saranno appurati errori incidenti sul risultato elettorale si andrà a votare o in modo parziale o
complessivo ricominciando dal principio.
Solo che anche in pochi mesi le situazioni sono molto cambiate sia sul piano politico che della
proposta di gestione della città per cui consigliamo tutte le forze politiche locali a non inseguire
chimere, ma a prepararsi adeguatamente con uomini e proposte che siano valide e credibili per la
gestione della città.

Siracusa 23/01/2018 Pippo Bufardeci

martedì 3 luglio 2018


PASSARE DALLE FAIDE PREELETTORALI AL LAVORO DI SERVIZIO PER LA CITTA’

Le recenti elezioni comunali che si sono svolte nella città di Siracusa hanno spazzato via molte certezze e determinato condizioni di quadro politico ed amministrativo impensabile qualche mese fa.
La giunta uscente del sindaco Garozzo era stata presentata, senza peraltro esagerare, come invisa alla città ed incapace di creare le condizioni di una riconferma tantè che lo stesso Garozzo aveva sentito la necessità politica di farsi da parte affidando lo scettro della lotta politica al suo vice Italia che a molti poteva dare la sensazione di una chiamata di responsabilità e di correità.
In questo quadro d’inizio non giocava bene nemmeno la sconfitta politica del partito democratico ed il suo ridimensionamento a livello nazionale.
Le situazioni obiettive in cui si trovava il partito a Siracusa non lasciavano presagire nulla di nuovo se si considera che viveva una profonda spaccatura che, in fase di presentazione delle liste, si è materializzata con la formazione di una squadra ufficiale forte di un deputato regionale appena eletto e supportato dalla lista civica “Presenza Cittadina”.
La squadra spuria era costituita dai seguaci del sindaco Garozzo che, estromessi dall’ufficialità dell’essere piddini, cercava una propria consistenza di quasi affermazione di presenza politica almeno nel contesto cittadino.
Il centro destra invece si coagulava, non senza fatica, sul candidato Ezechia Paolo Reale cui si voleva dare una seconda possibilità non avendo superato la prova ballottaggio nelle precedenti elezioni comunali anche se, nel frattempo, aveva fatto parte, in qualità di assessore, della giunta di sinistra presieduta da Crocetta in antitesi con le forze di centro destra.
Di queste forze di minoranza regionale aveva fatto parte l’on. Enzo Vinciullo dando il suo fattivo contributo in termini politici e di esperienza.
Logica politica avrebbe voluto che Vinciullo rappresentasse il centro destra nella sfida elettorale comunale sia perché da molti riconosciuto capace di svolgere con grande competenza il ruolo stesso, sia per la dimostrazione di forza in termini di voti personali che aveva palesato nelle recenti elezioni regionali.
Tutto ciò, per logiche politiche che spesso gli elettori non capiscono, aveva portato ad uno schieramento finale che aveva visto coagularsi un insieme di liste, attorno alla candidatura di Reale di una potenza tale da poterle assicurare l’elezione direttamente senza che si passasse dal ballottaggio.
I risultati della prima votazione stavano per fare avverare la previsione se non fosse successo l’incidente dovuto ad un insieme di voti disgiunti che hanno portato il candidato sindaco Reale ad avere meno voti dello schieramento e di sfiorare la fatidica soglia del 40% capace di assicurargli la vittoria al primo turno.
Il ballottaggio, affrontato dal centro destra con l’euforia della vittoria facile, vista la distanza fra Reale ed il candidato del PD Italia, è stato considerato quasi una formalità.
Per questo non si sono tenuti in debito conto almeno due fattori importanti.
Il primo rappresentato dalla dimostrata poca empatia fra il candidato sindaco Reale ed i cittadini siracusani.
Il secondo dalla caduta di tensione e di spirito battagliero da parte degli eletti nelle liste del centro destra e da parte dei non eletti.
Ciò dovuto al fatto che, avendo le liste collegate a Reale superato il 50% dei voti validi espressi dopo la sottrazione dei voti delle liste che non avevano superato il 5% necessario per assicurarsi la presenza in consiglio comunale, i giuochi erano già fatti e conclusi.
Difatti non ci sarebbe stato l’impulso per ottenere il premio di maggioranza in quanto i seggi consiliari erano già noti nel numero e nelle persone perché si sarebbero assegnate con il proporzionale determinando così un collettivo rilassamento nell’impegno.
Detto rilassamento avrebbe anche coinvolto con maggiore forza gli elettori non più sollecitati dai candidati in bilico, dalla domenica balneare e dalla convinzione che il gap elettorale del primo turno a favore di Reale non sarebbe stato colmato dalla sinistra e dai suoi apparentati dell’ultima ora nonché dalla tendenza, storicamente consolidata, degli elettori del centro destra a disertare i ballottaggi.
Se a questo si aggiunge la pessima azione comunicativa svolta dagli strateghi di Reale in fase di ballottaggio che hanno rappresentato un candidato statico attorniato dai consensi di solidarietà e vicinanza espressi da politici e forze elettorali logorate nel rapporto di credibilità con gli elettori, si capisce perché il tutto ha prodotto una nuova frittata per il candidato e una dimostrazione di insipienza politica da parte delle forze politiche che lo appoggiavano.
Italia si ritrova quindi a vincere l’elezione di Sindaco della città di Siracusa superando ogni ragionevole pronostico della vigilia perché, nel catino elettorale dei voti validi, si ritrova con più adepti che partecipano alla votazione di ballottaggio rispetto al rompete le righe degli adepti di Reale.
Quindi la scarsa affluenza alle urne nel turno di ballottaggio agevola la vittoria di Italia che adesso dovrà dimostrare, con un consiglio comunale che parte con una forte maggioranza legata agli oppositori, di avere equilibrio nell’azione amministrativa, di coinvolgimento di tutti gli eletti nelle scelte strategiche per la città e di evitare un isolamento che, spinto anche dalla volontà di rivalsa dei suoi adepti e dai suoi alleati, lo porterebbe ad un clima di tensione di cui non ne ha bisogno e di cui sarebbe soprattutto vittima la città di Siracusa che non ne ha assolutamente bisogno.
Di auguri ne ha certamente bisogno il nuovo sindaco, ma anche gli eletti del centro destra che devono capire che adesso non sono più candidati guerrieri, ma consiglieri comunali che hanno anche nelle loro scelte il destino di Siracusa e dei siracusani.

Siracusa 02/07/2018                                                              PIPPO BUFARDECI

( PUBBLICATO SUL PERIODICO TIMEOUT DAL 3/7/2018 IN EDICOLA)

giovedì 8 marzo 2018


IL VOTO DEMOCRATICO VA SEMPRE RISPETTATO
MA VANNO RISOLTI I GRAVI PROBLEMI DEL SUD


Sarebbe superfluo dirlo, ma di questi tempi politici è opportuno rimarcare che, in tutte le democrazie, il dato elettorale va rispettato perché trattasi sempre della espressione della volontà del popolo sovrano.
Ciascuno è anche libero di non condividere, di verificare le ipotesi di governabilità ed i programmi dei vincitori nonché le motivazioni che hanno eventualmente delegato la propria parte politica a svolgere un ruolo diverso dalla maggioranza, ma il dato incontrovertibile che esce dalle urne va sempre rispettato.
Detto questo, nel prendere atto dei risultati delle recenti elezioni politiche, dobbiamo evidenziare subito che esse sono state uno spartiacque nel sistema politico degli ultimi anni e quindi lo potrebbero essere anche nella gestione delle istituzioni nazionali e nei rapporti con il sistema complessivo dell’unione europea di cui facciamo parte integrante.
Sul piano strettamente elettorale dobbiamo evidenziare che l’affermazione del movimento Cinque Stelle ed in forma più ridotta della Lega, evidenziano che gli elettori si sono affidati a chi ha acceso speranze nel grigiore della situazione sociale, politica ed economica in cui si trova da parecchi anni il nostro Paese e che gli indubbi spiragli di ripresa non sono stati ancora percepiti dai cittadini che si sentono senza certezze per il futuro.
Certamente bisogna capire poi se le speranze saranno esaudite o se sarebbe stato meglio affidarsi agli spiragli secondo un percorso di piccoli passi, ma sicuri, rispetto alle volate che portano in se il rischio di inciampare.
Sta di fatto che i cittadini elettori hanno scelto di sposare i buoni propositi, anche se aleatori, ma spinti anche da una mancanza di fiducia e di credibilità verso le altre forze politiche che, avendo gestito le istituzioni in molti anni, non sono state capaci di rispondere positivamente alle mutate esigenze sociali ed alle nuove situazioni di difficoltà nella gestione della vita di tutti i giorni.
Ciò anche se la vittoria dei cinque stelle e della Lega ha una base attrattiva diversa per zone diverse di elettorato che ha problemi diversi di vivibilità nel proprio territorio.
Non per niente i Cinque Stelle hanno vinto nella fascia del Paese che rappresenta il meridione e la Lega in quella più settentrionale dove i problemi, le aspettative e la vivibilità delle rispettive popolazioni sono molto differenti.
Quindi anche nella espressione del voto e nel radicamento territoriale delle forze politiche non vi è una omogeneità di presenza su tutto il territorio nazionale per cui si manifesta con più visibilità la presenza politica e sociale di due Italie che si esprimono in modo diverso, che hanno problemi diversi e che si chiudono nel loro particolare a difesa dei loro interessi o delle loro aspirazioni generando quindi partiti espressione del particolare e non della omogeneità strategica di una visione collettiva nazionale.
I partiti cosiddetti nazionali, quali Forza Italia e Partito Democratico, hanno anche nel loro fardello della sconfitta il non avere saputo omogeneizzare un quadro strategico nazionale capace di sviluppare il senso di appartenenza in un contesto nazionale con uguali diritti e doveri che si concretizzano in un quadro di sviluppo economico, di servizi, di opportunità e di vivibilità sociale uguale fra tutti i cittadini indipendentemente dalla zona di residenza.
Poiché questa esigenza di uguaglianza, sommata alle contingenze riguardanti i nuovi fenomeni di massa dell’emigrazione, della sopravvenuta povertà e dell’accentuato bisogno di sicurezza, non è stata assicurata dalle classi politiche governanti, il cittadino ha cercato di farsi sentire attraverso l’utilizzo di contenitori capaci di coagulare i differenti malcontenti del meridione e del settentrione messi a disposizione dai Cinque Stelle e dalla Lega.
Personalmente non ritengo che il voto del meridione sia dovuto alla promessa effimera e irrealizzabile del reddito di cittadinanza, così come all’abboccare alle menzogne della comunicazione politica che pur c’è stata in modo preponderante rispetto alle proposte concrete, ciò pur ammettendo che non effimere percentuali di cittadini abbiano risposto con entusiasmo a questi messaggi psicologici da paradiso arabo estremistico.
La vittoria dei Cinque Stelle non può essere dovuta solo a queste cose perché la massiccia adesione dei cittadini alle liste pentastellate di diversa cultura e sensibilità sociale, dimostra che la rabbia interiore creatrice del dissenso ha argomenti più seri ed importanti.
E’ più realistico pensare che la rabbia è frutto della visione dei trasporti obsoleti che non funzionano, dei paesi isolati per anni dalle frane, dalla viabilità inesistente, dalla sanità peggio dell’era borbonica, dalla scuola alloggiata nei tuguri dei paesi, dagli impianti sportivi inesistenti, dal soddisfacimento dei bisogni sociali degli anziani e delle categorie più diseredate lasciati sulle spalle delle famiglie, così come l’impoverimento sempre più marcato per l’assenza di lavoro o per il venir meno degli affetti dovuti alla forzata emigrazione o del depauperamento culturale per l’abbandono dei giovani intellettuali e per lo spopolamento dei nostri paesi che fanno morire le radici del nostro essere e della voglia di futuro.
Basterebbero solo alcuni aspetti di quelli elencati per giustificare una rivoluzione seria delle popolazioni meridionali.
Il problema delle rivoluzioni sta negli eccessi ingiustificabili che esse producono e quelle della scelta del contenitore politico per canalizzare il dissenso sta nella capacità della forza politica di tradurre in fatti concreti e rispondenti ai desiderata dei cittadini le problematiche evidenziate con la rivoluzione politica.
Su questo, pur augurandomi risultati positivi, nutro forti dubbi e vedo nuove illusioni per i cittadini.
La vittoria della Lega nel settentrione, con la scomparsa della egemonia di Forza Italia nel raggruppamento del centro destra, è il frutto dell’intercettamento delle aspettative di miglioramento delle esigenze di vita di quelle popolazioni e l’interpretazione di una visione egoistica dei loro interessi che Bossi manifestava in modo rozzo e grossolano e che Salvini ha saputo rendere più moderno, con un partito che toglie la parola nord per essere più nazionale e più forte, con una irruenza politica che mette in evidenza le divisioni non più territoriali, ma sociali e umane fra tutti i cittadini – attori della nazione e fra questi e coloro che cercano rifugio o lavoro nel nostro territorio sia per fuggire ai sommovimenti politici e alle guerre  e sia per cercare maggiori possibilità di vita migliore nel nostro territorio o in Europa.
Il tutto per soddisfare la sua sfrenata voglia di diventare leader politico nazionale quale passaggio necessario per guidare il Paese da presidente del Consiglio.
Ciò per il coronamento di un disegno strategico delle classi dirigenti del nord che hanno scientificamente contribuito, sia sul piano politico che economico, a creare sempre le condizioni per allocare al nord tutti gli strumenti necessari per arricchire ancora di più quelle regioni e portarli a livello di sviluppo economico delle regioni più evolute dell’Europa.
Il tutto lasciando nella povertà economica, infrastrutturale, sociale, sanitaria, scolastica e scientifica le regioni del meridione assorbendone anche le migliori espressioni umane perché localizzando le opportunità di lavoro in una sola zona del paese impone l’emigrazione intellettuale che rende sempre più ricche le regioni di arrivo e sempre più povere quelle di partenza.
Ciò è stato possibile con la compiacenza di una classe politica e dirigenziale del meridione asservita alle indicazioni delle classi dominanti settentrionali sia per soddisfare un effimero tornaconto personale, sia per incapacità culturale e propositiva secondo un retaggio di nuovo ascarismo.
Adesso non possiamo che prendere atto dei risultati elettorali e sperare che si possano creare le condizioni per la formazione di un Governo che tenti di mettere in atto le difficili e contraddittorie promesse elettorali, ma il dato di lungo periodo e di strategie politica deve essere ricercato in un soggetto politico che prenda atto della sostanza del dissenso del meridione e non solo dell’aspetto folcloristico e propagandistico di un meridione solo asservito alle effimere proposte di un reddito senza lavorare e sappia invece cogliere l’essenza interiore di un dissenso reale ed ineludibile per proporre e realizzare le giuste soluzioni per colmare, in tempi brevi, le diseguaglianze gravi e profonde.
Se non saranno date risposte serie e concrete ai problemi vitali di convivenza anche politica e sociale, dei cittadini del Meridione, la fluidità del consenso potrebbe tradursi in aspetti non controllabili facilmente dallo svolgersi della tranquillità del quadro sociale, politico ed istituzionale.

Pippo Bufardeci 
06/03/ 2018


sabato 10 giugno 2017

TUTTI IN FERMENTO PER LE COMUNALI DI SIRACUSA
FRA INTERESSI ECONOMICI E NUOVA NORMATIVA

Mentre siamo in fase di celebrazione delle elezioni comunali in alcuni comuni della nostra provincia fra cui spicca quello di Avola, le attenzioni dei vertici di molti partiti e movimenti sono polarizzate sulla città di Siracusa che vedrà la contesa elettorale sicuramente nella primavera del 2018.
Indubbiamente Siracusa sarà la madre di tutte le battaglie politiche e personali che si svolgeranno nella nostra provincia perché molti sono i fatti politici che hanno caratterizzato la sindacatura che sta per finire e le motivazioni di rivalsa che impregneranno la prossima lotta amministrativa. Innanzitutto sarà il PD il partito maggiormente interessato alle lotte intestine che saranno i prodromi del riassetto dei nuovi equilibri sia all’interno del partito che in seno alla nuova amministrazione comunale. La lotta di supremazia delle correnti per la gestione interna del partito si trasformerà in lotta per la gestione degli interessi legati a importanti problemi che saranno affrontati nella prossima sindacatura e che avranno anche grande importanza per gli assetti di natura economica nel contesto dell’economia personale dei soggetti interessati e dell’intera provincia in base alle decisioni che si porteranno a concretizzazione.
Non scevri da questi risultati mi sembrano essere vari raggruppamenti anche di liste civiche che fomentano la loro discesa in campo, ma che potrebbero sciogliersi o continuare nella battaglia comunale in base alla soddisfazione delle loro richieste o meno.
Quindi siamo già in presenza di una lotta intestina al Pd e in una esposizione mediatica di apparati elettorali nuovi o consolidati che intendono sbarrare la strada ad una ripetizione di gestione della cosa pubblica rapportata a soggetti più o meno legati all’attuale contesto. Sono desiderosi di partecipare essi stessi o di gestire in modo diretto tutte le problematiche di natura economica e di indirizzo politico che sono ancora senza soluzione o che potrebbero trovare attuazione nei prossimi anni.
Fatto questo ragionamento che non è per niente ipotetico anche alla luce di quanto successo in questi anni ed alla luce di quanto emerso nelle lotte politiche e nei connubi palesati anche con strascichi giudiziari, ci soffermiamo ad analizzare le conseguenze che potranno avere le nuove norme approvate dalla regione siciliana in merito alla elezione dei sindaci e dei consigli comunali.
Dobbiamo subito dire che queste norme non permettono di soddisfare le curiosità di quanti sono affascinati dalle previsioni elettorali e dalla prematura indicazione dei risultati. Esse non entrano in questa sfera previsionale, ma possono determinare le condizioni per riflessioni e posizionamenti nelle fasi che precedono la competizione elettorale.
La modifica legislativa che può maggiormente portare ad una accurata riflessione strategica alle varie forze in campo è rappresentata da quella che prevede la proclamazione della elezione del nuovo sindaco non al raggiungimento del cinquanta per cento più uno dei voti validi, bensì al superamento del quaranta per cento di detti voti.
Raggiungere questa quota elettorale, non solo può diventare più facile per la elezione del candidato sindaco più accreditato, ma impedisce il potere contrattuale dei vari gruppi che aspettano di essere determinanti in fase di ballottaggio in quanto potrebbero rischiare di essere tagliati fuori dal raggiungimento al primo turno della diminuita quota di elezione del sindaco.
Questa situazione interessa molti gruppi civici, ma anche le lotte interne ai partiti e soprattutto al PD.
Difatti giocherà molto la scelta che farà il partito a livello nazionale nell’assegnare il simbolo e quindi l’ufficialità della rappresentanza del partito stesso nella competizione elettorale.
Per essere chiari, se il prescelto dovesse essere l’attuale sindaco Garozzo, ci sarebbe poco spazio per i contestatori interni nel fare il gioco dei riluttanti in quanto le alleanze con partiti e movimenti esterni nella prima fase, potrebbero portare Garozzo a superare il quaranta per cento e sarebbero tagliati fuori dai giochi futuri.
Il rovescio della medaglia sarebbe l’alleanza dei contestatori interni con concorrenti di Garozzo e cercare di raggiungere loro il quaranta per cento.
Anche in questo caso la vittoria potrebbe essere effimera perché potrebbe definitivamente espellerli dal PD in quanto traditori della linea ufficiale.
Naturalmente bisogna sempre tenere presente che sia una destra riorganizzata su un candidato credibile o il movimento cinque stelle sull’onda della contestazione in quanto tale potrebbero raggiungere il quorum necessario e espropriare il partito democratico siracusano di una possibile vittoria. Paradossalmente il partito democratico potrebbe avere possibilità di successo ritornando unito attorno al proprio candidato che non potrebbe non essere Garozzo anche alla luce della sua dichiarazione di ricandidatura. In ogni caso il PD non può spaccarsi e perdere competitività.
Ecco perché mi sono sembrati inappropriati i segnali forti lanciati da alcune frange del partito democratico contro Garozzo palesando una posizione di distinguo e di contrarietà alla ricandidatura. Secondo me hanno solo la remota e difficile possibilità di evitare che il partito ricandidi il sindaco uscente per potere riaprire i giuochi altrimenti le conseguenze potrebbero essere abbastanza pesanti.
Il quaranta per cento da raggiungere per essere eletti sindaci diventa quindi la modifica della legge elettorale che maggiormente inciderà nella fase della strategia e del posizionamento elettorale.
A questa bisogna aggiungere anche la reintroduzione della norma che permette di trasferire automaticamente al candidato sindaco il voto assegnato ad una qualsiasi lista collegata al candidato stesso.
Esiste anche la possibilità del voto disgiunto, voto ad una lista e al sindaco di altro schieramento, ma la storia elettorale recente ci dimostra che esso è poco esercitato e, se lo è, viene esercitato da una ristretta schiera di elettori interessati alla cerchia dei giochi politici e non dalla massa dei cittadini elettori.
Vi è da ricordare che il primo dei non eletti dei candidati sindaci, purchè superi il venti per cento dei voti validi, entrerà di diritto a far parte del consiglio comunale togliendo il seggio da quelli assegnati alla minoranza.
Esiste naturalmente la possibilità di esprimere la preferenza per il candidato o candidata consigliere comunale prescelta. Si possono dare due preferenze purché di genere diverso, una maschile ed una femminile. Se si esprimono due preferenze solo maschili o due solo femminili verrà ritenuta nulla la seconda espressa.
Infine mi preme segnalare che è prevista la non facile quota da raggiungere del sessanta per cento dei consiglieri comunali per presentare la mozione di sfiducia al sindaco che sarà votata con voto palese.
Se il sindaco cesserà dalla carica per decadenza, dimissioni, rimozione, morte o impedimento permanente comporterà anche la decadenza dell’intero consiglio comunale.
Questa norma rafforza la posizione del sindaco che, in una sua eventuale sconfitta, potrà portare con se anche il consiglio comunale nella disfatta totale.
Molti consiglieri ci penseranno parecchio prima di presentare una mozione di sfiducia contro il sindaco.
Ritorniamo quindi al punto di partenza.
La tattica può avere una valenza insufficiente perché il posto di primo piano, a partire dalla fase della preparazione delle liste e delle alleanze, viene delegato alla strategia di lungo respiro. Purtroppo, nella politica attuale, non sono in molti ad attrezzati per concepirla ed attuarla.
Ne vedremo sicuramente delle belle.
Pippo Bufardeci ( Articolo per il giornale: TIMEOUT )




lunedì 10 aprile 2017

GLI ERRORI POLITICI DEI GRILLINI NON SONO MATERIA DA GIUDICE

Non sono un simpatizzante grillino e la mia concezione della politica non collima con quella dei pentastellati.
Devo però fare una riflessione in merito alla vicenda genoana della esclusione della candidata a sindaco e della sentenza del giudice dopo il ricorso dell’interessata.
Grillo ha esercitato una ruvida ingerenza nella dinamica della espressione del voto dei cittadini che si erano espressi a favore della Cassimatis, abolendo il risultato che le loro regole interne, dettate dallo stesso Grillo, avevano determinato.
Quindi sul piano della democrazia interna al movimento è stata un’azione di stampo autoritario che non può essere concepita in un sistema democratico.
Se come sembra, Grillo ed i suoi, hanno argomentato la decisione con apprezzamenti e allusioni che ledono la dignità della candidata, allora esiste un problema giuridico di diffamazione che va dimostrato e condannato.
Bene ha fatto la Cassimatis ad investire di ciò la magistratura e bene fa il giudice a condannare chi detto reato ha commesso.
A mio avviso è però molto opinabile la decisione, sempre del giudice, di sentenziare sulle modalità di assegnazione del simbolo del movimento cinque stelle in quanto trattasi di rispetto di regole interne non codificate e di opportunità politica che non sono soggette a nessun codice. Ciò perché il movimento o il partito non hanno veste giuridica e l’opportunità politica di una decisione piuttosto che di un’altra non sono oggetto di decisioni del giudice, ma degli organismi del movimento o dei partiti o di loro delegati riconosciuti tali dagli iscritti.
Fino a quando i partiti o i movimenti politici non saranno soggetti ad una legge di riconoscimento giuridico, come prevede la costituzione, non può essere possibile che un giudice, che dovrebbe applicare una norma che non esiste o che non ha valenza giuridica nei confronti dei terzi, ma di sola opportunità politica nei confronti degli iscritti, possa intervenire sui vari processi interni ai soggetti politici.
Ritengo, a mio avviso, che trattasi di una interferenza politica che non ha alcuna valenza giuridica. Altra cosa, ripeto, sono gli eventuali norme che regolano la diffamazione o altre norme che stanno alla base dei rapporti fra soggetti diversi.
I cinque stelle presentano numerosissimi motivi per essere indicati come facenti parte di un soggetto politico non democratico nelle decisioni, di essere diventato autoritario e dinastico, di rappresentare un vuoto di proposte dietro gli slogan che dicono tutto e il contrario di tutto, di non avere una strategia di governo né un gruppo dirigente idoneo a svolgere tale compito, ma non può avere imposto a chi dare il simbolo e che lista presentare.

Anche se il loro conetto di democrazia ha subito una ferita mortale e il loro concetto della forza della rete nelle decisioni da prendere per la gestione interna e delle comunità è una bolla di sapone al servizio dell’effimero e non degli interessi della democrazia e del Paese. (PB)