venerdì 4 febbraio 2011

RIVOLUZIONE, LAVORO E SANGUE nei canti popolari siciliani. Relatore CORRADO DI PIETRO


Nell'ambito delle celebrazioni dei 150 Anni dell'Unità d'Italia, indette Dall'Associazione Culturale Nuova Galleria Roma, Corrado Di Pietro ha parlato di "RIVOLUZIONE LAVORO E SANGUE nei canti popolari siciliani", giovedì 3 febbraio alle ore 18,30.
La storia degli umili e degli ultimi, le attese e le speranze dei contadini siciliani, le illusioni e il sacrificio del popolo che credette nel sogno unitario dell’Italia: tutto questo si può leggere anche nei canti popolari del nostro popolo che rappresentano i documenti più autentici, passionali e appassionati di quel Risorgimento che non abbiamo mai studiato.
Le misere condizioni del popolo siciliano attraversarono tutto l’ottocento e si esplicitarono in particolar modo nel campo del lavoro contadino e in quello dei rapporti sociali. I Borboni consumarono il loro disegno feudale, vessatorio e ‘schiavista’, ancorandolo a una stagnazione esasperata di ogni possibile dinamica socio-economica, gravando in modo pesante sulle condizioni del popolo che non ebbe mai la possibilità di un salario dignitoso, di una casa adeguata, di una scuola per far studiare i propri figli, di una decente assistenza sanitaria e di una giusta amministrazione della giustizia.
Da questa situazione nacque il sogno italiano nei latifondi siciliani; si attese Garibaldi come il salvatore e il sovvertitore e grande fu l’entusiasmo che accompagnò e sostenne l’avanzata dei mille sul suolo siciliano. Nacque così la protesta, la rivoluzione, l’atroce satira contro Ferdinando di Borbone, e si attese l’avvento del nuovo regno, quello di Vittorio Emanuele di Savoia, per sperare in un progresso socio-economico che stava infiammando tutta l’Italia.
Ma tutto cambia perché nulla cambi, si potrebbe dire parafrasando Tomasi di Lampedusa; e la Sicilia restò immobile e schiacciata come prima, come sempre. Nacquero così i fasci siciliani, le prime lotte contadine per la terra, i briganti e la mafia fino a sfociare in quella galassia di arretratezza sociale e culturale chiamata ‘questione meridionale’.
La poesia popolare siciliana non tacque e non chiuse gli occhi su questi fatti. Si fece denuncia e protesta, riso sarcastico e amaro, accorato canto di dolore e di sofferenza, preghiera e rassegnazione.

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